lunedì 5 dicembre 2016

Un pensiero ogni qualche giorno" 10 - "Scrittura, plurale, femminile"

Un pensiero ogni qualche giorno"

10 - "Scrittura, plurale, femminile"

Certi giorni, ho come l'impressione di aver smarrito la grazia narrativa. Non trovo più il mio "genius scribendi", quel guizzo situato a metà fra il fisico e l'incorporeo, nel quale a mio avviso si cela la molla capace di innescare la buona scrittura.

È difficile capire le dinamiche di un simile meccanismo. Per fortuna, viene da aggiungere. Perché diversamente, la scrittura non sarebbe la strepitosa magia che invece in realtà è.

Quello che saprei dire in merito, sono soltanto impressioni molto evanescenti.

Uno scritto riuscito poco bene, mi nasce maschio. Quando invece le parole affiorano naturali, spontanee, senza bisogno di evocarle troppo, talmente tanto sono "subito lì", quasi già sbocciate per una volontà propria interiore...beh, in quei casi le parole mi escono dalle dita decisamente femmine.

La differenza la noto sia nell'atto dello scrivere, ma anche parecchio nel rileggere. Nel caso di uno scritto venuto male, o così così, mi sento come di fronte a un uomo col quale ho appena avuto un certo dialogo, magari anche interessante, ma che mi ha lasciato dentro un senso monodimensionale, di piattezza.

A riguardare uno scritto venuto bene invece, mi sembra di rimirare una donna di gran fascino, la quale, fra le tante sue caratteristiche belle, reca con sé un'impressione molto appagante di pluralità.

La bella scrittura si sprigiona dal gioco del sedurre e del lasciarsi sedurre dalle parole. Si corteggiano i pensieri, si solleticano le immagini, ci si danno pizzicotti vicendevoli con le metafore, si scambiano baci molto intensi con la forma, il ritmo, la musica delle frasi.

Queste considerazioni sarebbero però parziali, se non precisassi un aspetto importante. Il bello scritto, credo nasca femmina, sia provenendo dalle mani di un uomo, sia da quelle di una donna. Indipendentemente dalla specificazione sessuale che la sorte ha assegnato a ciascuno in termini esistenziali spiccioli, lo scrivere rimane sempre atto di fusione con l'universale femminile.

La scrittura è un lasciarsi accogliere, è tensione verso una completezza. E queste cose si possono rintracciare solamente ponendo se stessi contro uno sfondo femminile del reale, del mondo, dell'essere tutto. La scrittura ci contiene, ci riceve, ci ingloba in sé: solo così può essere buona.

"Un pensiero ogni qualche giorno" 9 - "Rastr an' Strell"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

9 - "Rastr an' Strell"

Un giorno, facevo dei lavoretti in giardino. Mi garbava abbastanza farli e così mi sono messo a canticchiare "One" degli U2. 

Sapete, "...have you come here to play Jesus...", e giù così di melodia.

Ho immaginato per un attimo come sarebbe stato ad essere io, invece di me stesso, Bonovox in persona. A parte che non son sicuro che Bonovox rastrelli le foglie in giardino. Ma mettiamo che ogni tanto lo faccia, così, per distendersi un po' e tirarsi fuori dallo stress dello star-system.

Se capita dunque a me di cantare, (para-toto-cutugnamente) con il rastrello in mano, volete che non scappino un paio di gorgheggi anche a Bono? Allora ho pensato che la cosa più forte, in questo caso, sarebbe per i suoi vicini di casa.

Se ne starebbero magari sotto il porticato, a pochi metri dal giardino di Bono, e si gusterebbero un bel concerto unplugged-unrastrelled. Perché immagino che Bono non canterebbe solamente "One". Lui ha tutto in mente il repertorio degli U2, e tempo di riempire due o tre carretti di foglie da portare al cassonetto del verde, ti avrebbe già sciorinato un paio di cd storici della band.

Poi, ho detto Bonovox, perché per caso m'è capitato di cantare "One". Ma lo stesso si può immaginare con Bruce Springsteen, o con Bob Dylan.

Sarebbe il massimo, per il vicino di Bob, magari proprio il giorno che ha dato buca al nobel, sentirlo canticchiare col forbicione, mentre pota la siepe.

Questo dovrebbe succedere, in un mondo in cui le rockstar fanno lavoretti in giardino, e hanno vicini di casa, normalmente, come capita alle persone comuni.

Invece, in questo mondo che non concede tregua agli idoli della canzone, assediati e assillati dai fans per la loro notorietà, i normali vicini si devono accontentare. Mentre le rockstar fanno soldi a palate, ma sognano di reggere in mano ogni tanto un semplice rastrello.

"Un pensiero ogni qualche giorno" 8 - "Bumano, troppo bumano"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

8 - "Bumano, troppo bumano"

In una remota galassia, molto simile alla Via Lattea, esiste una stella, molto simile al sole, attorno alla quale orbita un pianeta, molto simile alla Terra, popolato da esseri molto simili all'uomo. La differenza sta nel chiamarsi quella galassia Vialatta, la stella Bole, e il pianeta Zerra, habitat naturale dell'essere Bumano, anche detto Buomo.

Per un complesso meccanismo rotatorio della Zerra intorno al Bole, anziché a partire dalla trama del ritmo circadiano, su quel pianeta la vita si è sviluppata sulle cadenze del ritmo circannuale. Il Buomo e la Zonna, sulla Zerra, abitano il tempo di un anno intero, distribuendo lungo di esso le medesime attività che sulla Terra occupano una sola giornata.

Il Buomo dorme grosso modo quattro mesi di fila. Va a coricarsi sul finire di ottobre e si sveglia ai primi di marzo. Se nel sonno si accorge di dover fare pipì, magari verso la metà di gennaio, si alza e la va a fare, ma ciò lo impegna come minimo sei o sette ore (e ne può fare litri).

Il Buomo e la Zonna sognano praticamente tutto il periodo di febbraio. Fanno sogni lunghissimi, esaltanti ed estenuanti insieme. Questa attività onirica molto intensa procura al Buomo una ricarica emotiva spropositata, e asciuga totalmente il suo fisico.

Il Buomo e la Zonna si risvegliano infatti il 2 o il 6 di marzo, coi corpi depurati in veri e propri fasci di nervi, asciutti e muscolosi, disegnati a cesello in ogni fibra.

Contemplandosi a vicenda, in questa sbalorditiva forma, appena desti, il Buomo e la Zonna provano l'uno per l'altra un'attrazione irresistibile. E nonostante quattro mesi di sonno nell'alito, non possono fare a meno di tuffarsi a capofitto in una sessione erotica che li impegna dalle due alle tre settimane ininterrotte.

Bisogna infatti sapere che sulla Zerra, proporzionalmente alla tempistica relativa generale, l'acme del piacere sessuale può durare varie ore.

I Buominini (piccoli di Buomo) fanno sempre i capricci per alzarsi da letto, come tutti i cuccioli dell'universo. A volte mamma e papà riescono a farli schiodare dalle lenzuola che già aprile ha fatto buona parte del suo corso. Per non parlare poi dei giovanotti e delle signorine, che magari sono stati in discoteca fino a inverno inoltrato, e hanno fatto i giorni piccoli, rincasando verso Natale o giù di lì.

Quando tutti sono svegli e hanno passato vari giorni in bagno per le abluzioni mattutine, inizia la colazione, generalmente verso fine aprile. Qui gli Buomoni sono capaci di ingurgitare quintali di zabaione o litri di caffelatte, migliaia di cornetti alla crema o panini imburrati, con marmellata, e così via.

Per il loro particolare metabolismo zerrestre, ad ogni pasto riescono infatti ad assimilare l'equivalente di tutte le colazioni di un anno umano. E così capita per il pranzo e per la cena. Gli Buomini pranzano di solito nei primi quindici giorni di giugno, e cenano l'ultima settimana di agosto (a cena, è meglio star leggeri, si sa).

Un Buomo può lavorare poi decine e decine di giorni senza sosta, anche se risale solamente all'epoca moderna la conquista sulla Zerra del diritto sindacale al settembre libero.

Il mese di ottobre è infine dedicato agli "svaghi serali", sulla Zerra detti "autunnali". Buomini e Zonne vanno magari a ballare, lanciandosi in danze che possono andare avanti per giorni (una canzone zerrestre dura in media tre ore). Oppure, molto frequentati sono anche i zinema, dove si proiettano zilm i cui titoli di coda compaiono quattro giorni dopo la sigla iniziale.

Una volta rincasati, Buomini e Zonne (o anche assortimenti diversi di essi), fanno ancora l'amore per qualche giorno, oppure guardano la zelevisione, prima di inoltrarsi di nuovo nei loro lunghi mesi di sonno (pare sia molto in voga fra gli Buomini assopirsi davanti a una trasmissione zv, condotta da Zigi Zarzullo).

Certe volte si accorgono di essersi scordati di portare il cane a fare il suo giretto serale. Allora si alzano, magari il 10 ottobre, e fanno il giro dell'isolato con la bestiola per sei giorni. Ma alla fine arriva il meritato riposo plurimensile. L'importante, per gli Buomini, è non caricare mai la sveglia. Se non vogliono sentirla suonare sette ore, verso il finire di febbraio.

giovedì 1 dicembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 7 - "Auto-elogio della mutanda"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

7 - "Auto-elogio della mutanda"

A volte mi capita di domandarmi come mi sentirei se fossi le mie stesse mutande. Il ruolo psicologico e sociale della mutanda è forse uno dei più cruciali immaginabili, e al tempo stesso uno dei più trascurati, sottovalutati.

La mutanda è una barriera fisico-emotiva nei confronti della realtà. Contiene, argina e culla le avanguardie del nostro subconscio. La cortina delle mutande frappone la più sottile pretesa di riservatezza fra il sé profondo e la dimensione pubblica (arginando quella pubica).

La mutanda si sobbarca tutte le preterintenzionalità fisiologiche. A seconda dei casi, nel suo ruolo di diga a ciò con cui rima, o di anti-strapazzo d'un propagarsi mutevole e pazzo, la mutanda segna confini strategici alla persona.

La mutanda si fa carico di responsabilità insostenibili per qualunque essere umano. Per questo non è nemmeno pensabile pretendere di volersi mettere nei suoi panni. Assorbe tensioni estreme, consentendoci di continuare a presentarci impassibili, anche quando entro il suo attillato sipario vanno in scena veri e propri psicodrammi intimi in miniatura.

Bisognerebbe essere dei pazzi (con la "p") o delle anime fatate (con la "f"), per trovare il coraggio di impersonare una mutanda al giorno d'oggi (tra l'altro dissimulando sempre l'iniziale..."p" a far le veci di "c", e dove la "p" andrebbe, confonderci in mezzo una "f").

In virtù di tutti questi strabilianti antefatti, suona inaudito immaginarsi mutanda. Personalmente, riesco a stento a pensarmi come il mio proprio paio di mutande. Solo in questo cortocircuito identitario mi posso immedesimare.

Essere mutanda, e individuo in quella mutanda contenuto. Ispirare odore, nel mentre che si traspira amore. Coprire l'andata e ritorno del pudore in un unico viaggio. Sostegno e sostenuto, recipiente e ricevuto. Principiare in un "io" e declinare in un "anda": pochi portenti al mondo ci possiamo raffigurare di simile portata.

Vedere all'unisono cosa accade fuori di sé e nei pressi più ravvicinati del dentro di sé. Vestire il più patente aspetto di civiltà, ma sentirsi specchiati sul più diretto contatto con l'animalità.

Andare in giro nudi-vestiti, abbigliati-spogliati. Intessere dialoghi di segrete tangibilità, sostenute in ogni caso dal punto di vista interiore. Toccare il tocco stesso: niente meno che tale privilegio viene concesso a chi vive in qualità di propria medesima mutanda, continuando ad essere anche persona.

Facciamoci mutande di noi stessi dunque: nessuna rivoluzione potrà presentarsi mai più radicale di questa.

Diveniamo guaina sguainabile di contro-accoglienza mutevole: a sentirla pelle di calore, inguainato da peli di cotone, una mutanda auto-immedesimante salverà il mondo!
Inauguriamo l'alba di una nuova umanitanda!

mercoledì 30 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 6 - "Libere libbre di libri si librano"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

6 - "Libere libbre di libri si librano"

Nella vita non ho mai costruito niente di più importante e solido delle pile di libri che torreggiano sul mio comodino. Datemi pure dell'inconcludente. Ditemi abulico e, sul versante esistenziale, parecchio inconsistente. Ma non potrete mai trovar nulla da ridire sulle mie belle pile.

Si ergono fiere della loro precarietà, come grattaceli culturali "indefinitamente mai" troppo elevati. Invece di armature in ferro, scorre nel loro interno uno scheletro chilometrico, ingabbiato e silentemente sagomato, di parole scritte, che si dipanano attraverso le pagine, riagganciandosi poi idealmente fra loro, traforando copertine e prefazioni, in un lungo, ininterrotto dialogo inter-romanzesco, saggistico e poetico.

Rassicurano e mettono ansia al tempo stesso. La fragilità e la mutevolezza sono lo scopo della loro struttura. La Morante forgia fraseggi insieme a Gadda, Hemingway offre un drink a Fitzgerald, Sciascia si attarda a far due chiacchiere morali con Tex Willer, mentre le Sturmtruppen e Galimberti discettano di Hegel.

Palazzi di libri dalle geometrie ribelli, variabilità rettangolari ascendenti, fervide balconate che aggettano ad ogni innalzarsi di volume, bovindi squadrati, dai quali si affacciano titoli e autori scritti sulle coste, come pigionanti curiosi di sbirciare cosa sta succedendo di sotto.

Universi, dentro a universi, infilati in riverberi infiniti di palcoscenici, a loro volta affacciati a specchio su scenari in continua trasformazione multi-cangiante, scaturiscono allora muti da quel piccolo giardinetto di fusti di carta ammonticchiata.

Sono architetture di fini diciture, un ordito orgiastico meditativo di tessiture urbanistico-grafiche protese in altezza. E quando spengo la luce per addormentarmi, il brulichio di parole senza suono si mette in fermento, facendo da sfondo al sonno. Il lavorio incalcolabile di tutti quei pensieri, contenuti nelle pagine come inquilini ospiti di altrettante stanze, prende a macinare le praterie post-significatrici dell'aria nella stanza, con incognito e impercettibile ribollire.

Perché tutto si potrà dire di me, ma non che sono uno che non sa tirar su belle pile di libri sopra il comodino.

martedì 29 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 5 - "Mini guizzi impellicciati"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

5 - "Mini guizzi impellicciati"

In tanti anni vissuti praticamente circondato da nutrie, non mi era mai successo di vederne in forma di cuccioli. Circa un mese fa, nel giro di una settimana, ho potuto apprezzare almeno in due occasioni questi animaletti anche in versione infante.

La prima volta, in qualità di passeggero, transitavo in auto vicino a un ampio e profondo canale. All'altezza di un incrocio, dove non solo le strade, ma anche i relativi fossi s'intessono fra loro, sul basso ripiano di terra asciutta lì formato, noto la nutria più piccina mai vista fino a quel momento.

Doveva avere non molti giorni di vita, si presentava con grazioso aspetto nutriadolescenziale, intenta in qualche suo tipico armeggiare di zampette, con quella caratteristica aria da topolotto indaffarato che questi roditori sanno assumere quando si mettono a pretendere di comportarsi come se avessero vere mani (anche se, chi apprezza le nutrie sa che loro "hanno veramente" vere mani).

Non ho fatto in tempo a pensare con stupore "...veh, che piccola che è...", che subito un fuggevole movimento periferico ha catturato la coda del mio occhio, invitato ad andarsi a posare su quello che doveva essere un fratellino o sorella nutria del primo soggetto, scostata solo di qualche centimetro. Se la prima era piccola, questa era minuscola, ma già tutta dotata della grazia castoresca degli esemplari adulti. Non si è concessa molto agli sguardi, perché nel giro di un paio di zompetti leggiadri, l'ho vista poi slalomeggiare da gran burlona natante fra i flutti del fossato. Ma tanto è bastato per soppesarne con soddisfazione tutta la sua eleganza minimale eppur così sapiente.

La seconda epifania micro nutriale m'è successa poco dopo. Dalla cima dell'argine si domina un prato prospiciente a un laghetto molto apprezzato dalle nutrie. Di solito lì pascolano placide, piccole mandrie d'arancio dentate. Ma in quella circostanza, ce n'era un esemplare e basta, apparentemente sorpreso in solitaria passeggiata.

Anche stavolta però l'apparenza ingannava. Poco lontano infatti, quasi a confondersi col rigoglio vegetale, noto una strana conformazione a serpentello, quasi intrecciata con gli alti ciuffi erbosi e semisommersa. Per la distanza, non capisco bene cosa sia, ma c'è voluto pochissimo a sciogliere il dubbio. Era niente meno che un trenino di cuccioli minuscoli, indaffarati a sguazzare fra l'erba con la stessa abilità dimostrata nell'acqua. La cosa più bella è stata che ce n'erano forse tre o quattro, ma a vederli sgusciare così coordinati e in perfetta sincronia, sembravano emanare una sola armonica aura di dinamismo giocoso.

Non avevo mai visto nutrie così piccole. E adesso so che anche loro possono dire di aver posato le zampe sul terreno della fanciullezza, in qualche periodo della loro vita.

lunedì 28 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 4 - "Caneologismi"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

4 - "Caneologismi"

Si evolvono gli sguardi sul mondo, e le mode dilagano, a invadere le pertinenze quotidiane di altri esseri viventi (si vede così tanto che non sapevo come iniziare?...).

Nel gran negozio dedicato a tutti gli accessori e prodotti per animali immaginabili, entrato con gli amici per curiosare, noto con stupito sorriso che nel reparto dedicato a pettorine, giubbetti e giacchette canine, ci sono dei veri e propri manichini con le diverse forme, a simulare la variabilità quadrupede incappottata.

Non posso fare a meno di venirmene fuori con un'assurdità linguistica, che accresce a dismisura la stima nutrita dai miei amici nelle mie raffinate capacità di fine distorsore verbale: "...Oh ragazzi, ma questi non sono manichini...li chiamerei piuttosto manicani...".