mercoledì 31 dicembre 2008

Ciao, ciccio 2008!

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Per chiudere proprio l’anno con futilità suprema, volevo raccontarvi una cosetta che mi capita con gli anni nuovi. Ci metto sempre un po’ ad abituarmi alla grafia di quello entrante. Non sto parlando della mera difficoltà mnemonica, né di quella numerica, né della forza dell’abitudine che pure gioca il suo ruolo fondamentale nel farti sbucare in mente sempre il numero vecchio, usato giusto giusto per dodici mesi interi.
Quello che invece voglio dire è che io al numerino dell’anno mi ci affeziono.
Il 2008 ad esempio per me era bello cicciotto, con tutte le sue gradevoli rotondezze che mi evocavano la formosità di un’affascinante donna giunonica. A pensarci bene, la cosa stride notevolmente con l’effettiva dimensione di crisi che si è vissuta, ma il mio è più un gioco di impressioni “visivo-numeriche” pure.
L’8 finale del 2008 mi ricordava pure la guance di un buongustaio: da una parte lo vedevi che si stava godendo appieno il boccone di cibo appena infornato, e dall’altra sembrava che volesse anche dirti qualcosa, ma finiva per bofonchiare un simpatico gramlò senza capo né coda.
Il 2007 era stato più scattante e sportivo, con quella gambetta in fondo, che le mancava solo la scarpetta e poi era uguale a quella di un’ala destra discesa lungo la fascia, colta proprio nel momento in cui si accingeva a crossare la palla in area.
Il 2009 non so bene ancora come sarà dal punto di vista “numeric-affettivo”. Per ora l’ho scritto solo poche volte, in qualche robetta per l’ufficio e poi anche qui adesso: stiamo ancora facendo conoscenza. Mi preoccupa un po’ quella piccola propaggine puntuta che gli spunta di sotto: mica avrà brutte intenzioni, vero? Boh, nel dubbio accettate un consiglio: tanto per cominciare, camminiamo sempre rasente ai muri e non diamogli la schiena, che non si sa mai.

Fate largo! Fate largo al “Duca Conte Anno Nuovo”!

(Fotomontaggio di Gillipixel)

“…La festa dell’ultimo dell’anno è una cagata pazzesca!!!...”.
Questa sera, proprio allo scoccare della mezzanotte, sarà il miglior inno interiore che fantozzianamente mi sentirò di elevare al cielo, come apotropaica frase di rito esorcizzante, nel sacro nome dell’Ironia. Una volta pensato quello, mi sentirò più in pace con me stesso e percepirò la mia privata rettitudine filosofica meno ammaccata del solito. Un po’ come per la faccenda degli auguri: ne vieni fuori meglio solo se tieni ben presente che non sono una cosa seria.
Fin dai tempi dell’asilo mi sono accorto che le circostanze molto attese e preparate sono anche inevitabilmente le più deludenti e fiacche. Anzi, più prepari e più attendi un certo evento, più puoi stare sicuro che quel vigliacco riuscirà svanito come una bottiglia di spumante che all’apertura, invece di sparare un vigoroso botto, rantola un flebile e mestissimo “…sssffffssss…”.
Mi è successo tante volte di trascorrere momenti magnifici con gli amici, dopo che ci eravamo magari incontrati per caso in piazza, seduti al bar ancor più per caso e cominciato a bere birra sempre più casualmente. Quelle volte ne sono scaturite chiacchierate fenomenali, calate in una sensazione di armonia sovrumana fra di noi. Robe per le quali puoi veramente dirti contento di essere nato.
Altrettante volte invece, in occasione di feste o cerimonie ampiamente preventivate, ho sentito, nella migliore delle ipotesi, i maroni adagiarsi stancamente in sella al cavallo delle braghe, tale e tanta era l’insostenibile pesantezza del festeggiare in essi accumulata, mentre, nella peggiore delle eventualità, sono stato avvolto da terribili manti di mestizia e di nonsenso esistenziale.
Se si potesse, non bisognerebbe programmare mai nulla.
Prendete gli sposalizi, ad esempio: che pizza spropositata che sono!
Gli sposi dovrebbero stabilire le nozze all’improvviso, senza premeditazione. Un bel giorno, a caso, fare un giro di telefonate (compresa quella al prete o al sindaco, e quella in pizzeria per il pranzo), e dire a tutti: “…Noi ci sposiamo…chi c’è c’è…e chi non c’è, ci si vede!...”.
Sperando che almeno il prete o il sindaco abbiano tempo. Li ho infatti preventivati tutti e due non per questioni di propensione religiosa oppure laica, ma solo perché vanno di rigore chiamati entrambi proprio per un fatto di puro calcolo delle probabilità.
E se in pizzeria non c’è posto, poco male: si fanno fare un po’ di panini con mortadella dal salumiere e si va tutti allo zoo comunale.
Ho saputo che l’amico di un mio amico qualche tempo fa ha messo in piedi un cosa simile: il giorno delle nozze, senza aver detto niente a nessuno, lui e la sposa hanno noleggiato un autobus (proprio tipo quelli di linea, con tanto di obliteratrice ed odor di umanità pendolare) e hanno fatto il giro degli amici, invitando quelli che si volevano unire alla festa di matrimonio. Non so poi com’è andata, ma perlomeno l’intenzione di non dare adito ad aspettative fatue era buona.
Da bambino mi angosciavano in modo tremendo le feste di compleanno. Non ne ho mai organizzata una e andavo con grande fatica a quelle dei miei amici, perché ogni volta era una prova esistenziale terribile per il mio piccolo animo non ancora tanto aduso alla sana pratica dell’autoironia terapeutica.
Già c’era da faticare a comprendere quale merito ci fosse nel compimento di un anno in più, ma anche qui l’aspetto più sconfortante veniva dalla delusione per un momento presunto tanto speciale e che alla fine invece puntualmente si rivelava nella sua spropositata, ordinaria banalità.
Va beh, anche per oggi ho “bastianeggiato contrariamente” a sufficienza.
Prima di chiudere, volevo dire ancora il mio grazie più grande a coloro che mi hanno letto e che vorranno continuare a farlo: questo è un angolino di impegnative futilità, una piccola parentesi di sospensione fra un fardello quotidiano e l’altro. Mi fa piacere se così il mio blog viene inteso e se qualche sorriso fa sbocciare qua e là lungo lo Stivale, insieme a taluni arricciamenti di fronte.

Adesso vi saluto, rientrando un attimo nell’ambito della consuetudine socialmente catalogata, e auguro a tutti un buon anno nuovo (…pur sempre con quel buon diavoletto di Geppo che da dietro le spalle vi sussurra: “…La festa dell’ultimo dell’anno è una cagata pazzesca!!!...”).
E se a fine festa, vi sarete inevitabilmente resi conto di esservi rotti le palle ancora per l’ennesima volta, ricordate che potrete essere fieri di voi stessi.
Con sommo spirito anticonformista sarete riusciti a non concedere soddisfazione alla presunzione delle moltitudini filosoficamente sfiatate, che pretendono l’appuntamento di stanotte preclaramente votato all’imperativo morale del divertimento infallibile ed ineludibile.

lunedì 29 dicembre 2008

Roots

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Su simpatica suggestione della simpaticissima Farlocca, mi sono avventurato nella scrittura di un qualcosa nel dialetto del mio paese. Lingua assai ostica ed oscura al 99,9999999999999% della popolazione mondiale (e chi meno capisce, più nove metta pure dopo la virgola). E' dunque un'operazione strana, ma mi piaceva provare lo stesso. Per facilitare la comprensione, anche se spezza un po’ la sequenza, ho intervallato traducendo ad ogni frase o poco più. Ecco cosa ne è uscito fuori:

A’ gh’era ‘na familia ad paisàn: marì, muiér e ‘n fiöl. Par la màma e pr’al papà, cùl garzon lè l’era töta la sù vèta: da matèn a sera ‘i sa spacàvan la schèna in mèza ai camp pàr catà sö un quài lirèn da fàl stüdià.
[C’era una famiglia di contadini: marito, moglie e un figlio. Per la mamma e per il papà, quel ragazzo era tutta la loro vita: da mattina a sera si spaccavno la schiena in mezzo ai campi, per raccogliere qualche soldino e farlo studiare].

A’la fèn, a fòrsa ad sacrifèsi, i’gh l’avan cavàda a mandàl a scöla in cità. I’ gh’avan catà ànca un pòst da dormar dai preet, in culèc.
[Alla fine, a forza di sacrifici, erano riusciti a mandarlo a scuola in città. Gli avevano anche trovato un posto per dormire dai preti, in collegio].

A pàsa un pér d’aan e ‘l garzon al stüdia cl’è ‘n piazer, l’è propia braav, ‘nà pagèla töta pièna ad növ e ‘d deez.
[Passano un paio d’anni e il ragazzo studia che è un piacere, è proprio bravo, una pagella piena di nove e di dieci].

Un bèl dè, sòta Pasqua, al garzon ‘al vègn a ca’ da là cità par fà un quài de’ ‘d vacansa. Màma e papà i rèstan a bòca vèrta: che bel giùnuòt c’al s’era faat. Che bèli manèri! E pù ‘cli béli ragiòn c’al sàva di’, di gran discùrs töt cumplicà, töt in “italiano”.
[Un bel giorno, sotto Pasqua, il ragazzo viene a casa per fare qualche giorno di vacanza. Mamma e papà rimangono a bocca aperta: che bel giovanotto che si era fatto. Che belle maniere! E poi, che belle parole che sapeva dire, dei gran discorsi tutti complicati, tutti in “italiano”].

Però an’ fà mìa tèmp a pasà trì quart d’ùra, che ‘l garzon al cumencia bèle a ‘ndà sö pàr ‘na braga. Al pàr gnànca pö lö, al fà ‘l dificìl, al dà ‘d nàs a töt: cara ‘l mè Signùr c’me l’è dvintà mòrbii!
[Però, non fanno a tempo a passare tre quarti d’ora, che il ragazzo comincia già ad andare su per una braga (= “dare fastidio” – ndt). Non sembra neanche più lui, fa il difficile, storce il naso su tutto: caro il mio Signore com’è diventato snob!].

Al s’è smingà infèn al dialàt. T’agh pö mia d’mandà ‘na roba che lö al càsca dal pèr, gnànca at gh’aves parlà in cinès.
[Si è scordato persino il dialetto. Non gli puoi domandare una cosa che casca dal pero, neanche gli avessi parlato in cinese].

“Veh, garzon, pàsam al sdèl!”, l’agh fà sù pà.
“…Non vi capisco padre, spiegatevi meglio…”, àl dìz lö.
La màma la d’manda: “…al mè pütèl…andresàt in d’al pulèr a tö’m un quài öv?...”.
“…madre?…prego?…cosa sarebbe questo…come lo avete chiamato…pulèr…?”.
[“Veh, ragazzo, passami il secchio!”, gli fa suo papà. “…Non vi capisco padre, spiegatevi meglio…”, dice lui. La mamma domanda: “…il mio bambino…andresti nel pollaio a prendermi qualche uovo?...” “…madre?…prego?…cosa sarebbe questo…come lo avete chiamato…pulèr…?”].

Niènt! A ‘n sèrt mumènt la màma e ‘l papà i’gh rinüncian: a pàra da dì lì ròbi a ‘n mür, e sùra’l cönt a ‘n mür siòc ‘mè ‘nà tàca. I'l làsan par sù cönt e ì siguetàn còi sù mastèr.
[Niente! Ad un certo momento la mamma e il papà rinunciano: sembra di dire le cose ad un muro, e per di più ad un muro sciocco come una “tacchia” (=scaglietta di legno). Lo lasciano per suo conto e continuano coi loro mestieri].

Dòpa ‘an pèr d’ùri, la màma e ‘l papà i’èn lè in’d l’éra chi fàn dì lauràt. Al fiöl ‘al giròtla lè d’inturàn, a’svèn al prà, e intànt ‘al lèzà un lèbàr, gnànca al fès un gràn prùfesur c’al pöl mìa tirà föra ‘l nàs un minüt da lì pàgini.
[Dopo un paio d’ore, la mamma e il papà sono lì nell’aia che fanno dei lavoretti. Il figlio gironzola lì intorno, vicino al prato, e intanto legge un libro, neanche fosse un gran professore che non può alzare il naso un minuto dalle pagine].

Priopia a’la fèn d’al prà, a gh’è un rastèl coi dènt girà a prèria, mèz lugà da l’érba. Al fiöl ‘al camèna. Al camèna e ‘l lèza. Al lèza e ‘l camèna. E vàda lè che ‘an bèl mùmènt: “Sböööm!!!...”, a’gh rìva ‘na strènga drèta drèta in d’al müz.
[Proprio alla fine del prato, c’è un rastello coi denti girati per aria, mezzo nascosto dall’erba. Il figlio cammina. Cammina e legge. Legge e cammina. E guarda lì che un bel momento: “Sböööm!!!...”, gli arriva una botta dritta dritta nel muso].

“…Dìu c’agh vègna n’acidènt al rastèl…a lö e a chi l’hà invintà!!!...”, àl smàdóna al fiöl in mèza a l’éra.
Tra’l lezàr e l’erba, a l’n’ava mìa vèst al rastèl. Al g’hà pistà i dent e ‘l mànach l’è sbalsà sö c’me ‘na möia, drèt in di su, di dènt.
Su pà, a vadàr töt la sèna e a sèntàr smàdunà a’csè nùstràn, al salta sö e’l fà:
“Càra ‘al mè garzòn: a vadàt alùra che lì lignàdi at’ià capès anca’mò?...”.
[“…Dio che gli venga un accidente al rastrello…a lui e a chi lo ha inventato!!!...”, smadonna il figlio in mezzo all’aia. Tra il leggere e l’erba, non aveva visto il rastrello. Gli ha pestato i denti e il manico è balzato su come una molla, dritto nei suoi, di denti. Suo papà, a veder tutta la scena e a sentire smadonnare così nostrano, salta su e fa: “Caro il mio ragazzo: allora lo vedi che le legnate le capisci ancora?...”].

sabato 27 dicembre 2008

Parolismi nonsensuali

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Se vi dicessi: "Puroidan filsevin bahsoni viers kifeu", cosa rispondereste?
Quasi sicuramente (e anche all'unisono): "Minchia, s'è bevuto il cervello tutto in un sorso!!!...".
Invece no, vorrei dimostrarvi che (...sì, pur ammettendo che tengo in serbo ancora poche gocce di cervello da bermi), anche tale fraseggio insensato è in realtà una piccola prova della mia passione per le parole.
Da dove ho tratto questi strambi vocaboli? Sono prodotto del caso webbaiolo, croissant verbali sfornati caldi caldi dall'alea del fornaio blogspottista (me li sono segnati, sono proprio quelli originali trascritti).
Avete presente quando vi accingete a fare un commento con blogspot? Prima di dare l'invio, vi chiede di ricopiare quella paroluzza generata a casaccio dal Grande Spirito Informatico Supremo in persona. Mi sono accorto che talune di queste parolette mi erano simpatiche. Non solo: in diversi casi erano anche evocative. Non so bene di preciso cosa evocavano, ma comunque evocative le erano di sicuro.
Evocative di lingue impossibili ormai morte o addirittura ancora non nate. Di strani dialetti irreali, talvolta mischiati a vernacoli veri. O ancora, incontri sillabici nati dalla fantasia del più pazzo dei pubblicitari.
Una cosa buffa è questa: in questo gioco linguistico, spesso il caso telematico genera sonorità che nella mia percezione riecheggiano un retrogusto veneto.
Come la parolina "dedoe":
"Oh, ma che béa putèa...quanti àni te ghè s'è?"
"Dedoe àni...fasò la seconda media..." (preciso che non conosco nessun dialetto veneto: era solo una ricostruzione della mia fantasia, basata più sulle sonorità che immagino associate a quella regione).
Ancora in area triveneta mi ha portato il vocabolonzolo "kifeu" (memore anche della famosa battuta del capo dei pirati, in un bellissimo episodio delle avventure di Asterix):
"Kifeu che s'hà dìt a l'arèmbagio?...".
In altri casi invece son stato trasportato nel mondo della farmacopea: "puroidan" è decisamente una pomata contro pruriti di varia natura.
Anche il gergo giovanile viene sfiorato dal dado alfabetico di blogspot.
"Nimpor" potrebbe essere un'espressioncina utile per le comunicazioni via sms fra adolescenti:
"tvb scus, mi dispia se sn stat xmaloso..."
"nimpor, tvb me 2".
Ma anche alle generazioni più adulte è riservata l'attenzione romantica dovuta. Ecco infatti che il parolaio digitale tira fuori dal cilindro un bel "bahsoni": "Amore mio, mi fai impazzire, ti coprirei di bahsoni dalla testa ai piedi".
Prima di chiudere faccio un piccolo esperimento: pesco alcuni vocaboletti in diretta e vedo cosa succede (quelli sopra me li ero segnati in prececendza).
Vai.
Ecco ad esempio che subito si zompa fra le luci rosse, con un misto di giudizio negativo su un orso poco valente: "orsgram".
Ohlà, paleontologia delle grandi occasioni, con questa nuova parola: "unklu", il ricercatissimo fossile del dinosauro anello di congiunzione fra il "triceropiteco fadego" e la "procusta dal becco monco".
Ed ora un affascinante volo nel continente nero, a conoscere il grande "kingani", capo tribù dalle dodici mogli e dalle ventotto suocere.
Va beh, adesso mi fermo, ma prendetelo anche come suggerimento per un bel gioco da fare in compagnia in queste serata di festa: createvi da soli il vostro mondo linguistico con l'aiuto della centrifuga sillabica blogspot!

giovedì 25 dicembre 2008

Foggy notion (*)

(Foto e fotomontaggio di Gillipixel)

"...A'n ghé mìa pö lì fümèri àd dà ché indré...".
Cogliendo per ora solo in parte una suggestione gentilmente evocata da quella gran simpatichina della Farlocca (con la promessa di coglierla in pieno prossimamente), inizio questo mio nuovo modesto scribacchiamento con una frase in dialetto, un adagio che sin dai tempi della mia bambinitudine ho spesso sentito risuonare sulle labbra dei più vecchi in paese:
"...Non ci sono più le nebbie dei tempi andati...".
A dire il vero la considerazione l'ho sentita spesso applicata ai più svariati fenomeni atmosferici:
"...A'n ghé mìa pö lì n'vàdi àd dà ché indré..." (le nevicate)...
"...A'n ghé mìa pö lì brinàdi àd dà ché indré..." (le brinate)...
"...A'n ghé mìa pö lì slàdi àd dà ché indré..." (le gelate)...
"...A'n ghé mìa pö lì rusàdi àd dà ché indré..."(le rugiade)...

Ma l'evento naturale più peculiare della mia terra, quello che meglio si conforma al genius loci dei miei loci, quello che con le proprie caratteristiche psico - prossemic - tradizional - geografic - spirituali maggiormente riecheggia il carattere stesso di noi villici indigeni, è proprio la nebbia.
La nebbia è tanto apparentemente inutile e impalpabile, quanto densa di significati extra-meteorologici. Anche la rugiada e la brina, così, ad una prima analisi da inesperto, servono a poco. La nebbia però, a ben pensarci, supera alla grande entrambe, perchè è proprio l'essenza del futile. L'unico suo scopo sembra essere quello di toglierti la visuale, accorciarti le prospettive, far involvere su se stesso il tuo campo visivo.
Questo gioco spazio-esistenziale in qualche modo è ben riflesso nell'indole dei miei conterranei: al di là delle diversissime sfaccettature dei singoli caratteri, sono per lo più tipi tendenti ad una svagata introversione. C'è un tocco di bonaria follia dentro ciascuno. Un misto di malinconia fiduciosa che rende capaci di ritrovare sempre dentro di sè un punto di riferimento leggermente allucinatorio ma a suo modo dotato di una saldezza che rassicura.
L'effetto che in questo senso una nebbia veramente potente (..."lì fümèri àd dà ché indré...") sa provocare è una sorta di straniamento molto intenso e singolare.
In un famosissimo passaggio del capolavoro felliniano "Amarcòrd", la nebbia diventa essa stessa personaggio del film, quando avvolge lo smarrimento del nonno della famiglia, che vaga in questo abbraccio vaporoso pur mantenendo sulle labbra il suo incrollabile sorriso e sottolineando il proprio andirivieni nell'inconsistente paesaggio con la dolce cantilena del suo accento romagnolo.
La vera nebbia di una volta ti risucchia, ti attrae, ti porta dentro sè.
Ricordo di aver vissuto la più intensa esperienza di questo tipo durante un inverno che mi era scoppiata la mania del gioco della carte. Doveva essere l'anno della prima media e passavo pomeriggi senza fine al bar, ritornando a casa puzzolente di fumo come uno scaricatore di porto.
Nel tardo pomeriggio di una giornata potentemente nebbiosa, coi miei amici optammo per un alternativo giretto in bici per le strade del paese già buie a quell'ora.
Causa la spiccata "fede meccanicistica" di mio babbo (non nel senso di un suo rifarsi a fondamenti democritei o cartesiani, ma proprio in riferimento alla sua passione di sempre per macchine e ogni aggeggio dotato di metallico funzionamento), le mie bici sono sempre state dotate di fanali potentissimi. Anche il mio velocipedo di allora sparava luce a profusione una volta lanciato ad indicibile velocità lungo le stradine di campagna, con somma invidia dei miei amici perennemente "sfanalati" o quasi.
In quella circostanza, il fascio luminoso era un cono molto denso di nebbia lattiginosa, di una forza ipnotica inusitata. Non avevo mai provato così intensa quell'impressione di essere "richiamato " dalla nebbia. Era un muro bianco nella notte incipiente, un muro capace inspiegabilmente di assorbirti dentro la sua compattezza evanescente, un qualcosa dotato di una concretezza talmente incosistente da far capire meglio di ogni altro fenomeno reale il senso della parola "paradosso".
Terminato il giro, facemmo una capatina nel bar e per contrasto tutto dentro al locale mi sembrava di una compattezza visiva mai provata prima e forse mai più nemmeno in seguito. La mia vista andava a zonzo sulle cose dentro al bar come se gli occhi possedessero loro zampettine prolungate tutto intorno. E' stata la volta in cui la sensazione di vedere e quella di toccare sono state lì lì per diventare un tutt'uno sensoriale.
Una cosa mai più provata dopo, credo.

"...A'n ghé mìa pö lì fümèri àd dà ché indré...", dicono i vecchi. Ma forse è solo il fatto che nel corso della gioventù sono le sensazioni medesime ad essere giovani.

(*) = "Foggy notion" - The Velvet Underground (1969)

mercoledì 24 dicembre 2008

L’insostenibile leggerezza del Natale

(Foto di Gillipixel)

“…And so this is Christmas…”, diceva un tale che ne sapeva molto, ma molto più di me.
Che a me mi risulta (…a me mi…) che quando uno c’ha il genio dentro (…c’ha…), mica ci riesce a non essere geniale.
In cinque paroluzze ci mette dentro, se non tutto, perlomeno un sacco ma proprio un sacco di robe. Poi viene il resto della canzone, “…and what have you done…” e così via. Ma già la prima frasetta è densissima.
“…E così è Natale” sta un po’ per “…va beh, anche stavolta è arrivato…”.
Mi sembra che la frase si intoni bene ad un atteggiamento mentale e ad uno stato d’animo giusti per affrontare il Natale “onestamente”.
Da una parte, non si può dire che il Natale sia quella gran cosa. Per dirla con una preziosa espressione di Milan Kundera (Vedi “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, pag. 254), lasciamo questa illusione a coloro che si calano in un “accordo categorico con l’essere”.
Per semplificare il concetto, si tratta di quegli individui che vedono sempre ottusamente, ostinatamente, incrollabilmente, “inopinat-martellata-sul-diton-atamente” tutto rosa. Sono quelle persone che non hanno un briciolo di senso dell’umorismo, né uno straccio di auto-ironia. Sono quelli che non capiscono quanto la vita sia una tragi-giocosa accozzaglia di paradossi, una faccenda che se l’avessero data in mano a Mel Brooks da sceneggiare, non ne sarebbe uscito un guazzabuglio di tale ingegno comico.
Ecco allora che “…And so this is Christmas…” vuol dire anche “…va beh, Natale è arrivato, ma non è così grave…”. In questa ottica, si riesce persino a sopravvivere al turbinio “marroni-fugo” (sottoclasse della forza di gravità che si attiva per eccesso di peso specifico assunto dai coglioni, fino a grave rischio di inciampare nei medesimi camminando) di auguri che ci investe in questi giorni.
Ci si salva dagli auguri se si tiene ben fisso in mente il pensiero che in fondo in fondo non sono una cosa seria. E io personalmente mi salvo un po’ di più se ad ogni augurio ricevuto faccio riecheggiare dentro di me, come sottofondo ironico, la leggendaria frase di un vecchio personaggio del mio paese (purtroppo ormai morto da alcuni anni), la più sarcastica e caustica sagoma d’uomo che proprio nel periodo del Natale, e precisamente a proposito del “tema auguri”, era solito chiosare così: “…Seeehhh...i’t fàn i auguri d’ad ché, i auguri d’ad là, ma i’n vàdan l’ùra ca’t mör…” (“…Sìììì...ti fanno auguri di qua, auguri di là, ma non vedono l’ora che crepi…”).
Voglio dire, insomma: gli auguri, ma in generale tutto il Natale, il suo clima e ciò che ne consegue, si riesce a viverli più seriamente solo se ci si leva idealmente fuori dall’ottusità buonista, dall’entusiasmo “fasullistico”, dall’adesione ferrea ed incondizionata alle magnifiche sorti e progressive dell’ottimismo più “bambagesco”, lasciando invece che l’ironia, il disincanto e la leggerezza del vivere facciano il proprio dovere.
Detto questo, col cuore colmo di incoerenza logica e cristallina, porgo i più ironici auguri di buon Natale ai miei tre carissimi lettori. Grazie per la pazienza che dimostrate venendo a farmi visita di tanto in tanto: qui siete sempre i benvenuti.

venerdì 19 dicembre 2008

Ciàula scopre la città

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Quand’ero piccolo, tutti mi scherzavano…ah, no…quella era un’altra storia…
Ricomincio.
Ricordo che sin da quando ero piccolo ho sempre sentito parecchio il fascino della parola scritta. In particolare, capitava un evento periodico che attraverso i miei occhi di piccolo sognatore verbale si tramutava nella “gran sagra luminosa dell’alfabeto”: il giro in città.
Potrà sembrare strano, ma fino al giorno del mio ingresso al liceo, sarò stato in città forse non più di una quindicina di volte. Tanto per dare il senso della mia estrema “dis-urbanità” fino a quel momento: addirittura, le prime sere di quel mio primo anno scolastico lontano dal paese, andavo a letto con il pensiero di dover attraversare, la mattina seguente, l’ampio vialone trafficatissimo ai cui margini la corriera depositava la marmaglia studentesca. Una cosa per la quale mi sono sentito sempre abbastanza ridicolo, ma che ora, ripensandoci a distanza di anni, devo dire mi procura un piccolo moto di bizzarro orgoglio.
Stavo dicendo dunque dei rari giretti della mia infanzia alla volta della città. Di solito succedeva per qualche acquisto, scarpe, vestiti et similia, roba che mi ha sempre esaltato poco, a parte le volte che magari era prevista anche la compera di qualche giochino nuovo, soprattutto se si trattava di qualche scatola degli adoratissimi LEGO (…devo segnarmi di scrivere qualcosa sui LEGO…come ho fatto a non pensarci sinora?!?!?...).
Anche un bambinetto un po’ rannuvolato come me si rendeva conto che fra città e campagna passavano delle belle differenze. In città c’era tutto di più: più case, più strade, più gente, più asfalto, più auto, più finestre, più lampioni, più persone a spasso col cane, più cani a spasso senza padrone, più marciapiedi, più cacche di cani sui marciapiedi, ma soprattutto c’erano più scritte.
Scritte di su, scritte di giù, scritte di traverso, scritte grandi, piccole e medie. Scritte dal cielo a sotto i piedi, scritte dappertutto: “Stop”, “salumeria”, “su entrambi i lati”, “Upim”, “Ferramenta”, “Banca Popolare Civico Navale”, “bevete questo”, “mangiate quello”, “digerite quell’altro”.
Dal basso della mia proporzione bimbesca piazzata sul sedile posteriore, mi lasciavo attraversare da quel flusso alfabetico impetuoso, godendomi ogni singola sillaba che si riformava tangibile nella mia fantasia, mentre gustavo a piene sinapsi l’atto di ripetere mentalmente ogni parola.
C’erano parecchi aspetti belli di questa faccenda, sfumature che forse solo un bambino con la mente ancora linguisticamente in via di formazione, poteva apprezzare. Da grandi ci abituiamo a trattare le parole come se fossero etichette appiccicate sopra le cose da esse denominate. Invece no, per un bambino la parola (in virtù di una qualche sorta di magia attraverso cui tutti siamo passati ma che nel ricordo purtroppo non ritrova più la sua forza originaria), per un bambino, dicevo, in qualche modo la parola “è” la cosa stessa sulla quale essa si posa. La parola per un bimbo ha un qualcosa di fisico e di emozionale.
Sotto questo aspetto, il bambino è ancora in un certo senso un po’ medievale e un po’ un omino delle caverne. Attraverso le scene di caccia istoriate sulle pareti della sua grotta, l’uomo preistorico “pre-vive” la caccia stessa. Dimensione mentale e realtà si con-fondono, un po’ secondo un meccanismo simile a quanto accade nella simbologia medievale.
Medioevo e preistoria attraversavano anche il sedile posteriore della macchina di mio babbo, durante quelle spedizioni in città (e non solo nel senso che mio babbo ha sempre preferito comprare auto usate…).
Era divertente sentire le sillabe camminare con le proprie zampette contro la pareti della mia immaginazione. Le parole scorrevoli lette attraverso la cornice del finestrino si arrotolavano silenziose sulla lingua muta, senza tanto badare se il significato corrispettivo che si andava a formare nella mente fosse realistico o no. Mi facevo una scorpacciata di vocali e consonanti dalle mille fogge che nel loro alternarsi mutevole, nel loro abbracciarsi sonoro sbocciato nella mia testolina curiosa, immaginavo colorate delle più diverse sfumature.
Ed forse è in questo modo che poi si finisce per addentrarsi negli anfratti di un’infanzia strana, ma alquanto immaginifica.

giovedì 18 dicembre 2008

L'audience di Pavlov

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Dato che sono ancora in clima manieristico, ne approfitto.
Ieri sera su Italia Uno ho visto una cosetta che mi ha alquanto irritato, demoralizzato, deluso e allarmato.
Ora mi pare di sentire l'eco provieniente dal monitor del pc: "...Ecchesaràmmai? Forse che Studio Aperto dopo 10 anni ha dato una notizia alla maniera di un telegiornale vero?...".
Eh, va beh dai, adesso non esageriamo.
L'ho detto in premessa: sto parlando sempre in ottica manierista, per cui è pur sempre di un'inezia che mi accingo a tratteggiare i contorni. Ma certi aspetti della realtà che per una persona normalmente raziocinante possono passare tranquillamente inosservati ed essere classificati come secondari, per il manierista scrupoloso rappresentano invece gravi sintomi di distorsioni e stonature esistenziali.
Stavo provando a vedere un film (quello della ragazza col naso da maiale, roba impegnata, dev'esser stato lì lì per strappare la Coppa Volpi...e dire che in fase di risposta al commento di Farlocca facevo il difficile su Starsky e Hutch... :-), quando si insinua subdolo un messaggino promozionale iper-molesto.
Non sto mica parlando di uno spot durante un'interruzione della trasmissione, macchè, quella è roba superata, ormai ti fracassano le orchidee direttamente a film o telefilm in pieno svolgimento. Ma questo è stato niente.
L'odiosità più grande stava nei modi della promozione: il logo del canale spariva e si materializzava al suo posto quello di RaiTre. Una sorta di manina con una spugnetta cancellava il simboletto del canale concorrente, e subito appariva la scrittina RaiDue, e così via con tutti i canali più noti, fino alla ricomparsa finale del pataccone di Italia Uno, con a fianco la scritta in rosso: PROSSIMAMENTE.
Sarò paranoico io, ma per me questa cosa è sporca. E' sleale.
Innanzitutto sa tanto di mezzuccio di quarta categoria per accapararsi l'attenzione, e con mezzi poco chiari.
Ma, quel che è più grave, tratta lo spettatore come un idiota e nello stesso tempo è come una tacita ammissione che le trasmissioni di quella rete sono solo un pretesto per tenere lì incollata la gente per rimpinzarla di spot. Va beh che questo era più che chiaro da tempo, ma qui siamo all'ammissione spudorata.
Lo spettatore è considerato alla stregua del cane di Pavlov.
Ivan Petrovič Pavlov (Rjazan, 1849 – Leningrado, 27 febbraio 1936) , fisiologo, medico ed etologo russo, è passato alla storia per il celeberrimo esperimento dimostrativo del "riflesso condizionato". Lo studioso prese un cagnetto, presentandogli più volte del cibo unitamente al suono di un campanello. La vista del cibo faceva ovviamente salivare la bestiola.
Dopo diverse presentazioni di pappa più scampanellata, Pavlov rilevò che alla fine l'effetto salivatorio si verificava anche senza far vedere più nessun cibo, ma semplicemente col solo tintinnio del campanellino.
Per lo spettatore di Italia Uno si pretende un meccanismo simile: non gli deve importare nulla il contenuto, il tipo o il genere della trasmissione per la quale "si deve sentire in attesa". L'importante è che lui "si senta in attesa". Fa niente se insieme al campanellino non c'è nessun cibo: lui deve salivare alla vista del "prossimanente" nudo e crudo, condito di qualche trucchetto o poco più.

mercoledì 17 dicembre 2008

Blogger di buona maniera

(Foto-manierismo di Gillipixormo)

Mi sono già indebitamente magnificato qualche tempo fa, metaforizzandomi come il Superman dei blogger (leggete però qui per intendere il vero senso della cosa).
Ma oggi mi voglio proprio rovinare. Dunque aprite bene le orecchie perché stavolta la sparo ben grossa: non solo mi aggiro nei meandri del web sotto le mentite spoglie del mite Clark Kent, ma spennello anche articoli a destra e a manca come il Pontormo della blogosfera.
“…E’ andato…” penseranno i miei tre lettori, “…ce lo siamo giocati una volta per tutte, ed era quasi ora…stava soffrendo troppo nella sua prometeica follia…” (l’ultimo aggettivo è messo totalmente a caso, ci tengo si sappia).
No…è che mi sono reso conto di essere un blogger molto di “maniera”. Manierista, in poche parole. Infatti, non solo qui si va per pensieri, ma spesso son pensieri avvoltolati su se stessi, è un pensare rintorcinato attorno all’atto pensatorio medesimo.
Tutto questo mi offre lo spunto per parlare, ancora una volta manieristicamente, del Manierismo.
Si tratta di una dimensione artistica notevole, ma spesso viene erroneamente sminuita in seguito a populistici fraintendimenti. Dire di un artista che realizza opere in un ambito espressivo “di maniera” viene spesso inteso nel senso più ordinario della locuzione. Il manierista viene scambiato per una sorta di “copione”, uno che non ha una propria posizione originale nel discorso artistico, uno che non sa fare di meglio che “andar dietro la suonata” di un Maestro, ripetendo fino alla noia il suo stile, la sua “maniera” appunto.
D’accordo, in termini banali, manierista è anche questa roba qui. Ma il Manierismo nel senso più vero della parola è ben più nobile cosa. Il termine è stato coniato ad indicare il periodo immediatamente posteriore al Rinascimento, con la cui coda in qualche modo si confonde. Tuttavia, con qualche beneficio d’inventario, lo “spirito manieristico” può calzare a pennello per tutti i periodi storico-artistici di crisi e di transizione (mi viene in mente ad esempio la fase “ellenistica” nella lunga avventura del pensiero greco).
Quello manieristico è un atteggiamento di ripiegamento del pensiero su se stesso.
Le fasi “classiche” dell’arte assumono come proprio oggetto privilegiato la realtà come “dato di fatto esterno”, e ne trattano i temi illuminandoli con l’apollineo bagliore della ragione. Nelle fasi manieristiche invece, l’arte tende ad elevare se stessa e le proprie problematiche come oggetto del proprio discorso. Manierismo è quando l’arte si mette a parlare d’arte. Quando i toni chiaroscuri prevalgono sulla luce, e non è tanto insolito spaziare nei territori più bui dell’anima.
Da qui si può intuire tutta la portata di modernità e raffinatezza intellettuale implicata da tale atteggiamento estetico.
La riflessione da esso condotta è infatti votata all’interiorità, all’indagine psicologica, ai contorcimenti mentali più fini e minuziosi. Per questo la trattazione manieristica può apparire a tratti claustrofobica, labirintica, persino oziosa.
Il mondo del teatro contemporaneo attesta in pieno la modernità del manierismo: non sono un gran frequentatore, ma praticamente tutti gli spettacoli ai quali ho assistito negli ultimi tempi, in grado più o meno marcato, si misuravano col tema del “personaggio in cerca d’autore”, ossia con la riflessione del teatro su se stesso.

Pontormo (Jacopo Carucci - Pontormo, 1494 - Firenze, 1557), fra i manieristi, fu forse uno di quelli dotati della più stramba genialità. Un tipo che mi sarebbe piaciuto conoscere, se non fosse che fra noi manieristi la socialità non va tanto per la maggiore. Già il Vasari lo aveva inquadrato come un tipo schivo, introverso, propenso alla malinconia e alla bizzarria. Le sue sperimentazioni pittoriche introdussero ragionamenti artistici rivoluzionari per quei tempi. Come tanti geniacci della storia dell’arte, era probabilmente omosessuale.
Ci sarà dunque un motivo se io sono così tonto, ma per altri versi apprezzo tantissimo, nella sua accezione metaforizzata, il noto tubero giallognolo importato dalle americhe per essere gustato fritto, lessato o al forno.
Il parallelo fra il mio scrivere e la figura di Pontormo non ha infatti nulla a che vedere con la sua genialità artistica (absit iniuria verbis).
Il tratto d’unione sta invece nel diario giornaliero tenuto dal pittore. L’artista era solito annotare minuziosamente microavvenimenti quotidiani, con una pignoleria ossessiva che rifletteva tutto il suo vivere in un mondo quasi esclusivamente mentale. Ne parlò Vittorio Sgarbi in una sua trasmissione, e ricordo ancora un passaggio buffissimo citato dal critico d’arte. Pontormo scriveva una nota del tipo: “…sto cucinando un uovo sodo, mentre bussano alla porta…deve essere il Bronzino (suo allievo)…Cosa vorrà? Sarà bene aprirgli?...No, forse meglio fare finta di non essere in casa…” (non è una citazione letterale, solo un ricordo vago al quale ho forse aggiunto particolari miei, ma era per far intendere l’atmosfera della cosa).

Ecco dunque come le mie piccole incursioni periodiche a caccia di pensieri si dipanano di volta in volta in pieno spirito “pontormesco”, perché è così che mi piace fare. Perché pure io faccio flanella concettuale, cincischio le idee, mi inviluppo in spirali di pensiero e arrotolo lana riflessiva torno torno all’onfalo mentale.

martedì 16 dicembre 2008

Citizen dodger

(Delirium photo-construens de Gillipixelius)

Sono proprio un gran campagnolo. E anche uno della peggior specie, bisogna dire: un campagnolo suscettibile.
Mi devono aver fregato le ampie distese agresti fra le quali la mia labile mente è usa spaziare da anni. Sarà anche per via del mio assetto prossemico, formatosi talmente ai margini del consorzio umano, da risultare tarato su distanze fra un individuo e l’altro misurabili con tolleranza minima del metro e mezzo.
Fatto sta che quando cammino per le strade di città, mi sembra sempre di affrontare una folla di “Ludovichi” aspiranti “Fra’ Cristofori”.
Avete presente il famoso brano dei Promessi sposi?
Ludovico, orfano di un facoltoso mercante, si rode il fegato perché tutta la sua ricchezza non può “comprargli” lo stato sociale nobiliare. Un bel giorno, camminando su un marciapiede o una stradina che dir si voglia, incrocia proprio un nobilotto spocchioso: nessuno dei due vuole abbassarsi a cedere il passo. Ne scaturisce una baruffa durante la quale perde la vita il servitore di Ludovico, Cristoforo. Quell’episodio indurrà Ludovico a ritirarsi in convento, vestendo la tonaca proprio con il nome di Frate Cristoforo, per ricordarsi ogni giorno della sua passata ed insensata alterigia, costata una vita umana.
Ecco perché dico di essere un campagnolo perso. Credo infatti di essere il solo a notarlo, ma sui marciapiedi e ad ogni angolo della città, incrocio sempre gente che non vuole cedere il passo. Non che io abbia pretese particolari di ottenere il privilegio pedonale.
Tutt’altro: sono anzi dell’idea che quando due persone si trovano a dover condividere un passaggio piuttosto limitato, ciascuna dovrebbe fare il gesto di scostarsi leggermente, lasciando libero almeno una metà del cammino a chi sopraggiunge. Invece no, mi si parano innanzi spesso e volentieri dei tacchinacci impettiti che vanno come locomotive sui binari. Nemmeno che a spostarsi un mm. dovessero cadergli a terra la cresta e i bargigli con tutta la ruota.
Per mio conto è giusto spostarsi. E’ sintomo di civiltà. Piccolo, ma pur sempre un sintomo. Non vi saprei dire il motivo, ma mi pare invece che prevalga la convinzione secondo la quale se righi dritto ed imperterrito per la tua traiettoria, sei un vincente, sei un grande, sei uno sicuro di sé, sei l’uomo che non deve chiedere mai.
Questo volatile scritto mica vuol essere la dichiarazione di guerra dei bifolchi ai cittadini (non so se si è notato il tono faceto...). Ad onor del vero va dunque detto che per un novanta per cento dei casi si tratterà forse di pura distrazione e svagatezza. Quel che mi sembra di poter ipotizzare però, è che si tratti di un malvezzo tutto italico, un po’ come la sana abitudine “tricolore” di non saper rispettare le code.

Una piccola “prova del nove” l’ho avuta pochi giorni fa. Camminavo lungo una strada non molto larga, quando mi si profila all’orizzonte un piccolo drappello di persone. Arrivo a pochi metri da loro e mi appresto come al solito a grattugiarmi rassegnato la schiena contro il muro di una casa, quando, con somma sorpresa, vedo la comitiva aprirsi come le acque del Mar Rosso, alcuni scendendo dal marciapiedi, altri fermandosi ossequiosamente. Erano stati in silenzio fino a quel momento, ma non faccio in tempo a passare oltre che subito sento svanire nell’aria inequivocabili sonorità verbali del tipo: “…Ein, zwei, drei…kartoffeln uber alles, zimmer frei mit Zigfrid, Tristan und Isolde weltanschauung…”.

Brooklyn Dodgers era il nome di una gloriosa squadra di baseball anni ’50 della Grande Mela (poi trasferita ad LA per casini economici). Dodger significa appunto “schivatore”, colui che zig-zaga fra gli ostacoli urbani, nella fattispecie in mezzo al traffico.
Alla fine insomma è così che, ben insicuro di me stesso, rendendo tributo a questa luminosa tradizione sportiva, mi trasformo in un “citizen dodger”, ritrovandomi a schivare cittadini, a passeggio per le strade cittadine.

domenica 14 dicembre 2008

Tubolar joy

(Foto di Gillipixel)

E dire che la noia ha sempre spaventato anche me. Certe volte è difficile difendersi. Bisogna solo mettere il cuore in pace ed aspettare che passino i momenti di abulia più intensa, fiduciosi nella ciclicità dell'essere e nel ritorno di uno stato d'animo più curioso e disposto ad accogliere ancora motivi di stupore e freschezza.
Ma se penso alla gente che non sa dove sbattere la testa per vincere la noia. Tirano di coca, vanno ai 280 in autostrada, hanno bisogno dei fans, vanno coi trans, fumano il crack, si buttano in finanza e causano patatrack, scalano gli 8000, comprano un 2000 (cc.).
Se penso a questi qua e poi penso che a me magari capita di uscire fuori casa un attimo sotto la pioggia, reggendo con una mano l'ombrello e con l'altra la macchina fotografica, e sentire lo sguardo attratto da quattro tubi bagnati e uno zucchino (esso pure pioggioso). E scattare una foto e rendermi conto che, mio malgrado e senza averlo minimamente voluto, la cosa mi esalta. Sento a quel punto salire dentro di me l'interrogativo inquietante: dov'è che sto sbagliando? Sono così grave?

Accrosso lo univvesso mònno

(Foto di Gillipixel)

Con ritardo notevole rispetto alla sua uscita nelle sale dei cine (nel 2007, credo), mi sono visto il bellissimo musical "Across the universe". Non sto qui a tessere le strameritate lodi del film, perchè chissà in quanti altri siti o blog sarà già stato fatto. Per altro, questo è uno degli svantaggi del vedersi le opere cinematografiche a distanza di tempo: rimani un po' fuori dalla discussione nel momento in cui questa è più vivace.
Ma in questo caso devo proprio dire: per fortuna che me lo sono visto a casa da solo. Avessi dovuto condividere infatti la visione con una sala di spettatori al cine, sarebbe stato alquanto imbarazzante. Infatti, ho pianto come un idiota per quasi metà del tempo. Ma non si è trattato di commozione con sfumature meste, almeno credo. E' stata più un'emozione scaturita dall'incapacità di trattenere dentro me la smisurata bellezza che sentivo fluire in tutto il corpo e in tutto lo spirito.
Ho avuto la conferma del fatto che, pur non capendo fino in fondo il come, nè il perchè , nè in seguito a quale origine del fenomeno, i Beatles mi scorrono nel sangue, le loro note sono incastonate nel mio DNA emozionale.
Le loro canzoni sono semplici e spesso proprio per questo anche parecchio snobbate. Ma credo si tratti di un grande equivoco: la magia di quelle musiche sta proprio in quella disarmante semplicità, capace di fare in modo che dentro di esse si ritrovino dimensioni estetiche che a ciascuno sembrano essere esistite "da sempre" nelle profondità del proprio cuore e della propria anima.
Come giustamente dice l'arrangiatore delle musiche per questo film, Elliot Goldenthal, ciascuna canzone dei Beatles è un "piccolo sistema solare".
L'unico appunto da fare al film (ma solo in senso affettuoso) è il fatto di durare soltanto 2 ore e 8 minuti.

sabato 13 dicembre 2008

Mini-illuminazioni

(Foto di Gillipixel)

Non so se capita pure a voi. A me ogni tanto succede. Sono lì intento a badare ad azioni quotidiane che non esigerebbero particolare impegno meditativo, quei piccoli gesti banali che ripeti quasi in automatico, e di colpo la mia attenzione isola un dettaglio dal contesto, una "virgola" nel paesaggio, un elemento piccolo nella mia porzione di campo visivo del momento, capace di far scattare in me una sorta di "mini-illuminazione".
E' curioso quando succede questo fatto, perchè la sensazione è simile a quella provata di fronte a quelle sequenze usate dai registi che con il linguaggio cinematografico intendano trasmettere l'idea del viaggio nel tempo, non so se avete presente.
La "mini-iluminazione" è così: un misto di senso di vertigine, al tempo stesso rassicurante e col gusto della sfida mentale; un senso di viaggiare molto forte, pur rimanendo dove si è in quell'istante; un senso di precipitare risucchiati dalla forza di gravità riflessiva, con le stesse modalità dei "tuffi nel vuoto" dei sogni, ma il tutto pervaso da un'atmosfera emotiva ben più piacevole.
Mi è successo l'altro giorno. Guidavo verso l'ufficio, e stavo prendendo su la solita curvetta, del solito svincolo, alle solite porte, della solita città in cui lavoro. Faceva ancora buio, perchè partendo io dalla profonda campagna per arrivare in orario, è così che succede in questa stagione.
Lo svincoletto fa una piccola salita ed i fari, radendo l'asfalto sino al ciglio erboso, hanno illuminato un'erbaccia. L'effetto di per sè è stato anche cinematografico, volendo, tra giochi di luci ed ombre, di fari e lampioni, asfalto lucido di pioggia e silhouette di guard-rail snodate sul buio.
Ma era pur sempre un'erbaccia, lo stelo inelegante di una pianticella selvatica che con le sue tre fogliette striminzite si ergeva una trentina di cm. più alta del tappetino di erba gatta verde -catrame che di solito correda i cigli stradali.
La "mini-iluminazione", così come mi è scattata, ha avuto subito un sapore intenso di dignità. Un'erbaccia insignificante mi stava trasmettendo parecchia poesia. Se ne stava lì serena, pur essendole capitato chissà come di crescere in quel posto infelice, ricevendo le sferzate d'acqua sollevate dagli pneumatici dei veicoli, ma trasmettendo in ogni modo anche un senso di paradossale fermezza instabile.
Poi la "mini-iluminazione" si è espansa e ramificata, intruffolandosi lungo direttirci di senso parallele a considerazioni sui destini umani. Quella piccola "pianticella-guard-rail" è nata lì forse per il capriccio del vento, che un giorno ha fatto volare il suo seme fino a quella piccola fetta di terreno. Forse è stato invece per il ghiribizzo di un uccellino, che si è ritrovata con le radici affondate ai bordi dell'asfalto.
Succede anche agli uomini. Il seme del nostro esistere è volato un giorno da qualche parte, provenendo da chissà dove o anche da nessun dove, e siamo nati in Italia o in Africa o in America, musulmani o cattolici o ebrei. Siamo nati in una famiglia abbastanza benestante, oppure povera, tradizionalista o progressista.
Nella vita dobbiamo subire le frustate d'acqua e polvere sollevata dalle gomme degli eventi, oppure gli agi di una serra temperata e soleggiata sempre nel giusto grado.
Una sola cosa però accomuna tutti, erbacce, fiori pregiati, piante secolari o steli d'erba, uomini e donne diseredati, o fortunati, ricchi o poveri, sapienti o ignoranti: la dignità insita nella sfida rappresentata dal vivere di ciascuno.

giovedì 11 dicembre 2008

Diabolus ex machina

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Gli aspetti più familiari della realtà sono spesso quelli sui quali si riflette di meno. Li abbiamo sotto gli occhi tutto il giorno e la forza dell’abitudine fa assumere loro un’aura di scontata naturalezza pressoché indiscussa. Ma basta scostarsi un metro di lato, dare un’occhiata da una prospettiva inusuale, che subito si possono notare dettagli nuovi, risvolti non pensati, fecondi spunti per ragionamenti originali.
Non sto parlando di chissà quali rivoluzioni culturali. Mi riferisco solo ad un pizzico di spirito critico in più. Una maggior propensione a “problematizzare” i dati del mondo, a rimescolarli per riuscire forse a percorrere strade del pensiero ancora inesplorate. Un po’ nell’ottica dell’aneddoto del piccolo Gauss, ricordato l’altro giorno. Non c’è bisogno di avere la genialità di Gauss, né di raggiungere i suoi strabilianti risultati. Ognuno può riuscirci, basta mettere un po’ da parte la pigrizia mentale (sostanza della quale, purtroppo, pure io per primo sono un accanito assuntore).

A volte, per spostare la messa a fuoco sulle realtà osservate, è utile vederle attraverso metafore. Una metafora interessante mi sembra questa: le nostre città, i paesi ed ampi stralci del territorio sono percorsi da una circolazione “elettrico-sanguigna” socialmente e materialmente infetta. Eppure è una presenza tanto radicata che difficilmente viene vista nell’ottica del male necessario, come in effetti le competerebbe.
Mi riferisco al traffico automobilistico.
L’immagine della rete di “vene ed arterie elettriche” mi sembra piuttosto calzante, particolarmente se abbinata all’idea dell’infezione. L’insieme rende infatti ben conto della mistura esistenziale ed artificiale del fenomeno. Il riferimento non è infatti indirizzato al banale paragone fra il reticolo delle strade e l’apparato circolatorio umano, con l’aggiunta di una stravaganza elettrica tanto per fare un po’ di fumo metaforico.
L’associazione di idee alla quale penso è più sottile e coinvolge direttamente l’immaginario comune di ogni persona.

La “dimensione trafficata” è una connotazione ormai radicalmente sovrapposta all’immagine delle strade, facendo di ciascuna di esse uno spazio mentalmente interdetto alla “dimensione a misura d’uomo”.
La “misura d’uomo” prevede lo spostarsi al massimo dei massimi a 40 km. orari (ma solo se vi chiamate Usain Bolt, oppure, qualche tempo fa, Pietro Mennea). Nella normalità, i 10 all’ora circa sono la consuetudine.
La “misura d’uomo” prevede di poter sostare, salutare eventualmente i propri simili, o chiacchierare con loro, osservare con calma le cose, poter perdere eventualmente tempo.
La “misura d’uomo” prevede spostamenti in sicurezza, senza la continua minaccia di un bolide di ferro che rischia di “farti sfracellare” contro di esso.

La strada destinata al traffico automobilistico è invece perennemente ammantata dall’aura ostile della velocità. Non importa se in un dato momento, su quella specifica strada, non stia transitando nessun veicolo. Nella nostra “visione urbana immaginata”, nella nostra mappa mentale e percettiva del tessuto della città, quella porzione di spazio è ormai un flusso continuo di interdizione alla “misura d’uomo”. Qui si fa pregnante il parallelo con l’elettricità: la strada trafficata reca infatti continuamente istoriato su di sé un virtuale e perenne “chi tocca muore” psicologico, che nella peggiore eventualità può purtroppo sfociare in conseguenze fisiche ben concrete (vedi alla voce “incidenti”).
La “trafficatezza” è una sorta di tunnel di disumanità associato con gradualità crescente a ciascuna strada, in proporzione alla mole di veicoli che ci si aspetta di veder passare su di essa.
In questo senso, la moderna strada votata all’automobile e l’agorà greca (oppure il borgo medievale) stanno agli antipodi della scala di civiltà.

Ecco allora come la “dimensione automobilistica”, una volta rimescolati i suoi tasselli connotativi, calandoci nei panni di una specie di novelli piccoli Gauss, ci può apparire tutt’altra cosa di quell’Eden pubblicitario ammannito tutte le sere insieme alla cena.
In definitiva, l’automobile ci serve. Purtroppo. Come detto sopra: è un male necessario.
Ma per favore, la smettessero di continuare a menarla che è disegnata intorno a me.

martedì 9 dicembre 2008

Il trucco c'è, se lo sai vedere

(Fotomontaggio di Gillipixel...purtroppo)

Vorrei parlare dell’aneddoto del piccolo Gauss. So che sarà stranoto praticamente a tutti i miei dottissimi lettori, ma mi è sempre piaciuto un sacco e ritengo che sia il più bell’esempio del concetto di “problematizzazione” della realtà, per cui lo vorrei riproporre qui.
Narra la leggenda che il piccolo Gauss si trovava a scuola e ad un certo punto il maestro, dovendo concentrarsi alla cattedra per alcuni minuti su un proprio impegno personale (fonti ufficiali dicono che si apprestava a correggere i compiti della classe dei più grandi; voci malevole sostengono invece che doveva scrivere una lettera appassionata alla fidanzata), assegnò alla classe un compito. Un calcolo un po’ noioso e bovino, tanto da tenere impegnati i bambini per un po’ di tempo e niente più: dovevano fare la somma di tutti i numeri da 1 a 100.
I bambini ordinari si misero diligentemente ad eseguire la somma, singolo numero più singolo numero (come avrei fatto io, suppongo, essendomi conosciuto da bambino). I più discoli forse si misero a sparare per tutta la classe chicchi di riso con le cannucce ricavate dallo stelo delle spighe (ammesso che si fosse verso la fine di maggio, sul finire della scuola, quando le messi iniziano ad imbiondire).
Solo il piccolo Gauss trovò la maniera di disubbidire in forma geniale. Riorganizzando i dati del compito assegnato, lo trasformò infatti in un problema.
Cosa notò facendo scorrere a mente l’intero “spettro” dei numeri da trattare?
Si accorse che dividendo a metà la sequenza da 1 a 100, e sommando opportunamente ciascuna coppia così ottenuta (1+100, 2+99, 3+98, e così via sino a 50+51) si ottenevano 50 somme il cui risultato era 101. A kleine Gauss bastò un attimo allora per capire che eseguendo il prodotto 50X101, si otteneva il risultato voluto, ossia 5050.
Non è dato sapere come reagì il maestro quando si vide arrivare alla cattedra il piccolo Gauss dopo un minuto, già con il risultato bell’e pronto. Io propendo per l’incazzatura, ma quel che conta in questa sede è che l’episodio legato all’infanzia del grande matematico racchiude in sé anche un po’ lo spirito che spero di infondere ogni volta che mi gira di andare per pensieri. Mica mi voglio paragonare alla genialità di Gauss, ci mancherebbe. Tra l’altro, non sono mai stato neanche particolarmente brillante in mate.
Solamente, è l’idea di cercare di vedere le cose in modo diverso, che mi affascina. Che poi ci riesca o no, è un altro discorso. L’importante è provare a rimescolare i dati concernenti un certo contesto, per vedere se il nuovo scenario che ci si presenta è capace di raccontarci di più di una semplice disposizione banale degli elementi in gioco.

venerdì 5 dicembre 2008

Just for the Hell of it...

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Ho sempre fatto fatica ad essere sintetico, quando scrivo. So che si tratta già di un limite notevole nei tradizionali contesti cartacei, ma mi rendo conto ancor di più che, in un ambiente lanciato alla velocità del pensiero come quello di internet, questo fatto diventa una tara molto penalizzante per la mia prosa.
Me ne rendo benissimo conto.
Però mi ritrovo anche a constatare ogni giorno di più che andando su con gli anni si acquisisce una dose di donchisciottismo crescente, per cui si è sempre più propensi ad andare a sbattere contro i mulini a vento piuttosto che adeguarsi alle esigenze dello spirito del tempo.
Anche correndo l'altissimo rischio di scoraggiare il lettore, preferisco dunque scrivere una cosa piuttosto lunga, ma voglio gustarmi il piacere di dire tutto quello che sento di dire a proposito di un certo tema che mi sta a cuore, e voglio prendermi tutte le parole che sento necessarie per farlo.
Certo, la sintesi rimane un imperativo imprescindibile. Mica sto dicendo che ci si possa dilungare in papiri assurdi che non fanno altro che menare vaniloquio per l'aia.
Ma un mio ipotetico lettore lo immagino in vestaglia e pantofole, con il mouse in una mano ed il caffè nell'altra (anzi, meglio se con un bel bicchierozzo di Chianti). E soprattutto lo immagino come uno che si sta prendendo un po' di tempo gratuitamente, per il gusto di farlo o, per dirla con un'espressione mutuata dal vecchio Holden Caulfield, "...just for the Hell of it...".
Ecco l'esatto motivo per il quale immagino il mio lettore si metta a leggere: "...just for the Hell of it...".
Dice: ma questa è la società della velocità, la gente non ha più tempo, deve correre, va di fretta...
Beh, io rispondo: vale la pena fare piccoli tentativi, mettere piccoli tasselli di pensiero, per vedere di attenuare questo balordo modo di interpretare il mondo.
Per alcuni anni ho fatto a tempo perso il corrispondente di provincia, scrivendo notiziole dal mio paese. Ad un certo punto, la direzione decise di cambiare le dimensioni del giornale in formato tabloid. Ci fu una riunione di tutti i corrispondenti e il direttore procalmò solennemente che dovevamo scrivere articoli più brevi, perchè "...oggi la gente non ha più tempo di stare lì a leggere cose troppo lunghe...".
Quella frase mi procurò un attacco di bile, nonchè accessi ripetuti di febbre terzana e quartana. Se uno, nel corso della sua giornata, non trova il tempo di leggere tre colonne di giornale anzichè due, primo, non si rende nemmeno conto di quanto stia messo male, e secondo (come diretto corollario della prima condizione) ha un sacrosanto diritto all'eutanasi passata gratuitamente dalla mutua.
L'atto del leggere deve mantenere il diritto di essere esplorato con calma. E scrivere, per conseguenza, deve poter essere fatto nella consapevolezza che dall'altra parte si ritroverà un lettore sereno e disposto all'ascolto, non un bulimico verbale capriccioso e viziato da rimpinzare di clamore ed effetti narrativi da baraccone.
Ricordo un episodio letto su un romanzo di Milan Kundera (anche se purtroppo non mi sovviene ora quale romanzo fosse di preciso...la memoria non sarà mai il mio mestiere...).
Un giovane ancora molto inesperto delle cose dell'amore si era fortemente invaghito di una signora bellissima e al tempo stesso praticamente inarrivabile per lui. In qualche modo aveva trovato il coraggio di dichiarare la propria passione alla donna e il suo desiderio fortissimo di fare l'amore con lei. La donna, tanto affascinante quanto perfida, si era voluta prendere gioco del giovane sottoponendo ad una crudele prova il suo supposto amore: lo aveva fatto denudare e, presa una sveglia, lo aveva sfidato a dimostrarle la sincerità della sua passione concretizzandola nel giro di un minuto con un'erezione.
Travolto dal marasma emotivo, il giovane aveva ovviamente fallito il "compito".
Ecco, quando scrivo, non mi voglio sentire di fronte al lettore come quel giovane si sentì di fronte alla donna tanto desiderata (e soprattutto spero che nessun lettore mi vorrà vedere in quelle condizioni, ma questo è un altro discorso).

martedì 2 dicembre 2008

Del SarchiaGuffin, ovvero il MacChiapone

(Foto di Gillipixel)

Rimanendo in tema di artifizi o stratagemmi cinematografici e narrativi, vorrei sottolineare oggi l'importanza del "sarchiapone".
Detta così pare proprio che vi stia prendendo in giro, ma lasciatemi spiegare.
Alcuni ricorderanno lo strampalato e simpatico nomignolo associato ad una celeberrima scenetta recitata ai tempi della tv in bianco e nero da Walter Chiari e Carlo Campanini.
Ma saranno in pochi coloro a sapere come del concetto "sarchiaponesco" lo stesso maestro del cinema Alfred Hitchcock abbia fatto spesso uno dei punti cardine delle trame dei suoi film.
Lo sketch di Walter Chiari si svolgeva nello scompartimento di un treno. Campanini viaggiava con una gabbietta coperta da un telo, e con una scusa, informava gli altri viaggiatori che dentro al piccolo contenitore c'era un animaletto poco conosciuto, un sarchiapone appunto.
Da quel momento, la curiosità si metteva a regnare sovrana nella piccola comitiva, e Campanini se la gustava alimentandola sempre più, aggiungendo particolari sulle caratteristiche dell'enigmatico animaletto che, lungi dal chiarire le idee, non facevano altro che aumentare l'alone di mistero intorno ad esso.
Via di questo passo, il bravo attore faceva leva soprattutto sul senso d'orgoglio degli altri viaggiatori di non palesare la propria ignoranza, cosa che riusciva particolarmente efficace con Walter Chiari, che abboccava al tranello millantando conoscenze sarchiaponesce eccezionali.
Dopo un crescendo di rivelazioni (sempre più "efficaci", ma al contempo sempre più nebulose) sulla temibilità della bestiola, tutti i viaggiatori sceglievano di cambiare scompartimento ormai terrorizzati da quella tremenda belva nella gabbietta, mentre il solo Walter Chiari rimaneva con Carlo Campanini, vincendo la propria paura pur di non smentire la sua cultura sarchiaponica.
La scenetta si concludeva con la rivelazione dell'identità della bestiola: il sarchiapone non esisteva, la gabbietta era vuota, era una pura invenzione per spaventare i viaggiatori e ritrovarsi nell'agio di un bel scompartimento vuoto tutto per sè.
All'invenzione narrativa che sta dietro allo sketch del sarchiapone, fa riferimento anche Hitchcock in una lunga e bellissima intervista rilasciata a Francois Truffaut, divenuta poi uno dei più bei libri mai scritti sul cinema.
Il meccanismo è il medesimo, compresa l'ambientazione sul treno, con la differenza che, il tremendo animaletto, il mago del brivido lo chiama "MacGuffin".
Che cos'è dunque il "Sarchiapone-MacGuffin"nei film di Hitchcock? E' esattamente un "mistero vuoto", un pretesto che calamita la curiosità dello spettatore intorno al suo "essere nascosto" e si carica talmente di aspettativa e di suspence, da far perdere l'importanza della sua effettiva motivazione, se non della sua esistenza stessa.
Un MacGuffin clamoroso Hitchcock lo mette in gioco nel bellissimo "Intrigo internazionale" (con un lunatico Cary Grant e una divina Eve Marie Saint): sfido chiunque di voi che abbia ben presente la trama del film (è quello che si conclude con la celeberrima scena a picco sulle teste dei presidenti d'America, scolpite sulle pareti rocciose del Monte Rushmore) a indicare il motivo vero di tutta la sarabanda di rocambolesche vicende in cui viene coinvolto Cary Grant.
La "causa" per cui i cattivoni di turno (James Mason e un giovane Martin Landau pure) si arrabbattono tanto a rendere la vita impossibile al povero Cary Grant, non viene mai spiegata, nemmeno alla fine della storia, proprio perchè non ha nessuna importanza che sia una formula legata agli armamenti nucleari oppure un segreto industriale: quel che conta è che, forte del suo nascondimento (proprio come il sarchiapone nella sua gabbietta), la "causa" tenga alta la tensione, l'attenzione e la curiosità nello spettatore.
Traslando il concetto dal cinema alla vita quotidiana, è interessante infine notare come siano in molti coloro che fanno del sarchiaponismo uno stile di vita.
Per fare solo alcuni esempi ecaltanti che mi sovvengono al momento, si potrebbe citare il grande playboy che infila prede amorose una dietro l'altra soprattutto curandosi di tener alimentato il suo stesso mito, oppure il piccolo imprenditore ambizioso che a colpi di sarchiaponate, crea dapprima un impero mediatico, riuscendo, vieppiù MacGuffinneggiando, a diventare addirittura capo del governo (e come nelle migliori pellicole, ogni riferimento a persone o fatti realmente esistiti è puramente casuale).

lunedì 1 dicembre 2008

Provaci ancora S.A.M.

(Foto, e sfotacchiamento sovrapposto, di Gillipixel)

C’è un aspetto del meccanismo cinematografico che mi ha sempre fatto pensare. Si tratta di un elemento narrativo dei film che può essere anche potenzialmente nocivo per l’immaginario collettivo. Va beh, non sto certo parlando di una calamità, rimane comunque un dettaglio sottile. Ma è anche pur vero che qui stiamo andando per pensieri, mica per balene.
Volendo riassumere il fenomeno a cui mi riferisco, con un’espressione sintetica lo chiamerei il “sequenzone accelerato macrotemporale” (S.A.M., per gli amici).
Sono quei “rammendi” che il regista o lo sceneggiatore piazzano ad un certo punto della loro storia per tenere insieme le parti cruciali. L’opera cinematografica in particolare, e quella narrativa in genere, si differenziano dalla vita concreta soprattutto per la soppressione dei tempi morti. Questo avviene, primo, per un motivo ancor più banale di un cazzotto sul naso, ossia per il fatto che un film dura circa un paio d’ore e per forza di cose non può che essere sintetico. Secondo, perché proprio in ciò risiede il senso dell’arte del raccontare: cogliere lo straordinario della vita.
Se un film parla, ad esempio, della biografia di un grande campione di baseball (mi viene in mente “L’idolo delle folle”, del 1942, con Gary Cooper, dedicato allo sfortunato campione dei New York Yankees, Lou Gherigh, ma anche tanti altri bei film ispirati alla realtà o a storie di fantasia, come “Il migliore", con Robert Redford, “L’uomo dei sogni”, con Kevin Costner), la storia si dipanerà lungo punti nodali: il giorno in cui la giovane promessa scopre il suo talento, quando in seguito viene notato da un talent-scout, la partita (se non l’azione specifica) che dà la svolta decisiva per la conquista del successo, e così via.
Ma anche se la pellicola racconta di una vita più comune, ad esempio quella di un impiegato del catasto (chissà perché, poveracci, vengono sempre presi a modello per esistenze piatte…magari se la spassano da matti, vai a sapere), si va sempre avanti per momenti focali: l’incontro con la ragazza della vita, i passaggi più importanti della loro storia d’amore, un episodio eccezionale che contrasta fortemente con la presunta piattezza della sua vita catastale, ecc.
Ma i passaggi chiave, quelli ad “intensità esistenziale” straordinaria, spesso hanno bisogno di raccordi narrativi più diluiti, vuoi per necessità di sostenere la storia, vuoi per dare tregua allo spettatore fra una “scena madre” e l’altra, preparandolo così ad apprezzare meglio ciascun acme emotivo del racconto.
È lì che entra in scena S.A.M., il sequenzone: ti fanno vedere il campione di baseball che in pochi minuti affronta interi campionati sotto ogni tipo di intemperie, sollevando coppe, battendo fuoricampo a raffica, mentre i suoi capelli si fanno un po’ brizzolati e un sottofondo musicale scelto ad arte commenta questa cavalcata nel tempo.
Oppure, il nostro impiegato che affronta valanghe di pratiche, fino a scalare, nel giro di poche scene, tutti i gradi dirigenziali dell’ufficio, assumendo posizioni di comando e coronando una carriera che s’intona perfettamente alla sua vita sentimentale (…minchia, che filmaccio dev’essere questo qui…).
Ma dove sta la fregatura?
Il povero impiegato del catasto reale, quando si presenta nel suo ufficio reale farcito di blandizie filmiche e si aspetta di vedere le pratiche “autoevadersi” in un “sequenzone accelerato macrotemporale” rapidissimo che copra in poche scene, non dico l’arco di tempo da oggi fino alla pensione, ma perlomeno le otto pallose ore che lo separano dalla fine turno serale, rimane deluso da bestia, perché le pratiche rimangono lì, statiche come macigni, e per togliersele dai piedi ci vogliono esattamente tutti i secondi, contenuti in tutti i minuti che servono per sfangare tutte le fottute otto ore.
È questo dunque che il “sequenzone accelerato macrotemporale” dei film (insieme a tanti altri fattori moderni dell'interpretazione e del sentimento del tempo, non dico di no) provoca in noi: ci rende meno capaci di sostenere la “durata”, di reggere la concentrazione, ci predispone psicologicamente ad essere in difficoltà di fronte all’attesa nei tempi lunghi.

domenica 30 novembre 2008

Flessibile e precario?

Credevo di essere pigro, un tipo malinconico pure. Autoironico? Sì, anche quello, un po' sì. Uno che ha delle curiosità, ma senza esagerare.
E se c'è uno che ha sempre portato avanti un programma rigoroso per coltivare una sana asocialità, quello sono io, ma allora, com'è che, per dirla con Giovannino Guareschi, pur non essendomi mai pentito di aver fatto domani le cose che potevo fare oggi, mi sono ritrovato classificato fra i portatori di idee flessibili e precarie?
Dovrò impegnarmi di più a seminare il supremo "credo del dubbio" se vorrò guadagnarmi l'ambito passaggio alla lista di destra...

sabato 29 novembre 2008

La vita vale la pena di essere scritta

(Foto di Gillipixel)

"...mi sono chiesto se non è solo per leggerezza che, finora, ho ripercorso gli avvenimenti della mia vita nell'ordine in cui sono accaduti, sì, quasi con la precisione di un cronometro. Non mi ero forse detto che la sola vita che si possa davvero definire mia, era quella che mi turbinava in testa a seconda di come soffiava il vento dei ricordi?...[...]...Come diavolo è andata a finire così, mi chiedo? E forse comincio a capire che la mia seconda vita, ingovernabile come una tempesta con i suoi lampi di ricordi, non può essere scritta. E neppure è più vera dell'altra, quella che inizia con la mia nascita o quel che si vuole, perchè tutte e due, alla fin fine, non esistono che nella mia testa. Per quel che riguarda la verità di entrambe, quindi, sono ugualmente in alto mare. Chissà se Defoe mi avrebbe potuto aiutare in proposito, lui che scriveva per evitare di vivere?..."


"La vera storia del pirata Long John Silver"
-
Bjorn Larsson (1995)


Un aspetto della malia dello scrivere (questo, attribuito a Daniel Defoe dal vecchio Long John Silver) che è componente necessaria (anche se non sufficiente) dell'animo di tutti gli amanti di questa forma di comunicazione. Anche per l'autore più impegnato, per quello che affronta i temi di più stretta attualità, di carattere sociale, o politico, sapere che la scrittura può portare momentanemante fuori dal flusso della vita, può far immergere in una distillata e distaccata dimensione consolatoria, è forse il movente che più di ogni altro spinge a mettersi lì con una penna in mano o a pigiare i tasti del pc.
Da questo deriva un fatto paradossale: anche il più disimpegnato degli autori, il più codardo fuggiasco narrativo che sceglie la scrittura proprio per la sua dimensione di distacco dalla vita vissuta, è capace di cogliere ed evidenziare tratti preziosi nella descrizione della vita, e mettersi così facendo "a servizio della vita stessa".
In questo senso, anche per la scrittura, vale un discorso analogo a quello fatto spesso riguardo alla musica, per la quale le distinzioni di genere (rock, classica, pop, ecc.) hanno più una validità cronologica che non di merito: la distinzione fra scrittura impegnata e scrittura disimpegnata ha infatti valore forse puramente classificatorio. La vera distinzione, come per la musica, è fra buona e cattiva scrittura.
La buona scrittura sa cogliere la quintessenza del vivere e ci aiuta, per quanto di sua competenza, a misurare continuamente il grado di validità dell'espressione "la vita vale la pena di essere vissuta".

giovedì 27 novembre 2008

Audio ergo sum

(Foto di Gillipixel)

Ascoltare mi è sempre piaciuto molto.
Non che voglia vantare una sensibilità fuori dal comune, oppure una particolare capacità di nutrire empatia in speciale misura verso gli altri. Chissà, fra le cause ci sarà sicuramente il mix esplosivo di timidezza e pigrizia che mi correda l’animo sin dalla tenera età. Fatto sta che ho sempre trovato molto più affascinante l’ascolto rispetto al pronunciarmi, rispetto ai momenti in cui si è chiamati a parlare.
Una radice storica di questa cosa credo di poterla individuare. Dev’esser stato per via del crocchio.
Nell’aia della Casa Vecchia, quando ero bambino, era un appuntamento fisso di quasi ogni serata dal clima gradevole, dalla tarda primavera fino alle soglie dell’autunno. Diverse donne, e anche qualche uomo più incline alla loquela, si sedevano in circolo e stavano lì a chiacchierare senza meta. Sembrava quasi un rito celebrato nel nome dell’enigmatica piacevolezza dell’Inutile, anticamera e preludio dell’altrettanto grande mistero del sonno.
Noi bimbi potevamo intrufolarci solo ai margini. Sia fisici che discorsivi. In un’atmosfera quasi “alberodeglizoccoliana”, non era previsto che i piccoli intervenissero più di tanto. Poi, i pochi miei coetanei presenti si rompevano presto le scatole e toglievano il disturbo, soprattutto il proprio, preferendo magari un giretto in bici. Io invece mi sentivo affascinato da quel microcosmo linguistico ancestrale, anche se all’epoca ovviamente non avevo la più pallida idea che si potesse chiamare così, e rimanevo tutto il tempo, fino all’ora di andare a letto.
La Casa Vecchia era un piccolo quartiere in miniatura. Quattro fette di casa affiancate per ospitare modi di vita piombati sostanzialmente simili dal Medioevo sino ai tempi della mia infanzia. Il “bagno” fuori, il “fuoco a letto” d’inverno, la luce coi fili a vista, come venature cresciute sopra la pelle dei muri, il pollaio “coccodiante”, le gabbie dei conigli, fonte di tenerezza in pelliccia.
Era il tempo che le lucciole cominciavano già ad “impasolinirsi”, ma se ne potevano vedere ancora in discreti sciami, grattarsi le pance radenti sopra i baffetti delle spighe di grano. Di grilli invece ce ne son sempre stati a volontà: le chiacchiere delle donne si impastavano lente con il loro cri-cri di sottofondo senza sosta.
Le donne parlavano rigorosamente in dialetto. L’italiano era una sorta di idioma inferiore per damerini pallidi, incapace di rendere con efficacia la coloritura di certi fatti meritevoli di essere condivisi col racconto. Ancora oggi, le volte che mi scappa un’espressione dettata dalla spontaneità, di primo acchito mi viene da spiattellarla in dialetto.
Anche se in seguito ho imparato ad apprezzare la lingua di Dante e Manzoni nel pieno fulgore della sua bellezza, e ogni giorno questa fascinazione si rinnova e si arricchisce, non di meno il mio dialetto, conosciuto e praticato nella sua forma genuina da non più di qualche centinaia di parlanti, rimarrà per sempre come una placenta gergale entro la quale la mia immaginazione espressiva è stata cullata nei momenti cruciali della sua formazione.
Erano chiacchiere leggere, quelle delle donne nell’aia, di una leggerezza dignitosa e radicata. Ricordi di quando le più anziane erano state mondine. Qualche commento, sgangherato ma denso di saggezza popolare, ai fatti sentiti in tv. Un cenno alla sorella del tale, che ha sposato quel tipo, il figlio di “coso”, che era andato a stare a Milano per aprire una farmacia in società col genero del fratello di “bagaglio”…mentre la scia della ricostruzione parentale si avvoltolava lenta nell’aria insieme alle volute di fumo dello zampirone, messo in mezzo al cerchio delle chiacchiere per attutire la ferocia proverbiale delle “nostre” zanzare…

Alla fine, non lo so se sono una persona capace di ascoltare. So solo che mi è sempre piaciuto molto.

mercoledì 26 novembre 2008

Consumo e felice

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Ohi ragazzi, ma voi avete cominciato?
No, dico, lo sapete che ci dobbiamo mettere di buzzo buono ed attaccare a darci dentro coi consumi come dei dannati, vero?
Io non credo di essere mai stato un cittadino modello, ma stavolta ho deciso che era ora di riparare alle mancanze del passato. Così, mi sono armato di tutto il mio senso civico e adesso voglio consumare.
Lo pretendo, è un mio diritto-dovere.
Prima cosa, sto tenendo i termosifoni accesi a palla 24 ore su 24, e nel frattempo porte e finestre rigorosamente spalancate. In questo modo, posso permettermi il lusso di continuare a rimanere vestito invernale di tutto punto, consumando così cappotti e scarpe anche in casa.
Le porzioni di cibo ora le calcolo almeno tre volte tanto rispetto a quello che mi sento di mangiare: stanti questi ponderati calcoli, si determina un meccanismo virtuoso di consumi tale per cui i due terzi avanzati passano nella ciotola del gatto, e da qui, il terzo finale che non riesce a superare l’arduo scoglio del vaglio felino, a gatto strasatollo finisce direttamente nella pattumiera.
Che ci volete fare, noi in famiglia siamo fatti così: quando sono in gioco l’utilità sociale ed il dovere civico, anche il gatto è della partita.
E se, cammin consumatorio facendo, nell’angolino più remoto della coscienza si farà umilmente strada il siffatto velato interrogativo: “…cosa ne sarà poi di quelle 30 camice nuove che intasano l’armadio, delle 42 cravatte fiammanti, dell’ultimo modello di tosa erba SUV cabrio gommato antineve, di quel paio di raddrizza-banane firmati Dolce&Gabbana stipati in garage, del grattugia-struzzi turbo regalato agli amici per l’anniversario di matrimonio?...”, non disperate perché immantinente si leverà consolatorio il pensiero di aver gloriosamente contribuito ad innalzare il Prodotto Interno Lordo di uno straccio infinitesimale di punto, e alla fine potremo far festa tutti insieme organizzando un bel party a base di panini imbottiti di fette di PIL.
Non sia mai che ci rimangano sulla coscienza 400mila nuovi disoccupati per non aver avuto, noi, il buon cuore di sbattere un po’ di soldi giù per il cesso. Noi gente comune senza scrupoli, noi orrendamente ostinati a non lasciarci guidare dal preclaro esempio di solidarietà umana offerto da banchieri, grandi finanzieri e simili.
Tanto, staremo mica a guardare il capello? Qualcuno ci crede ormai così assuefatti a prenderlo nel di dietro in andata e ritorno, da considerarci anche completamente illusi che i soldi, per la proprietà transitiva, vengano fuori proprio da quel di dietro medesimo.

Nota:
So che il titolo scelto (solo perché mi piaceva l’assonanza con la nota canzone di Carmen Consoli) risulta sgrammaticato, e a parte magari vederlo un po’ come una sorta di anacoluto tirato per il ciuffo, non ha in fondo un granché senso.
Ma cos’è? Forse che l’immunità per le stronzate è riservata ai soli politici? Il lodo Alfano ha allungato fino a questo punto i suoi tentacoli?

domenica 23 novembre 2008

Ci crediate o no...

(Foto di Gillipixel)

"...Ma quando verrà ciò che è perfetto,
quello che è imperfetto scomparirà.
Quando ero bambino, parlavo da bambino,
pensavo da bambino, ragionavo da bambino.
Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino
l'ho abbandonato.
Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa;
ma allora vedremo faccia a faccia.
Ora conosco in modo imperfetto,
ma allora conoscerò perfettamente,
come anch'io sono conosciuto..."

San Paolo - Lettera ai Corinzi

Per chi crede, queste righe sono molto di più.
Per tanti possono essere anche un magnifico brano di alta letteratura.
Al di là della questione di fede, io le trovo molto evocative.

sabato 22 novembre 2008

Once upon a time...

(Foto e fotomontaggio di Gillipixel -
nonchè mano e pallone vecchio di Gillipixel)

A volte mi manca il basket.
Il Cielo sa quanto ho amato quello sport.
Anche se fra le tante cause degli acciacchi alla schiena che mi hanno portato a non poterci più giocare va annoverato proprio il basket, mi manca lo stesso.
E dire che, in fondo, vincere non mi è mai interessato più di tanto. Io giocavo per l'estetica. Per il gusto di addentrarmi nella bellezza dei movimenti.
Anzi, è più corretto dire che in realtà ci tenevo a vincere, ma non perchè sentissi in modo particolare lo spirito competitivo. Era più per non dare la soddisfazione della vittoria a chi non si sapeva muovere con tutta l'eleganza e la nobiltà del gesto che con il tempo compresi essere contenute in misura così abbondante nelle movenze di quel gioco.
All'inizio non era facile, perchè spaventava un po' il fatto di dover fare tante cose insieme: palleggiare, camminare o correre, tenere d'occhio il movimento di avversari e compagni di squadra, passare la palla, saltare, tirare.
Ricordo ancora, quando iniziai a conoscere questo gioco, la gioia che mi accompagnava mentre mi rendevo conto che stavo penetrando piano piano nel segreto di quella sincronia di gesti. Era come padroneggiare gradualmente i passi di una danza. E capii di essere a buon punto le prime volte che le gambe si sentirono libere di andare per i fatti loro, come se corressi in condizioni normali, senza quasi dar troppa importanza al fatto che invece le mani stavano pigiando la palla ritmicamente a terra.
Il giorno che mi sorpresi capace di arrestare palleggio e corsa, tirando poi a canestro in salto, tutto con un movimento di filato, ero da solo sul rugoso rettangolo di catrame dietro al campo da calcio.
Credo sia stato quello il momento preciso in cui la mia curiosità per il basket si trasformò in qualcosa di passionale.
Correvo in palleggio dal limite di un'area all'altra, vestito coi jeans, scarponcini invernali e maglione. E mi sentivo libero. Ero entrato nel mistero di una gestualità che fino ad allora avevo potuto solo invidiare ai grandi campioni in tv.
Faceva piuttosto freddo, dev'essere stata una giornata di febbraio, intorno al Carnevale. Forse a casa mi aspettava qualcosa di buono preparato dalla mamma, ed era bello pensarci rubando ancora qualche attimo all'imbrunire incalzante, e ripetere il tiro in salto a perdifiato, scorrazzando felice da un canestro all'altro.
Ancora uno, ripetevo fra me e me. Ma quel tiro di commiato non mi bastava mai, un po' come la volta che scoprii la bellezza di "Some girls are bigger than others" degli Smiths e non mi scomodavo nemmeno ad accendere lo stereo se non per ascoltarla minimo 40 volte di fila.
Ieri sotto sera, è stato uno squarcio di cielo che svaporava vitreo dal cupo cinerino all'indaco luminoso, e più giù ancora verso un arancio palla da basket, a rammentarmi tutto ciò.
Non so dentro quante sere come quella hanno tuffato la loro coda le interminabili partite che ho giocato coi miei amici su quel campetto.
E non so le volte che sono andato anche da solo a confidare le mie pene al canestro, ritrovando nell'atto di scagliare la palla verso il cesto con l'avambraccio che la frusta dolcemente, qualche consolazione ai miei mille pensieri di ragazzino.
"...se va dentro, lei mi dirà di sì..."..."...se va dentro, mi va bene il compito di mate..."...
E infiniti altri ricordi. Belli perchè legati a momenti inutili.
La "mistica" della stanchezza, coi polmoni pieni del fresco del cielo e la gambe sudate di salti e lunghe falcate a canestro. Un senso di amicizia forse mai più provato così intenso, come quello per il compagno di squadra al quale avevo servito un pallone strepitoso, spizzato a terra velocissimo fra le gambe degli avversari.
E le volte che non riuscivo a sbagliare un tiro nemmeno a volerlo, e da 10 metri avrei infilato anche una biglia dentro ad una vera da sposi. E i giorni che invece avrei mancato anche l'oceano con un pesce.
Già, mi manca il basket, a volte.

giovedì 20 novembre 2008

QWERTY! QWERTY! QWERTY!...UIOP! UIOP! UIOP!...Fuit, bum!!!

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Andrà a finire che mi farò la fama di assoluto “scrittore sul nulla” (il cugino più brutto del “Pianista sull’Oceano”).
Ma in attesa del ritorno di nuovi spunti riflessivi più dignitosi, oggi correrò questo rischio, superando me stesso proprio nella nobile disciplina del vaniloquio narrativo.
Rimiravo la tastiera nell’illusoria speranza di scovare un’idea negli angoli bloggaroli più remoti della mia mente offuscata, quando ho fatto “sguardo locale” su una stringa di lettere tanto familiare quanto scontata, per il fatto di averla sotto il naso praticamente dieci ore al giorno: QWERTYUIOP.
Lì, lì…lì sotto dai…abbassate gli occhi: è la terza fila di tasti dall’alto, sotto alle funzioni e sotto ai numeri.
Sì, perché io sono di certo un eccelso “nothing teller”, ma dovete sapere che c’è tutta una storia buffa e curiosa dietro quella sequenza di lettere.
Intanto, fate conto che, mentre state pestando sulla tastiera, è come se usaste una calcolatrice che all’interno della sua scatoletta, nel retrobottega calcolatorio, invece di chip e circuiti si serve di un vecchio e polveroso pallottoliere.

Considerando la disposizione all’apparenza casuale delle lettere, sbattute giù un po’ con la fionda, e trattandosi di uno strumento di altissima tecnologia come il computer, viene da pensare: chissà quali studi ci sono dietro, avranno sperimentato la cosa durante infinite prove con utenti, rilevando con minuzia la naturale predilezione della mente umana per la scelta di determinate lettere, combinando il tutto con la preferenza accordata dalla nostra percezione a certe porzioni del campo visivo, ecc., ecc.
Ma quando mai?...Ma in che film? Forse giusto in un’avventura di Brancaleone.
Il codazzo di lettere QWERTYUIOP-ASDFGHJKL-ZXCVBNM forma infatti la stessa identica sequenza riportata pari pari dalle vecchie macchine da scrivere sui pc.
E già qui c’è puzza di anacronismo, ma sarebbe anche stato plausibile: se quell’ordine era funzionale all’epoca, si poteva benissimo continuare ad usarlo per scrivere col computer.
L’eccentricità della cosa salta fuori però se si va ad indagare l’origine della disposizione “a QWERTY”.
La ideò, intorno al 1870, Christopher Sholes, un inventore americano (eran forti però, un tempo: “Che mestiere fai?” - “Io?...L’inventore…va mò làh…”).
Non fu subito “QWERTY a prima vista”. Come avrebbe pensato chiunque di fronte al dilemma della disposizione dei tasti, per facilitare una scelta rapida delle varie letterine, Sholes le mise semplicemente in fila in ordine alfabetico.
Solamente che, così cosa succedeva? Quella era la sequenza senz’altro più intuitiva, ma l’utilizzatore della macchina da scrivere risultava in quel modo “troppo veloce”, e soprattutto scrivendo con tutta la sua buona lena faceva maledettamente inceppare i martelletti che battendo vanno a spiattellare l’inchiostro sulla carta.
Sholes dovette allora ingegnarsi per disporre i tasti in modo che non ci fosse affollamento di levette vicine nello stesso momento, e sacrificando a questa priorità la necessità di essere rapidi, escogitò la disposizione QWERTYUIOP…ecc.
Il tutto venne poi brevettato dalla ditta Remington & Sons e diffuso in così grande scala che il modulo QWERTY si impose come vincente, e in seguito, essendo talmente consolidato nell’uso universale, si decise di non modificarlo nemmeno con l’avvento dell’informatizzazione.
Ed è così che ancora oggi ci ritroviamo ad utilizzare la soluzione più lenta per battere su una tastiera, solamente perché ad una fabbrica di fucili USA così faceva comodo circa 130 anni fa.
E ricordando come, pur non essendo ben chiara l’attribuzione, l’idea originale per la creazione della macchina da scrivere (erroneamente detta: l’espressione corretta è macchina “per” scrivere) vada probabilmente attribuita ad un avvocato novarese, Giuseppe Ravizza, che nel 1855 la brevettò col soave nome di “cembalo scrivano”, mi viene da fare un’ultima considerazione.
Visto che codesto QWERTY è ormai una chincaglieria assolutamente obsoleta e ce lo tiriamo dietro più per affetto che per altro, e dato che pure lui QWERTY medesimo si sentirà piuttosto inutile, ci sarà modo di rivalutarlo con ruoli socialmente utili?
Così mi è venuto in mente che potrebbe venire buono come neologismo a valenza variabile, buono per diverse occasioni.
Ad esempio: sono per strada a passeggio con un amico, ci sorpassa un gran bel pezzo di figliola ancheggiante alla grande, e lui mi fa sottovoce: “…Visto che roba?...”. Io in tutta risposta, invece di usare espressioni inflazionate e vecchie, tipo uno scontato e stucchevole “accipicchia!”, potrei profondermi invece in uno squillante “QWERTYUIOP!” nuovo di zecca.
Altro frangente: in macchina, sto guidando, mi sorpassa con manovra pericolosa uno di quei fanatici dell’automobile che hanno venduto tutti i loro neuroni in cambio di 16 valvole. Anche qui, invece delle solite imprecazioni, si potrebbe piazzare un super-inedito: “Ti pigliasse un QWERTYUIOP a te e a chi non te lo prega!”.
Un ultimo uso che mi sovviene potrebbe essere infine quello geografico, per stupire l’amico bullandosi circa l’esoticità delle proprie mete vacanziere estive: “Dov’è passi le ferie quest’anno?”, “Bah, sono ancora indeciso, mi sa che faccio un paio di settimane a QWERTYUIOP…un atollo in Polinesia, sai, a uno sputo da Mururoa…”.