martedì 25 gennaio 2011

Il cielo stellato sopra noi, tre treni dentro di noi


Al mondo, si sa, non siamo tutti uguali.
Ci sono persone eccezionali, persone normali e persone al di sotto del normale. Sia esclusa da questa frettolosa classificazione qualsivoglia volontà di giudizio. Se mi permetto di introdurla, è solo per esporre quella che credo essere la semplice constatazione di un aspetto effettivo della realtà, di un dato di fatto. Poi potrò anche sbagliarmi, ma perlomeno ci terrei a non passare per uno che, pur nei limiti della propria umana fragilità, si sofferma troppo a guardare le pagliuzze negli occhi altrui.

Se può essere d’aiuto a supportare la mia buona fede, io stesso ammetto senza problemi di rientrare spesso e volentieri, in diversi frangenti della vita, nella categoria dei “di sotto del normale”.

A dirla tutta, poi, ha poco senso parlare in termini di persone eccezionali, normali o al di sotto del normale. Sì, perché andrebbe anche aggiunto che solitamente ogni individuo (o almeno così mi pare di capire) non corre uniformemente e compattamente lanciato lungo il binario di una delle tre caratteristiche. Anzi, giusto per proseguire la metafora ferroviaria, potremmo anche metterla in questi termini: ogni persona “è transitata” da tre differenti treni.

La punta di diamante del “parco mezzi caratteriale” è un Eurostar (oppure un Freccia Rossa, o un Tgv), veloce come il vento e lanciato sino a scuotere le traversine nei casi in cui le qualità della persona in questione tocchino vette di eccezionalità degna di rilievo. Segue a ruota un più pacato InterCity, che all’occorrenza sfocia nelle fattezze carrozzate di un “trenetto” regionale (non al pesto, però…Ahahaha!!! Ehehehe!!! Uhhuhu!!!), sferragliante lungo la placidità di comportamenti del tutto ordinari e normo-dimensionati. Buona ultima, viene una “locomotivozza” a carbone, una “loco-de-motiva”, con al seguito qualche sgangherato vagone merci carico di tutte le magagne e le mediocrità umane.

Ma dov’è che tutto questo traffico ferroviario si intrica e si ramifica, sino a determinare quel discreto groviglio nella gestione degli scambi e delle stazioni, altresì noto come “complessità della personalità umana”?

La risposta è forse molto più facile della domanda, perché ciascuno di noi non è praticamente mai titolare di una rete di binari adatti a sostenere il passaggio esclusivo di soli Eurostar, oppure di soli Intercity-Regionali, o ancora di sole locomotivette scarsamente motivate.
Una persona può essere eccezionale in ambito professionale, ma del tutto mediocre nei rapporti umani, o viceversa. Un altro può accarezzare con estrema normalità i fili del pantografo in quasi tutte le dimensioni della vita, rasentando sempre la mediocrità, e poi magari saper eccellere esageratamente in certi piccoli dettagli, ma anche proprio insignificanti al massimo, tipo essere un campione di “briscola neozelandese”, o un grande intenditore di salsa verde per i bolliti (prezzemolo cotto o crudo, scegliete voi…).

Mi sono concesso questi esempi faceti e stupidi, perchè per le strade della buffoneria, si arriva molte volte prima, leggeri leggeri, al nucleo del discorso. Che poi si tratta in questo caso di un nucleo composto da due “micro-particelle” concettuali: un protone e un gillipixone.

Il “protone” del discorso è che spesso può succedere di aver sentito parlare molto bene di un tizio, e aspettarsi di trovare in lui una persona ricca di qualità e doti rimarchevoli. Invece poi magari, conoscendolo, si rimane delusi, perché gli aspetti umani nei quali noi confidavamo che eccellesse, risultano essere delle locomotive sfiatate, mentre delle sue specialità caratteriali, dei suoi Eurostar e Frecce Rosse, a noi non interessa tanto.

A proposito di questo: chissà quante volte, negli ambienti lavorativi, mi è capitato di notare certe dinamiche insolite nei rapporti interpersonali...
E allora mi sono reso conto di come le aspettative “efficentistiche” proprie del meccanismo lavorativo, incentrate soprattutto sulle capacità, sulle competenze, sul saper fare tecnico, vengano talvolta bypassate da questi fenomeni inaspettati. Perché molto spesso la figura di chi non si distingue particolarmente per le sue doti professionali, ma è solo un lavoratore discreto e normale, risulta invece fondamentale quando si tratta di mettere in gioco ben altre qualità possedute in ambito “affettivo”, relazionale.

Ci sono insomma certe persone che svolgono un fondamentale ruolo di “catalizzatori umani”. Non si distinguono per particolari eccellenze tecniche, ma la loro figura è un collante eccezionale per tenere unito un gruppo, un ambiente lavorativo tutto. E con questo si ritorna al ragionamento di cui sopra: una personalità quasi satura di locomotive, ma con un Eurostar piazzato bene bene, preciso laddove serve, può rivelarsi preziosa oltre ogni più ragionevole pronostico quantitativo.

La seconda particella del mio “nucleo discorsivo”, il “gillipixone” appiccicato al protone di cui sopra, è che la faccenda dei tre treni può offrire motivi di conforto a chi si ritenga privo di particolari doti. Questa velocità ad assetto variabile che contraddistingue l'interiore sostanza umana di cui siamo composti, fa sì che ci si possa sempre attendere di scoprire in noi stessi certe qualità insospettate fino a quel punto, solamente per il fatto di non averle mai sperimentate prima.

Anche chi pensa di essere mediocre in ogni sfaccettatura del vivere, può scoprire un giorno di possedere un grande talento in qualche dimensione dell'umano agire o pensare. Fino a quel giorno, non lo aveva saputo di essere bravo a fare quella cosa, per il solo fatto di non averci mai provato.
Dalla qual cosa si evince ancora una volta che la curiosità e la propensione ad aprire di fronte a sé nuove prospettive, sono due atteggiamenti da tenere sempre cari (e rivolgo il promemoria soprattutto a me stesso...).

Dentro ciascuno di noi, non ci sono soltanto locomotive sferraglianti, ma anche tanti possibili super convogli ad altissima velocità. Bisogna solo avere la costanza, la pazienza e la determinazione, di trovare i binari adatti affinché possano esprimere tutto il meglio della loro libera felicità.



sabato 22 gennaio 2011

Scusa, ma rimango sfigato


Aaahhh…l’ammmòreee!
Bello, vero?
Le farfalle nello stomaco, i sospiri, la smania di rivedersi, i batticuore.
Il corpo, l’anima e la persona tutta dell’altro (…o dell’altra) come incarnazione pura della nostra fibrillazione sensuale, come interpretazione più genuina della nostra bramosia di fusione in una completezza fisica e spirituale di ordine superiore…

Tutto molto bello, già.
Ognuno si augura di provare e riprovare il più possibile nella vita sensazioni di questo tipo, continuando sempre a sperare che quando capitano, durino il più possibile, siano intense, travolgenti.
Bello, bello…ma!…però c’è un ma…
Oppure: però!…ma c’è un però…

Questi “ma” e questi “però” sono spesso introdotti dal mondo dell’«espressività massiva» (e mi scuso infinitamente per l’infelice termine, ma non sapevo come altro dire per indicare il più sinteticamente possibile il fenomeno). Col nauseabondo binomio «espressività massiva», intendo tutto quel coacervo di parole, quel flusso di concetti, suggestioni verbali, sonore ed emotive che ogni giorno ci vengono sparate addosso dalla tele, dalla radio, dai giornali, dal web e poi anche dai discorsi della gente sentiti in giro, che spesso amplificano, riverberano, riecheggiano ogni cosa sentita scaturire da quelle fonti multimediali.

Per tagliarla corta e riprendere il tema dell’amore, quello che volevo dire è che da queste sorgenti di inondazione concettuale, si sentono spesso sgorgare frasi o affermazioni che ti fanno spesso rivalutare alla grande la “sfiga” (qui intesa non certo come colorito sinonimo di “sfortuna”, quella non è rivalutabile in nessun modo, ma invece con la leggera accezione mitigata del termine, nel senso di condizione di “singolarità affettiva”, o “indipendenza del cuore”, più o meno volontarie).

Un eclatante esempio di questa bizzarria comunicativa, m’è capitato di sentirlo recentemente alla tele, in ambito pubblicitario (e dove sennò?). Lo spot in questione reclamizzava un sito internet di “incontri sentimentali”, quelli che una volta si chiamavano “agenzie matrimoniali”. Ai tempi, nell’immaginario comune, questi servizi erano probabilmente pensati più come territorio di frequentazione riservata ad ometti di mezza età, poco piacenti, super introversi, col parrucchino o il riporto retto da etti di brillantina, il giacchettone di fustagno a quadrati grossi, ai quali facevano da contraltare fra la clientela femminile, certe squadrate zitellone passate di cottura, con un accenno di baffetti ed abbigliate di un monolitico tailleur, inviolabile come l’armatura di “El Cid Campeador”.

Oggi no, oggi è tutto molto più “gggiovane” e dinamico. Intendiamoci, non sto facendo la solita manfrina di quanto erano belli i cari tempi andati e di “…come si stava meglio quando si stava peggio, signora mia…”. Non sarò certo io a rinnegare internet, sarebbe un po’ come sputare nel piatto in cui scrivo, perché se oggi ho la possibilità di tenere un blog e di fare tante altre cose interessanti, lo debbo a questo mezzo qui.

Non è questo dunque il punto. Ben vengano tutti gli strumenti che facilitano l’incontro fra le persone che hanno desiderio di incontrarsi, e fra questi internet è senza dubbio il più potente. Ma con questo, non è detto che uno poi non rimanga libero di criticare come gli pare e sollevare le proprie obiezioni quando lo ritiene giusto.
Il passaggio che mi ha messo un po’ tristezza in tutto lo spot, è stato infatti quando ho sentito pronunciare una frase più o meno di questo tenore: «…Iscriviti a “Incontra-Socializza e Amoreggia” (nome di fantasia per il sito, se non s’era capito…): il sito che vanta 300 coppie di innamorati al giorno…». Ecco, è stato lì che tutta la faccenda mi ha leggermente intristito. Non dico che ho rivalutato le vecchie agenzie di incontri di un tempo, e le relative zitellone con fiatella e latifondo coltivato a mais incorporati, ma poco c’è mancato.

Lo so, sono dettagli, si dirà.
Nel mare magnum delle cazzate sfornate dalla pubblicità ogni minuto di ogni giorno, sottilizzare su un’affermazione simile è come lamentarsi della puzza di una cacca di mosca, nel bel mezzo di una stalla di mille mucche (quando mi ci metto di puntiglio a voler creare metafore raffinate, non ci sono storie: ci riesco proprio…).

Ma quello che di fatto mi ha messo tristezza è stata la luce sotto cui la questione veniva posta, trasformando il tutto in una sorta di “innamoramentificio” programmato scientificamente nei tempi e nelle rese di produzione. La faccenda mi si è subito ammantata di una vaga aura di “taylorismo affettivo”, che mi ha smontato non poco il possibile quadro idilliaco delle persone eventualmente coinvolte nelle opportunità di incontri offerte dal sito.

Mi sono apparsi come calati in una sorta di “catena di montaggio dell’innamoramento”, in una chapliniana trafila in stile «Tempi moderni», un grosso macchinone con un imbuto da una parte, atto a risucchiare materiale umano grezzo e portatore sano di sfiga, che opportunamente trattato e macinato lungo un percorso di ingranaggi, “strizzatori sensoriali”, “emulsionatori emotivi”, veniva alla fine sputato fuori da un altro dispositivo, posizionato alla fine del grande apparato meccanico, che sfornava coppiette tutte belle confezionate di innamoramento fresco di stampo.

Ora farò un’altra affermazione per la quale so già di meritare l’abbonamento a vita a «Pane e volpe» (prestigiosa rivista mensile di prese per il culo e canzonature), ma fatto sta che a mio parere il “grande gioco dell’amore e dei sentimenti” è così stupendo ed avvincente anche perché (e bisogna aggiungere “purtroppo”, ma ad esser coerenti, non se ne può fare a meno), anche perché, dicevo, contempla la prospettiva del “due di picche”. Già, proprio così: tocca dire che una cosa potenzialmente stupenda, è tale anche in virtù dei suoi aspetti rischiosi, dei suoi eventuali risvolti meno felici. E questo non per il gusto masochistico di farsi del male gratuitamente.
No, no. Lo si deve dire invece perché tale è la realtà.
La realtà è fatta così, non ci possiamo fare nulla, è come un muro che a cozzarci contro la testa sperando di trarne godimento, risponde con estrema coerenza ripagandoci regolarmente con un grande bozzo violaceo sulla fronte.

Prima di chiudere, ci tengo a ribadire ancora: la mia non voleva essere assolutamente una critica a queste opportunità via rete di trovare l’anima gemella, né a nessun altra via tecnologica e moderna possibile, perché tutte hanno la stessa dignità di qualsiasi altra strada uno possa intraprendere. Le vie dell’amore sono infinite, e dunque anche queste sono più che lecite e dignitose.
Il mio appunto era piuttosto rivolto, come in tante altre occasioni ho fatto, ad un uso infelice del linguaggio. Quando le parole vengono usate male, si finisce sempre col maltrattare la realtà. E qualcuno lo può anche dire.

Altrimenti va a finire che, di fronte a certi slogan maldestri, incautamente tesi a far passare l’amore alla stregua della stipula di un contratto assicurativo, viene voglia di parafrase uno scrittore che si è occupato spesso dei modi moderni dell’innamoramento. E laddove egli titolava «Scusa ma ti chiamo amore», oppure «Scusa ma ti voglio sposare», ci si sente di rispondere, con liberatorio impeto: «…Scusa, ma rimango sfigato…».


giovedì 20 gennaio 2011

Getting down from the pear tree


Non so se nel vostro corredo intellettuale è disponibile il concetto del “venire giù dal pero”.
Forse la cosa non è così scontata, primo perché questa nozione deriva da un modo di dire tipico di taluni dialetti (e segnatamente di quello Gillipixilandese), e in secondo luogo, per via del fatto che a partire da quella espressione, la relativa categoria di pensiero folcloristico-culturale l’ho coniata io medesimo.

Di sfuggita avevo già introdotto questo concetto in altre occasioni, quindi potrà capitare che mi ripeta in alcuni passaggi, ma oggi lo volevo approfondire sotto certi aspetti particolari. Prima però serve un rapido ripasso.

L’espressione “venire giù dal pero” (nell’originale gillipixilandese: “…vĕgnar śò dal pér…”) si rivolge all’indirizzo di qualcuno che s’intende invitare ad essere meno pretenzioso, a comportarsi più “terra terra”. Per capirci un po’ meglio, è l’equivalente del “parla come mangi”, però riferito al comportamento anziché al linguaggio. Sta insomma per: “…Ridimensionati!...Frena Ugo, ferma il tram!!!...”.
In poche parole: “…Vieni giù dal pero!...”.

Mutuando un simile significato, con la ricchezza di sfumature che solo certe immagini vernacolari sanno recare con sé, mi è sembrato simpatico traslarlo in ambito artistico-creativo, aggiungendovi però alcune connotazioni leggermente più impegnative.

Come dicevo, questi pensieri li ho già visitati in altri articoletti, ma oggi li sviscero un po' meglio.
Quando una persona decide di intraprendere la via della creatività, soprattutto in certi ambiti, come la narrativa romanzesca, la recitazione, la composizione e l’esecuzione musicale o canora, è come se scegliesse di calarsi in una dimensione “sacrale”.
Da quel momento in poi scatta un “meccanismo” che presuppone la condivisione di una dimensione “esistenziale parallela” a quella ordinaria, condivisione accettata in primo luogo dall’autore dell’opera creativa, e in secondo luogo da chi ne “usufruirà” (il lettore, lo spettatore, il melomane, ecc.).

Per fare un esempio diretto: non sta nelle “regole del gioco” mettersi a leggere «Il processo» di Franz Kafka e poi lamentarsi delle atmosfere paradossali che dalla sua prosa promanano. Lettore e scrittore hanno stipulato una sorta di tacito accordo, in base al quale si finge di accettare di calarsi nei meandri di una certa assurdità, si tollerano situazioni surreali, perché fa parte di quel “provvisorio mondo nel mondo” che l’arte si prefigge di creare momentaneamente, al fine di capire meglio la realtà.

E’ quella la dimensione “sacrale” di cui parlavo prima. Essa ricorda molto la “lucidità del folle”, è un ambito di pazzia controllata entro cui sono leciti comportamenti e pensieri anomali rispetto al “normale” modo di agire condiviso dagli umani, quando invece compiono le loro azioni nella vita di tutti i giorni. Artista e spettatore partecipano così ad una sorta di rito entro il quale è lecito essere “altri da sé”, per capire meglio se stessi.

Capita tuttavia a volte che l’immedesimazione nelle atmosfere di questo rito, soprattutto dalla parte di chi lo “celebra” (ossia l’autore, lo scrittore, il cantante, l’attore, e così via) si riveli così pervasiva, così coinvolgente, così totalizzante, che dalla parte opposta di chi assiste al rito, sorge quasi spontaneo il desiderio di sentirsi sollevati ed esentati dal gravame della finzione, proprio perché essa può toccare apici talmente estranianti da risultare quasi intollerabile per il “fedele” che assista alla “funzione” (ossia lo spettatore, il lettore, l’ascoltatore, e così via).

La definirei quasi una reazione opposta e contraria, scaturita per eccesso di emotività accumulata. E’ a quel punto che rientra in scena la mia espressione dialettale, laddove lo spettatore, giunto a quel grado estremo di “bollitura creativa”, si sente quasi in obbligo di invocare il salvifico: “…Artista / scrittore / attore: ma vieni giù dal pero!...”.

Ammesso e poco concesso che il discorso sino a questo punto sia stato sufficientemente chiaro, la cosa più buffa e curiosa scatta nel momento in cui si prendono in considerazione certi artisti o esponenti del mondo della creatività, che, vuoi per “calcolo spettacolare”, oppure vuoi per la genuinità della loro indole poetica, sembrano messi lì apposta per rimanere perennemente “in cima al pero”. Non escono mai dallo “spazio sacrale”, non interrompono mai il “rito”, si ritrovano perennemente ad “officiare” la loro “funzione” avvallata dai crismi della finzione.

Sommo maestro di questa attitudine è stato il vulcanico Carmelo Bene.
Forse nessun altro esempio di artista, almeno fra quelli che ho presente io, mi ha ispirato più fortemente quel moto interiore al quale si stenta ad opporre una qualche forma di resistenza e che t’induce a sussurrare fra te e te: “…Ma vieni giù dal pero!...”.
Quando vedevi Carmelo in tv (ed immagino che l’effetto fosse mille volte amplificato assistendo alle sue performance dal vivo), dopo aver sorbito per un po’ della sua loquela magmatica ed eruttiva, ti sorgeva dentro, irrefrenabile, la voglia di dirgli: «…Carmelo, ti prego: parliamo un po’ del tempo. Ti scongiuro: dimmi che le mezze stagioni non ci sono più. Dimmi se preferisci il sugo o il ragù nella pasta asciutta. Carmelo: vieni giù dal pero!...».

Si badi però che è importante sottolineare la fondamentale differenza fra il primo modo d’intendere l’espressione, quello originario dialettale, e il secondo modo, quello calato in ambito artistico. In questa seconda accezione infatti, sparisce quasi completamente la pretesa di esigere da parte dell’artista, “auspicato discendente dal pero”, un ridimensionamento di comportamenti.

Magari è presente anche un pizzico di questa sfumatura di significato, ma non è tanto quella che importa. Quello che si esige non è tanto un ridimensionamento: si auspica piuttosto un “de-dimensionamento”, l’uscita da una certa dimensione.
Di base, non c’è insomma un giudizio di merito, non è perché l’artista è cane o sgradevole.
Tutto accade invece come in una sorta di sogno dal quale si vuole uscire, perché ha raggiunto picchi di intensità tali (sia di piacevolezza, sia di saturazione emotiva, e così via) da farci sentire il bisogno di destarci per l’eccesso d’emozione e di disorientamento patito rispetto ai propri ordinari confini di ragionevolezza, alle proprie familiari coordinate di presa d’atto della realtà. Per assurdo, può essere anche vista come una dimensione che fa male per la troppa bellezza emessa.

Altro supremo “avvinghiato al pero”, pur non essendo propriamente un artista, è il critico cinematografico Enrico Ghezzi. Sono due personaggi molto distanti, sotto vari aspetti, ma forse Ghezzi batte addirittura Carmelo Bene, in fatto di stimolazione indotta nel pubblico ad invocare la sua discesa dal pero.

Una volta, non ricordo bene se in una vignetta di Stefano Disegni o da qualche altra parte, ho sentito (o letto, o visto…) una scenetta molto divertente riguardante Enrico Ghezzi.
Si ipotizzava che a fine giornata, una volta terminate le sue apparizioni pubbliche e televisive su Rai3, infarcite di quei fluviali discorsi che spesso e volentieri sbaragliano il muro del suono dell’incomprensibilità e dell’incomunicabilità, Enrico Ghezzi si ritirasse finalmente nell’intimità della sua casa, con i familiari, e serrando ermeticamente porte e finestre in modo da escludere l’ascolto di estranei, lì si lasciasse andare a pronunciare le frasi più banali e scontate del mondo, tipo “…passami il sale…”, “…mannaggia la pupazza che caldo ha fatto oggi…”, “…aaahhh! Però come si sta bene in canottiera…”, e via così banaleggiando su questo tono, in santa pace.

Insomma, di grandi “maestri” domiciliati con fissa dimora sul proprio pero artistico, ce ne sarebbero tanti da citare. Mi limito a concludere ricordando solamente un altro esempio notevole, rappresentato dal gruppo metal americano degli Slipknot (dei quali agevolo un filmato in chiusura di questo articoletto).

Non so se li conoscete. Io non molto, a dire il vero. Ma mi è bastato vedere poche immagini delle loro esibizioni live, per classificarli subito fra i più assidui asserragliati fra le fronde del pero. Come si fa ad immaginare delle “sagomacce” simili, nella loro vita quotidiana al di fuori del palco, mentre magari, per dire, sbocconcellano una cotoletta alla milanese, oppure tagliano l’erba del prato, o raccolgono le ricevute per la denuncia dei redditi?

Con tutta la buona volontà e l’immaginazione, io sinceramente non ce la faccio.
Sempre per dire, li vedo molto meglio intenti a sbranare cruda una costata di manzo sanguinolenta, magari dopo essersela procurata direttamente a mani nude dal manzo medesimo (e senza avergli chiesto il permesso), oppure mentre curano il giardino col lanciafiamme, o ancora, tutti dediti a torturare il commercialista perché escogiti le più diaboliche malizie antifiscali.

Ma bisogna anche capirli, certi artisti sono fatti così: giù dal pero, si trovano spaesati.


martedì 18 gennaio 2011

Il nostro quotidiano, confortevole, privato d’Egitto


Oggi mi piacerebbe cercare di ragionare intorno ad un concetto di cui non sono poi così tanto sicuro. Mi consola però il fatto che io non sono mai sicuro di ciò che scrivo, e dunque, dove starebbe la novità?
Ma soprattutto: dov'è il problema?

In altre parole, cercherò di raccontarvi come praticamente la maggioranza delle persone ancora oggi, nel pieno dell'era tecnologica per eccellenza, viva in ambienti che pagano ancora un alto tributo ad una concezione dello spazio antica di alcuni millenni.

Ma andiamo per ordine, e cerchiamo di non fare confusione.
La cosa mi è venuta in mente gironzolando per strada e guardandomi attorno, a dimostrazione del fatto che anche il “perdi-tempismo” può rivelarsi attività intellettuale discretamente proficua. Ci si accorge di questo fatto passeggiando, osservando le case e ogni tanto girando l'angolo. La maggior parte degli edifici sono impostati su di una struttura tale per cui, visivamente, si comportano come tanti cubi di Rubik con le facce rotanti all'unisono. Cioè, lasciatemi spiegare: non è che si muova nulla, non ruota proprio niente.

Quello che intendo dire è che quasi tutti gli edifici sono concepiti per essere visti e considerati di volta in volta, e separatamente, su uno dei quattro fronti. Lo scorrimento perimetrale dello sguardo lungo i muri, e quindi la medesima posizione di chi guarda, sembrano quasi progredire “per scatti”: ora sono di fronte, ora sono su un fianco, ora sono sull'altro, ora sono sul retro. L'edificio è quasi idealmente circoscritto in un cubo ipotetico, che “si esprime” per viste parziali delle proprie facciate.
Quando si è disposti in una posizione angolare dalla quale scorgiamo nel nostro campo visivo una specie di ibrido composto di due fronti contigui e fusi nello spigolo, si ha quasi l'impressione che si tratti di una prospettiva spuria, non ufficialmente prevista.

Si verifica inoltre un altro curioso fenomeno nel fenomeno. Normalmente i vari prospetti seguono una sorta di graduatoria per importanza: c'è un fronte propriamente detto, che è quello principale e solitamente contempla l'ingresso; ci sono due fianchi o “profili”, nella maggior parte dei casi un po' più anonimi; ed infine c'è un retro, una “schiena”. La casa insomma è fortemente antropomorfizzata, ispirata alle fattezze umane, tanto che anche il nostro rapporto con essa viene influenzato da questa “graduatoria”: stando di faccia alla facciata principale, ci sentiamo “nel giusto”, come se ci trovassimo in una posizione leale rispetto allo stabile; già su uno dei due fianchi, si comincia a percepire un po' di disagio, mentre stando proprio dietro, può addirittura capitare di avere la non meglio definita sensazione di essere dei guardoni che sbirciano il culo (si può dire “culo”?...) dell'edificio, e nel contempo si assapora il malcelato gusto di disporre di una piccola “onnipotenza perversa”, con la possibilità in altre parole di fare boccacce e sberleffi all'edificio, senza poter essere “visti” da esso.

Ora, per rimanere in ambito nazionale, ma il discorso si potrebbe estendere ad ogni paese cosiddetto occidentale, è più o meno assodato che oggi noi viviamo in una democrazia. Lasciamo che dal presente discorso esulino i “particolari di cronaca” e le sfumature politiche più sottili. Di fatto, siamo democratici e pure piuttosto tecnologici, come dicevo già anche prima.

Eppure, la questione delle “case di Rubik” umanizzate mi ha fatto ricordare una cosa letta tempo fa sul primo tometto di un'opera fondamentale, la “Storia sociale dell'arte” di Arnold Hauser, che qui introduco solamente, ma che mi riprometto di tornare a frequentare di nuovo in occasione di altri articoletti riguardanti tematiche artistiche ed affini.

Nei suoi quattro volumi, Hauser affronta tutta la storia dell'arte dall'antichità fino a metà '900, analizzandola con un taglio sociologico. La faccenda che m'interessa qui è la cosiddetta “frontalità” dell'arte egizia. Sì, mi riferisco proprio alla tipica postura “di sguincio” che veniva assegnata al corpo umano nelle rappresentazioni realizzate, diciamo un po' genericamente (perché ai fini del mio discorso bislacco, secolo più o secolo meno non è importante), all'epoca delle piramidi e dei faraoni.

Vi siete mai domandati il perché di quella curiosa disposizione della figura umana? Certo, son d'accordo sul fatto che nella vita possano sorgere interrogativi ben più pressanti e soprattutto che uno possa campare, e anche alla grande, senza sapere una cippa di nulla di questo argomento.

Ma così come Hauser la mette giù, la questione diventa interessante. Il bravo studioso anglo-magiaro esclude da subito l'eventualità che gli egizi rappresentassero le persone “di sgaidone”(come si direbbe con fine vocabolo Gillipixilandese) a causa di loro limiti o carenze nel padroneggiare la tecnica pittorica.
Quella posizione innaturale era invece voluta proprio in virtù della sua “innaturalezza”. Hauser ci spiega l'arcano ricorrendo alla differenza fra teatro “aulico” e rappresentazione “naturalistica”:

«...Questo atteggiamento trova la sua tarda, ma pur sempre chiara espressione nelle convenzioni del teatro di corte, dove l'attore, senza riguardo alle esigenze dell'illusione scenica, si rivolge direttamente allo spettatore, lo apostrofa – per così dire – con ogni parola e ogni gesto, e non solo evita di “volgergli le spalle”, ma sottolinea con ogni mezzo che si tratta soltanto di una finzione, di un trattenimento preparato secondo le regole del gioco...»

Storia sociale dell'arte
Arnold Hauser – 1955

Questo tipo di teatro affonda le proprie radici concettuali e sociologiche proprio nella concezione spaziale secondo cui gli egizi rappresentavano la figura umana. Ogni volontà di introdurre artifici illusionistici era bandita. Lo spettatore, al pari di chi si accollava l'onere delle rappresentazioni, faceva parte di una cerchia di colti privilegiati, e non era richiesto né contemplato nessun genere di finzione: «...nell'arte delle autocrazie e delle aristocrazie [...]» aggiunge Hauser, « il committente è un iniziato, un esperto che non occorre ingannare...».

E ancora: «...Il teatro naturalistico rappresenta il passaggio al polo opposto di quest'arte “frontale”: al film, che, attivando lo spettatore, e facendolo presenziare direttamente agli avvenimenti invece di presentarglieli, come se assistesse ai fatti per caso e cogliesse gli attori in flagrante, riduce al minimo le finzioni e le convenzioni del teatro. Nel suo solido illusionismo, nella sua immediatezza profana e indiscreta, che soggioga e violenta lo spettatore, si esprime chiaramente la concezione dell'arte propria delle democrazie, degli ordinamenti liberali, antiautoritari e livellatori delle differenze ideologiche...».

Ora viene da domandarsi: perché a diversi millenni di distanza, nel pieno dell'era di internet, le nostre case si comportano ancora come ai tempi di un popolo che (con tutto rispetto per la raffinatissima cultura egizia) non utilizzava alfabeto, nè telecomando, nè digitale terrestre (*), e adorava il proprio re come suo Dio in terra?
Ma soprattutto, perché ci ostiniamo ad illuderci che le case abbiano un culo?

*******

(*) = dove ora vedete la frase in rosso, nella versione originale dell'articoletto ci stava scritto:
"...un popolo che (con tutto rispetto per la raffinatissima cultura egizia) non conosceva ancora la ruota...".
Essendomi accorto che questo dato era impreciso, perchè gli egizi hanno conosciuto la ruota solo ad un certo punto della loro lunghissima storia, ho preferito rettificare scherzosamente in questo modo. Tanto vi dovevo, cari amici viandanti per pensieri...



sabato 15 gennaio 2011

Di donne, gatti, asini, api e wombati


Se dovessi fare una classifica estetica degli esseri viventi, fra quelli che più o meno conosco un po’, metterei al primo posto la donna e al secondo il gatto.

Cioè, no, precisiamo un momento, piano nelle curve: non è che voglio inaugurare questo 2011 con la gaffe del decennio. Mica sto mettendo sullo stesso piano esseri umani e bestiole. Parlo solo dei più svariati modi che la bellezza ha di concretizzarsi nel mondo. In questa ottica sì che la donna ed il gatto possono venire affiancati, senza timore di peccare di irriverenze di sorta. O almeno credo.

Facciamo attenzione peraltro al termine “estetico”, che non ha nulla a che vedere con giudizi di carattere superficiale, o di merito esclusivo riguardante la pura immagine. Al contrario, la considerazione “estetica” di una qualsiasi entità vivente, costituisce la forma più completa di presa in esame di quel fenomeno della vita.

E’ “estetico” il corpo altrettanto quanto lo può essere lo spirito, anzi, i criteri di “esteticità” sono forse quelli che meglio sanno coprire l’intera gamma delle specificazioni vitali di una qualsivoglia manifestazione dell’esistenza. L’estetica correttamente intesa è insomma una cosa seria, in quanto dimensione in grado di coniugare forma e sostanza in una sintesi perfettamente bilanciata fra gli apporti della prima ed i contributi della seconda.
Mica roba da copertine patinate con tanto di divistici urletti senza costrutto, quindi.

La donna sta al primo posto, per ovvie ragioni naturali. Non c’è gara, non c’è nemmeno confronto, né discussione: che ci crediate o no, la donna è la creatura più bella dell’universo. No, ecco…ferma un attimo ancora: intendevo “che ci crediate o no” al fatto della creazione. Per il resto, mi sembra siamo grosso modo tutti d’accordo.
A meno che uno non abbia proprio in uggia la vita medesima (il che è del tutto legittimo, ben inteso), si converrà infatti che la donna è la culla della vitalità fatta persona. Non c’è niente di paragonabile alla bellezza che da una donna si può sprigionare.

Eccolo, lo sapevo, rapido ed invisibile si leva alto nell’aria il coro di sbeffeggio del lettore cinico e scafato: «…Buuuh!!! Büfùn!!! Ma va a dà via i pé!!! Non sei altro che un “arruffianatore” semiprofessionale, un “blanditore” di femminili adesioni, un “captatore” della muliebre benevolenza!!!...».

Ora, come sempre, non nego che tutto sia possibile. Ma lasciatemi aggiungere a mia discolpa che essendo io molto più competente riguardo al secondo soggetto in classifica, ossia il gatto, sono in qualche modo più autorizzato a parlare della donna come osservatore esterno, e come tale un po’ più al di sopra delle parti.
No, eh? Va beh, io c’ho provato…

Dicevo ad ogni modo che la donna è mistero, è forza gravitazionale di affetti e passioni, è motore di ardori, è scrigno di tolleranza e d’amore. Basti ricordare che la sua figura ha mosso uno degli eventi più gloriosi della storia dell’umanità, la guerra di Troia (ecco, sempre voi, sbeffeggiatori di prima: occhio che vi sento, con le vostre battutacce…), che a sua volta ha dato origine ad uno dei poemi fondanti di tutta la nostra cultura, l’Iliade. La donna è quel profondo e magnetico “altrove” spirituale, di fronte al quale, leggenda vuole che anche la forza indagatrice dello stesso Sigmund Freud, dopo una vita spesa a studiare l’argomento, si sia dichiarata sconfitta e pur contenta (almeno immagino io…).

La donna irraggia insomma uno dei fascini fra i fascini più intensi della vita, quel supremo enigma sempre così magnetico che mai ti sai spiegare fino in fondo, ed in virtù del quale ad una serata a cena con Monica Bellucci, io preferirei di gran lunga un pomeriggio a merenda con Cecilia Dazzi.

Secondo viene il gatto.
Il gatto per me è tutto ciò che condensa una sorta di mio alter ego animale, diverse volte ne ho già parlato. Non nel senso che io equivalga ad un gatto fra gli umani, la mia goffaggine generale non mi consentirebbe di dire una cosa simile.
Ma nel senso che la “dimensione gatto” la sento come uno stato di grazia esistenziale particolarmente mirabile.
Il gatto è un essere intensamente “estetico”, perché tutto in lui, dal carattere, alle movenze, all'arcano dei suoi occhi, parla assolutamente il linguaggio dell'eleganza, della classe e dell'ineffabilità.

Fin qui, come dicevo, il mio ordine di preferenze spazia fra esseri coi quali più o meno ho avuto a che fare, da uomo a donna oppure da uomo a palla di pelo (sempre del gatto parlo...). Ma la classifica, inopinatamente prosegue, a partire dal terzo posto, con altri “individui” che mi sono pressoché ignoti nelle relazioni dirette.

Sul terzo gradino del podio, si attesta infatti una bestiola che non è certo una rarità tropicale, ma che conosco relativamente poco, e nondimeno esercita su di me un fascino singolare: l'asino.
L'asino è la più ordinaria e dimessa fra le bestioline, non gli daresti un euro bucato in quanto a charme e capacità di accattivarsi simpatie, ma il fatto è che lui ti frega con con un'occhiata.

Lo sguardo dell'asino, almeno per me, è un condensato di tenerezza che difficilmente trova uguali in qualsivoglia altro fenomeno vivente. E' una voragine di empatia, ti risucchia dentro i suoi sconfinati territori di umiltà e mitezza, prima ancora che tu ti sia reso conto di come abbia fatto.
Per di più l'asino ha quell'aspetto da cugino minore del cavallo, che lo rende ancor meno pretenzioso, ancor più affabile e confidenziale. È più ridotto al garrese e con quelle sue zampe un po' ad “x” sembra dichiarare con fierezza la propria appartenenza alla classe impiegatizia medio-bassa del regno animale, fatto che me lo fa apprezzare ancora di più.

Stupidamente si dà dell'asino ad una persona, presumendo di recarle un'offesa. Quanto a me, datemi pure dell'asino: non mi farete che piacere.

Proseguendo, sul quarto livello del podio (si perché, questo mio, è un podio a cinque posti), viene subito dopo l'ape, giocandosela con l'asino alla breve distanza di un'incollatura (che sia poi collo d'ape o di asino, si può scegliere...).
Anche l'ape la conosco poco, forse più attraverso fotografie o filmati che non dal vivo, oppure per qualche sporadica puntura sotto un piede che, chissà perché, ricordo molto meglio di una foto. L'ape è un condensato di potenza ed ingegno, forse l'animaletto che meglio esprime in natura l'ottimale rapporto fra dimensioni ridotte ed efficienza.

L'ape è una piccola bomba atomica di operosità, pochi grammi di esplosiva energia vitale concentrata in un micro pacchetto peloso, ronzante ed in preda ad un moto perpetuo.
Mi contraddico forse dicendo di essere sensibile al fascino di una bestiolina iper-efficiente come l'ape, dopo aver detto che fra i miei preferiti c'è pure quel gran pigrone del gatto? Può darsi, ma ho ormai deciso che questo scritto non deve essere per forza coerente, quindi l'ape può continuare a piacermi un sacco.

Per attenuare lievemente il senso di contraddizione, posso però aggiungere che nella grande famiglia delle api e degli “apoidi”, se devo dire proprio il mio prediletto, questi è il bombo, per quella sua mole più cicciottella e peluriosa, che lo rende una sorta di messaggero lento e svagato.
Ad ogni modo, che sia ape o che sia bombo, questi esserini minuscoli sono immensamente ricchi di fascino non fosse altro per il fatto che rendono possibile la vita sopra la terra.

Non è ben chiaro se Albert Einstein abbia mai pronunciato la celebre frase «...Se un giorno le api dovessero scomparire, all'uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita...», oppure se essa sia stata leggendariamente attribuita al grande fisico. Fatto sta che in questa affermazione c'è tanto di vero, perché l'ape è la tessitrice primaria dell'infinita trama delle impollinazioni, è lo strumento attraverso cui milioni di piante e fiori, fanno l'amore e si perpetuano sulla terra.

Vedete dunque che ce n'è più che a sufficienza di ragioni per contraddirsi ed apprezzare il gatto insieme all'ape.

Ed infine, come direbbero gli inglesi, “lasto ma non listo”, quinto classificato, viene il wombato. Con lui proprio non ho mai avuto il benché minimo contatto, perché o si è stati in Australia o lo si è visto solo in foto o film. Il fascino “wombatesco” è stato per me una rivelazione piuttosto recente, non lo conoscevo molto ed ho imparato ad apprezzarlo ultimamente sul web.
Il wombato possiede la malia della stranezza e dell'improbabilità di tante bestioline australiane: è un mezzo orsetto, è un mezzo maialino, è un mezzo koala, è un mezzo cangurino, ma allo stesso tempo non è nessuno di questi altri suoi cugini, bensì ha una propria personalità unica e definita. In tutto questo, trovo irresistibile il suo magnetismo “pelouchesco”. Per me il wombato, nel regno animale, è l'amministratore delegato ad honorem della ditta Trudy.

Vedendo poi di recente un documentario alla tele, ho saputo su di lui una cosa sorprendente: dal momento che vive in tane sotterranee da lui medesimo allestite, il wombato è uno scavatore eccezionale. Facendo le debite proporzioni, è una piccola macchina di spostamento terra di gran lunga più potente di una mastodontica ruspa Caterpillar o Komatsu.
Il caro Womby non è dunque tutto pelliccia e distintivo come lascerebbe ingannevolmente pensare il suo aspetto da bonaccione: a suo modo è un duro e quando c'è da menar le zampette, solleva un polverone impressionante.
Ho dunque anche in questo caso i miei buoni motivi perché buon quinto venga per me il wombato.

Insomma, cari amici viandanti per pensieri, per concludere questo ozioso ed inconcludente articoletto, chiedendo venia se magari oggi vi ho annoiato più del solito, non mi resta altro che convenire con me stesso che il giorno in cui m'imbatterò in una donna capace di ammaliarmi col suo sguardo da asina, dimostrandosi pigra ed elegante come un gatto, ma nel contempo operosa ed energica come un'ape, e con un pizzico di morbidezza decisa da wombato nel fisico e nei modi di fare, avrò probabilmente incontrato la donna della mia vita.



giovedì 13 gennaio 2011

Oltre la barriera del vero


Oggi mi va di parlare un po’ d’arte, ma non focalizzerò questo articoletto su di un autore specifico. Si tratterà quindi di una “Sbrodolata di sugo artistico sulla camicia bianca” sui generis (…quale generis? Ma il “sui”!), dedicata ad una questione più generale, trasversale a tutti gli artisti e a tutte le epoche della storia dell’arte, e che potrei riassumere con il termine leggermente pomposo di “fruizione estetica”.

Detto in parole povere, mi riferisco a come si svolge la faccenda al di là della barricata artistica, all’atteggiamento assunto da chi si pone di fronte all’opera e la osserva. Se da una parte c’è chi dipinge, scolpisce, ecc., dall’altra c’è praticamente sempre chi poi guarda il risultato scaturito.

Ogni persona possiede una propria personale esperienza estetica accumulata nel tempo. Anche chi, per ipotesi estrema, non avesse mai visto in vita sua un quadro, una scultura, un disegno, un film, uno scarabocchio, niente di niente che possa essere in qualche modo riconducibile ad una volontà di esprimersi attraverso il linguaggio artistico, ha in ogni modo delle aspettative sulle cose del mondo che passano al vaglio della propria visione.

La vista, di base, è uno strumento che ci consente di metterci in relazione con il mondo nei termini di una valutazione di elementi positivi o negativi. D’accordo, ci sono anche tatto, olfatto, udito, e “propriocezione”, sesti e settimi sensi, ma in un discorso sull’arte, già la vista occupa una buona fetta delle argomentazioni possibili.
Partendo proprio da un livello ultra-semplificato di considerazione del fenomeno, la vista è un filtro selettivo per distinguere ciò che è buono o cattivo, ai fini della nostra sopravvivenza, del nostro piacere, dell’accrescimento dei nostri affetti, e così via. In questo senso, anche chi è assolutamente digiuno d’arte, possiede già una propria competenza nell’ambito di un linguaggio visivo: conosce già una “lingua della vista”.

Questo fatto può rappresentare un ostacolo più o meno grande, nel momento in cui un osservatore abbastanza non avvezzo alle tematiche artistiche si ritrovi a confrontarsi con delle opere pittoriche, scultoree e così via. Della vista infatti, come abbiamo visto (eheheheheh...), nella vita ordinaria (quella lontana anni luci da una dimensione artistica) siamo soliti servirci in maniera valutativa ed utilitaristica, ossia misurando la bontà di ciò che ci circonda, nell'ottica del soddisfacimento dei nostri scopi e bisogni.

Il primo, grande, fondamentale e puntuale equivoco che scatta quasi inevitabilmente quando passiamo a dedicare la vista al mondo dell'arte, è che in un’opera ci si aspetta di ritrovare “il vero” riprodotto. D'altra parte, la cosa è più che ragionevole: siamo abituati ad usare la vista in un modo “utilitario” e in quel modo ci aspettiamo di continuare ad usarla anche in ambito artistico.

E’ proprio tale mancata variazione di registro che, ad un livello “ingenuo”, crea il malinteso circa quella che si ritiene dover essere l’intenzione primaria dell’artista: copiare fedelmente il mondo. Entro certi limiti di base, il concetto non è completamente errato, ma più si conoscerà l’arte, più ci si renderà conto che i livelli maggiormente qualitativi di espressività vengono toccati nel momento in cui l’artista propone non una sua copia, bensì una sua “interpretazione” del mondo.

Per addentrarci meglio in questo concetto, facciamo un piccolo parallelo con la parola scritta.
Mettiamo che mi presentassi a voi, dicendo: «…Salve, come va? Io sono un poeta. Adesso vi leggerò una mia composizione…» e subito di seguito mi mettessi rifilarvi una cosa del genere:

“…Spesso sento dentro
una forte insoddisfazione,
e quasi non capisco se
desidererei essere diverso…”

Giustamente vi infastidireste non poco e mi rispondereste in coro: “…Sì, va beh, se te sei un poeta, allora io ho appena visto passare il sesto stormo esistenzialista degli asini volanti…”.
Però, se appena dopo di me arrivasse un tale che, dichiarandosi anch’egli poeta, si mettesse a dirvi invece una roba su questo tono:

“…Meno mondo, per amor di Dio!
Meno di questa vita tutti i giorni!

Basta col mondo, basta con la gente!
Basta con tutto!
Voglio morire? No: morire
sovviene a chiunque.
Voglio una soluzione differente,
con più vita e assurdo.

Sono stufo di continuare ad essere io
in tutto quel che sono.
Voglio essere altro? No: cambiare
è facile da ricordare.
Voglio esser io, voglio esser mio,
ma senza stare dove sto…”.

a parte il fatto che questo tale si chiamerebbe Fernando Pessoa e non Gillipixel (la poesia s’intitola «Meno mondo» ed è del 1930), ma all'udire simili parole sareste percorsi da un moto di godimento estetico e, ricorrendo ad una classica espressione tratta dal bagaglio tecnico proprio del critico letterario, esclamereste: «…Minchia!!! Questo sì che è un poeta, mica te Gillipix…».

Per ritornare tuttavia al discorso dell’arte, facciamo un attimo mente locale sulle due composizioni proposte nel mio esempio: la prima non è poesia, ma è un uso del linguaggio molto aderente al “codice ufficiale” normalmente condiviso da chi parla l’italiano. Le parole, lì, hanno il significato che ci aspettiamo, né più né meno. Per sintetizzare, insomma, diciamo che è un modo di esprimersi “realistico” ed “utilitaristico”, anche perché chi si esprime su tale registro lo fa con il presupposto che i significati intesi dal “parlante” giungano nella loro interezza, in percentuale del 100%, all'ascoltatore.

La composizione di Pessoa invece (e non c'era certo bisogno che ve lo venissi a dire io) è poesia, eccome. Le frasi sono alla ricerca di significati nuovi, non si accontentano di quelli normalmente previsti dal dizionario. Con abbinamenti sintattici inediti o con giustapposizioni imprevedibili dei termini, forzano il comune modo di significare, per spaziare oltre, nel regno dei concetti inesplorati, nel dominio del “non ancora pensato”. Per riprendere la similitudine di prima, qui non si sa nemmeno quanta percentuale di significato parta dal “parlante” e quanta invece l'ascoltatore ne recepirà: si può anche andare su quote tipo il 1000% o il 3520%, assurde per il linguaggio comune, ma del tutto plausibili nella sfera poetica.

Proseguendo nella metafora: il mio abbozzo di “non-poesia” (volutamente banalizzato) equivale ad un dipinto che cerca di imitare il “vero” in stile Teomondo Scrofalo, mentre la poesia pura di Pessoa potrebbe rimandare alla potenza straniante di un Magritte o di un Dalì.

Ora, la domanda è questa: perché quando ci è promessa poesia su una pagina, ci incazziamo se poi ci viene rifilata prosa, mentre nell'ambito del linguaggio visivo, succede esattamente il contrario? Perché ci stizzisce la vista di un opera d'arte moderna, quando convoglia significati che si discostano dal “realismo”, mentre con il linguaggio vero e proprio reagiamo nel modo opposto?

Lamentarsi davanti ad un dipinto per la sua perdita di contatto più o meno marcata con il “vero”, equivale ad esultare per la mia “crosta poetica” e snobbare invece la magnifica sapienza “linguistico-pittorica” di Pessoa.

Forse uno dei motivi discriminanti, probabilmente il più banale, lo possiamo ricercare nella diversa dimestichezza posseduta rispetto all'uno o all'altro linguaggio. La lingua vera è propria ci è familiare, mentre il linguaggio visivo dell'arte lo è molto meno.
Anzi, per quanto riguarda il “capitolo” del vedere, siamo in qualche modo “depistati” dalle modalità ordinarie di attribuire significati alle cose del mondo attraverso l'uso quotidiano della vista.

In questo senso, per chi veramente è interessato all'arte, un serio punto di partenza potrebbe consistere nel cominciare ad imparare i suoi linguaggi.
Ancor prima: giova mettersi nell'ordine di idee che l'arte ci offre un nuovo modo di attribuire significati alle cose che vediamo, un modo che ha lo scopo di scoprire interpretazioni della vita e del mondo non esplorate prima da nessun altro.
Se attraverso il modo di vedere “quotidiano”, le cose ci parlano per quello che sono, attraverso la lente dell'arte ci viene aperta invece una modalità di visione poetica della realtà.

Per imparare il linguaggio (o meglio: i linguaggi) dell'arte è necessario leggere libri sul tema e vedere le opere dal vivo, ma in parallelo non meno necessario è mantenere sempre vivo uno spirito aperto all'osservazione non preconcetta.

«...Chi ha acquisito una certa conoscenza della storia dell'arte corre talvolta il pericolo di cadere in una trappola del genere. Vedendo un'opera d'arte non si abbandona ad essa, ma preferisce cercare nella mente l'etichetta appropriata. [...]
Parlare con intelligenza dell'arte non è difficile, da quando le parole proprie dei critici sono state impiegate in accezioni così diverse da perdere ogni vigore. Ma vedere un quadro con sguardo vergine e avventurarsi in esso in un viaggio di scoperta è un'impresa ben più ardua, ma anche ben più ricca di soddisfazioni. Nessuno può prevedere con che cosa, da un simile viaggio, farà ritorno a casa...».

La storia dell'arte
Ernst Gombrich - 1950

In apparenza si tratta di una contraddizione, perché sembra che ci venga chiesto di divenire esperti e nel contempo rimanere “ingenui”. Ma di modi di argomentare apparentemente discordanti, il mondo dell'arte ne è pieno zeppo, per cui conviene farci l'abitudine fin da subito.



sabato 8 gennaio 2011

Libri in fiore e pagine in letargo

Quando ho una gran voglia di scrivere, ma pochi argomenti nella testa (condizione pressoché cronica per me), faccio un giro in giardino. Lui ha sempre qualche cosa di buono da raccontarmi.

Anche in questi giorni di rigidità invernali, il giardino, in apparenza bigio, spoglio e muto, coltiva i suoi piccoli mugugni sotterranei, le sue elucubrazioni letargiche, per far sì che come ogni anno la primavera non lo trovi impreparato, al momento di tirar fuori dal guardaroba tutti i suoi vestiti leggeri guarniti di un tripudio di fiorellini e verdi frasche.

La natura appare come contratta nel suo sforzo di allontanare il più possibile da sé tutti i contenuti di acqua, per non offrire il fianco troppo scoperto alle implacabili morsicate del gelo. Tutto sembra un grosso gatto vegetale sonnecchiante sulla sua sedia, centellinando le energie in vista del momento di tornare a compiere i propri eleganti balzi arborei e floreali, fra pochi mesi.

La dice lunga il fatto che i sottili cordoli messi a delimitare sentieri e porzioni specifiche di giardino, in questo periodo si presentino più verdi del prato medesimo, impellicciati come sono da “peluriose sofficità” muscose. Praticamente, persino il cemento è più verde dell’erba, a questo punto dei giochi stagionali.


Poi l’attenzione viene attirata da una strana faretra di frecce un po’ rinsecchite ed aperte a ventaglio nell’aria pungente del mattino. Le punte di questi dardi sono minute e rossicce, con delle venature a lisca di pesce, che sembrano state ricavate sfregando un preistorico bocciolo di selce floreale.
Chi potrebbe sospettare che dietro l’apparenza spoglia di questi sparuti spuntoni si cela in realtà la spumeggiante sagoma di future ortensie in fiore? Ci vorranno ancora diverse settimane, ma alla fine la freccia ancora una volta esploderà nei tripudianti palloncini di mini-petali ammonticchiati, tipici di questo fiore.


Per ora tutto è rattrappito, intirizzito, trattenuto dentro, ma questi piccoli accenni fugaci lasciano intendere che la vita sotto continua a pulsare, si è solo presa la consueta pausa di riflessione. Solo alcune avanguardie irriverenti giocano a “bastian contrariare” l’andamento generale del paesaggio, e si divertono a “sbruffoneggiare”, cacciando fuori una improbabile bacca rossa, oppure si gigioneggiano nella loro grassezza plantare, sfidando sfacciatamente ogni regola del buon senso vegetale e del risparmio idrico normalmente consigliato di questi gelidi tempi.



Mi è venuto allora da pensare ai miei libri, i miei beneamati libri.
Non posseggo una biblioteca sterminata, ma almeno ho la soddisfazione di essermela creata tutta da solo, pian piano, nel tempo, aggiungendo volume a volume, e legando in questo modo i diversi periodi della mia vita alla lettura di un particolare romanzo, di un certo saggio, di una biografia, di una raccolta di poesie, ecc.

Ciascun libro, o quasi, l’ho sempre acquistato quando ne sentivo la “necessità”, quando mi sembrava di intuire che fosse arrivato il momento giusto per quel tipo di lettura. Talvolta anche quando reputavo che non avrei potuto essere sereno senza avere accanto a me quel testo.
Però non sempre si riesce a cogliere la sintonia perfetta fra esigenze dello spirito ed il giusto nutrimento culturale da offrirgli. E così è successo, e continua a succedere, che tanti libri mi sbocciano fra le mani, fioriscono nei miei sensi e nel mio animo, li leggo e “li vivo”, traendone godimento supremo, intimo piacere ed innalzamento interiore.
Ma molti altri finiscono invece per riposare nel loro letargo, in qualche parte della casa, solamente perché non avevo calcolato bene quale fosse il loro momento opportuno, la loro stagione da far combaciare ai tempi della mia vita.

Se ne stanno lì, nella libreria, in un armadietto, in uno scatolone, nel ripiano basso del comodino, buoni buoni, in attesa. Per ora si tengono in disparte, dietro il riserbo delle copertine, consapevoli del flusso vitale che continua a scorrere nascostamente lungo le loro righe, solo momentaneamente private dell’acqua di uno sguardo che le percorra avanti e indietro. Come la simil-selce ritratta dell’ortensia pronta ad esplodere nella sua sfericità estiva, recano fra la pagine tutto il loro carico di bellezza, e un giorno o l’altro lo depositeranno dentro di me in tutto il proprio turgore culturale vellutato e sinuoso.

Sta succedendo in questi giorni con un libro che mi procurai ormai tanti anni fa, e la cui lettura tentai di approcciare già diverse volte. Ma si vede che fino ad oggi non era mai stato il momento buono.
Parlo di «L’uomo senza qualità» di Robert Musil, e scusate se è poco. Questo libro è reputato uno dei capisaldi della letteratura del Novecento, uno dei quattro pilastri fondanti, insieme all’«Ulisse» e al «Finnegans wake» di Joyce, e alla «Recherche» di Proust.
E anche se queste classificazioni sono pur sempre un po’ artificiose e limitative, questo non toglie il fatto che il testo di Musil rimanga un libro epocale e di estrema complessità culturale.

In questi giorni ne ho letto un centinaio di pagine e sembra la volta giusta, anche se dovrei andare cauto, perché con un testo su due tomi per un totale di quasi duemila pagine, un misero centinaio sono poco più che un prologo. Ma stavolta mi pare che la lettura mi rimandi sensazioni positive, mi sento in sintonia con la narrazione, la sento entrarmi dentro, come mai mi era accaduto nei precedenti tentativi di assalto alla roccaforte del supremo mistero celato in questo libro.

E’ una prosa lussureggiante, non saprei definirla altrimenti. Leggere questo testo è come ritrovarsi nel pieno di una foresta pluviale di concetti ed emozioni, immersi in un abbraccio tropicale di liane narrative, fronde sintattiche, colossali radici semantiche che affiorano impetuose dal floridissimo terreno del testo scritto.

Insomma: un’ardua impresa da lettore, una sfida bella e buona. Spero solo non si tratti dell’ennesimo tentativo andato a vuoto. Ma stavolta sono fiducioso di ritrovarmi sbocciata in cuore, fra una pagine a l’altra, la bellezza culturale di tante ortensie in fiore.


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Prima di congedarmi anche per oggi, cari amici viandanti per pensieri, volevo fare una piccola precisazione su quel gadget che avrete visto comparire in alto sulla destra, quella foto rivisitata del celebre elmetto di “Full metal jacket”.

“Born to write”: mi sembrava bello rivedere in questo senso la frase del soldato Joker, “Born to kill”, già di per sè ricca di intenti paradossali e di intenzionalità complesse, con quel suo beffardo accostamento al simbolo della pace.

“Nato per scrivere”: è così che molte volte mi sento. Ma la cosa non vuole sottintendere trombonesche prese di posizione, né auto-incensamenti dal sapore messianico. Non è che mi sono montato la testa, non mi sto auto-assegnando onorificenze o qualifiche di profeta della domenica. “Nato per scrivere” vuol dire soltanto che è la cosa che mi sento di riuscire a far meglio nella vita. Magari la faccio pure da schifo e dunque figuriamoci allora come faccio tutto il resto, ma scrivere per me finisce molto spesso per far fortemente rima con vivere, e trovo il tutto una cosa molto bella.

Insomma, mi sento “nato per scrivere”, ma nel contorto e complicato modo in cui il soldato Joker si sentiva “nato per uccidere”, compreso il fatto che, così come è senza dubbio meglio fare la pace o l’amore invece di uccidere o fare la guerra, sarebbe altrettanto preferibile vivere di più e scrivere di meno. Ma proseguendo di questo passo, si finisce per imboscarsi in un groviglio di flanellose questioni che nemmeno il supremo “Tagliamosche”, leggendario spaccatore del pelo in quattro di Gillipixiland, avrebbe saputo dirimere.

Dunque, non preoccupatevi, cari amici viandanti per pensieri: foto più o foto meno, sono ancora io, Gillipixel, il solito imbratta pagine di sempre…



venerdì 7 gennaio 2011

Femminea orchestrazione

Il bello di non avere una reputazione è che te la puoi rovinare fino in fondo in ogni momento, quando più ti aggrada. E’ questo l’impervio sentiero che intendo percorrere oggi, facendo leva sul “secondo principio della mancanza di pudore”, che recita: «…l’ordinario individuo anonimo e scarsamente considerato è pienamente libero di rovinarsi la reputazione che non ha…».

In che modo intendo procedere a tale demolizione di rispettabilità, peraltro già mancante?
Presto detto: mi presenterò niente meno che sotto le vesti del qualunquistico allupato medio.

Inopinatamente, tutto il discorso viene introdotto dalle festività di fine ed inizio anno, attraverso le quali abbiamo appena terminato di guadare nei giorni recenti. E’ in tale periodo infatti che fioccano particolarmente fitti in televisione i diversi concerti di musica classica trasmessi dalle più svariate sedi. Se c’è un concerto, ci dev’essere un’orchestra; se c’è un’orchestra, ci devono essere gli orchestrali e fra questi, spesso e volentieri, anche diverse orchestrali donne.

Per farla breve, che cosa ha notato il mio bacato istinto tele-visionario assistendo ai concerti di musica classica durante le feste? Ha notato che le donne orchestrali sono sensualissime, forse una delle più potenti espressioni di sensualità femminea che è dato vedere sprigionarsi dalle anguste pareti della scatoletta catodica (o “ElleCiDiaca” che dir si voglia...che dirsi…).

Va beh, si obietterà, ma tu non fai testo. Tu drizzi le orecchie allupatorie anche al solo sentir parlare di qualcosa di vagamente femminile: ”...al menomo stormir di femminea foglia, te già c’hai ‘na mezza voglia...”. D’accordo, d’accordo. Può anche darsi che sia così, ma lasciatemi dire e poi obietterete in santa pace.

Le componenti che fanno della musicista classica inserita nell’ambito di un’orchestra una creatura particolarmente ammantata di charme ed avvenenza, sono tautologicamente tre: è donna, suona uno strumento “classico” (“da conservatorio”, e come tale, particolarmente complesso), e lo fa in un contesto umano molto articolato.

Sul primo punto (“è donna”), non mi soffermo più di tanto: anche un bel controfagottista dalla lussureggiante barba, nerboruto, aitante e villoso, avrà il suo perché, ma con tutta la buona volontà, non è il mio genere.

La seconda questione è invece cruciale: assodato nel “punto uno” che di donna s’ha da trattare, viene subito dopo il fatto che lei suona uno strumento “classico”. Ora, io non sono per nulla esperto, ma da quel poco che so, lo studio della musica ai massimi livelli qualitativi è una faccenda mentale, caratteriale e fisica tremendamente difficile. Ci vuole una volontà di ferro, una pazienza infinita, un talento fuori dal normale. Ecco allora che l’immagine proiettata dalla donna orchestrale, mentre te la gusti sbocconcellando tortellini, bolliti e pandoro, principia già ad emanare un’aura femminile non comune.

E’ proprio in questa fase dei vagheggiamenti gastronomico-musical-televisivi, che affluiscono alla mente fondamentali “flash-back ipotizzati”, necessari ad introdurre peculiari vibrazioni di iper-pregiata fisicità muliebre. Dinnanzi agli occhi dell’immaginazione mi scorre praticamente mezza carriera della leggiadra orchestrale in oggetto.

La rivedo sulle travagliate carte pentagrammate. Con la fantasia narrativa la incontro giovinetta mentre rincorre treni, autobus, corriere che la portano al conservatorio, sotto il peso della grossa custodia contrabbassistica o tutta intenta a difendere l’incolumità del suo amato violino dalla folla spintonante e prosaica.

La ritrovo ancora immaginata nelle estenuanti prove fino a tarda notte, nella quiete della sua stanzetta presa in affitto in città, bardata di pesanti maglioni durante i rigidi inverni, momentaneamente “dis-ingentilita” nel sembiante da tute sformate ma “teporose”, oppure discinta, sudata ed inconsciamente provocante nelle torride afe estive, fra lievi ondeggiamenti di polso complici dell'andirivieni di una trombonesca coulisse, la brezza che soffia fra le fessure delle persiane, ad accarezzare braccia rugiadose e ritmanti al seguito dell'archetto, a vellicare labbra increspate e gote caparbie a mongolfiera, a sorreggere dita leggiadre che pizzicano e premono tasti, cosce che si avvinghiano a violoncellevoli propaggini, braccia che si aggrappano salde a contrabbassezze profonde e penetranti.

Sempre attaccata allo strumento, sempre in simbiosi, tanto che esso diventa una parte del suo corpo, un suo organo vitale e pulsante, un suo prolungamento sensibile e sensuale.

Tutto questo retroterra immaginato si proietta dunque trionfalmente nell'immagine della donna orchestrale, solennizzata dal momento dell'esibizione ufficiale con ripresa televisiva.
Il fine spettatore, gozzovigliante e festaiolo, leggermente inebetito da leccornie e liquidi inebrianti, non può a quel punto fare altro che lasciarsi travolgere dalla ventata di sensualità spirante dall'immagine della donna orchestrale rapita nell'acme della propria vigoria musicale.

Perché prima ancora che nota ed armonia diffusa nella sala del teatro, e poi nella nostra sala da pranzo attraverso la tele, quella musica soave che possiamo delicatamente centellinare sotto il palato insieme a fette di cotechino ingentilite da mostarde e cucchiaiate di pure, è stata alito caldo amorosamente soffuso dalla graziosa clarinettista, è stata guizzo di muscolo sapientemente dosato dalla deliziosa violinista, è stata premurosa carezza regalata dalla serafica arpista alle corde del proprio mastodontico strumento turgido di emozione.

Al punto che, estatico spettatore e masticante in siffatto turbillon di sensazioni, ad un bel momento ti accorgi come torni a farsi vivo (con accessoria e parziale riabilitazione anche del nerboruto controfagottista di prima...) il terzo fattore di sensualità che menzionavo sopra, ossia il fatto che una donna orchestrale è inserita in un contesto umano molto articolato.

E' infatti allora che ti rendi conto di quanto l'orchestra sia in realtà un grande e perfetto meccanismo mosso dalla brama di dar vita ad una dimensione superiore, al regno puro delle pulsazioni amorose più elevate. Donne ed uomini orchestrali non fanno apparentemente niente di più che emettere suoni dai loro strumenti, ma nella rivelazione dell'effettività poetica, essi emanano verso l'atmosfera porzioni delle proprie anime, frammenti di desiderio di fusione spirituale.

Ed è proprio lì, in sospensione sopra gli sguardi ormai bolliti d'estasi degli spettatori in teatro e a casa, che quegli aliti caldi, quelle vigorose carezze, quei trapestii di tasti, quegli indugiati sfregamenti di corde, si fondono attraverso l'aria nel più rarefatto degli amplessi corali mmaginabili.

Però!!! Non avrei mai pensato che con la reputazione completamente rasata a zero, ci si sentisse poi così leggeri...




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giovedì 6 gennaio 2011

Paul Klee: silenzio! …parla l’immagine (episodio 2)


Cari amici viandanti per pensieri, vi debbo ancora una puntata riguardante l'opera e la figura artistica di Paul Klee. Anzi, la debbo in primo luogo alla cara Rosalucsemblog, richiedente ufficiale di uno scritto sul grande artista del '900, nell'ambito della mia rubrica “Piccole sbrodolate di sugo artistico sulla camicia bianca”.

Dopo la prima sbrodolata teorica, mi ero ripromesso di affrontare stavolta degli esempi diretti, analizzando nel concreto alcune opere del maestro svizzero-tedesco. Se non alcune, almeno una, di opere.
Tuttavia, se per quanto riguarda gli aspetti teorici delle “strutture creative” di questo grande dell’arte del ‘900, ho dovuto sudare sette camice, in questa seconda parte dovrò sudare 47 camice, 6 paltò, 4 piumini d’oca e 22 paia di braghe alla zuava.

Sappiamo che il compito del critico, dell’esegeta, del commentatore d’arte si presenta ogni volta improbo ed irto di paradossi. Suo obiettivo è infatti parlare dell’ineffabile, dell’indicibile, perché se i significati, le emozioni che un’opera riesce a trasmettere, fossero stati raccontabili a parole, lo stesso pittore, o scultore, o regista cinematografico, non si sarebbero presi la briga di fare tutta la fatica di colorare tele, smazzolare marmi o imprimere di luce kilometri di pellicola: avrebbero semplicemente preso la penna e un quaderno, scrivendo quello che avevano da dire.

La missione del critico d’arte è dunque già parecchio complessa, ma figuriamoci un po’ cosa diventa quando una simile strada cerca di percorrerla un umile imbratta pagine qual è il sottoscritto, pretendendo per di più di illustrare le opere di un artista il cui intimo messaggio mira a cogliere esattamente l’espressività estetica che precede ogni possibile “linguaggio visivo”. In pratica è un parlare di ciò che viene prima del “parlare per immagini”.
«Minchia!!!» mi viene da esclamare, con scarsissimo spirito artistico.

Ma se è vero, com'è vero, ciò che più o meno dice un vecchio adagio cinese (o almeno mi pare...), ossia che “...anche un difficile e lunghissimo cammino, s'inizia sempre col primo passo...”, vediamo un po' cosa mi riesce di dire anche quest'oggi.

L'opera di Klee sulla quale cerco di soffermare la mia riflessione è piuttosto famosa. S'intitola “Strada principale e strade laterali”, è del 1929, realizzata con olio e gesso su tela. In generale, è sempre importante indicare tecnica e materiali di un'opera, ma con Klee la cosa assume un significato ancor più peculiare.

Strada principale e strade laterali”, Paul Klee - 1929

Come dicevo infatti l'altra volta, Klee non ha una tecnica sua prediletta, e questo fatto s'intona particolarmente alla sua poetica di scarso interesse per lo specifico medium materiale di trasmissione del “significato estetico”, mirando invece egli a focalizzare il “contenuto puro” di ciò che viene figurativamente evocato.
Olio, acquerello, matita, carboncino, litografia: la tecnica per Klee viene di volta in volta, solo dopo aver focalizzato il “primigenio costrutto estetico” che intende far riaffiorare dagli antichi territori dell'«inconscio collettivo» (efficacissima espressione junghiana).

Argan sottolinea che lo scopo di Klee «…non è di rappresentare, ma di visualizzare; la visualità segue le leggi della percezione. Si rappresenta qualcosa che ha già una forma nel mondo esterno o nell’immaginazione dell’artista; si visualizza qualcosa che, prima di essere visualizzata, non aveva un’esistenza fenomenica [...].
Ciò che si rivela, tuttavia, non è un'introspezione penetrante, ma l'operazione artistica, i cauti moti dell'occhio, del braccio, della mano, di tutto l'essere dell'artista che si fa sensibile agli impulsi che vengono dal profondo. Se studia e pratica tutte le tecniche non è per disporre di più efficaci mezzi di rilevamento e di trascrizione, ma per poter somministrare all'immagine che si va tramando la materia più adatta al suo farsi...».

Lo stesso Klee, in uno dei suoi tanti scritti teorici, ebbe ad affermare: «…l'opera d'arte è prima di tutto genesi; mai afferrabile semplicemente come prodotto...» (“Credo du crèatur”, Paul Klee – 1920).

«…Paul Klee contrapponeva la forma, che è “fine, morte”, alla formazione, la sola in grado di rivelare la “Vita”.
In questa logica, l'artista vantava “l'identità dell'opera e del processo della sua elaborazione (l'opera “è” la sua storia).
Lo spettatore attento esplora la superficie del quadro “come un animale pascola una prateria” e, se nella stesura sono stati attivati certi percorsi per guidare il suo sguardo, può entrare in sintonia con il processo della creazione...» (“L'arte del ventesimo secolo”, Denys Riout – 2000).



Anche “Strada principale e strade laterali” fa i conti con un vecchio “fantasma estetico” della tradizione occidentale: la prospettiva.
Come ho già detto nella prima puntata, la prospettiva è infatti fra le “convinzioni” estetiche più radicate in una sensibilità artistica e visiva qual è la nostra, che affonda gran parte delle proprie nobili radici nella gloriosa e geniale stagione rinascimentale.
Vedere il mondo in senso prospettico ci appare fenomeno talmente scontato, da renderci quasi impensabile un modo di osservare differente. La prospettiva ci sembra connaturata alle cose che vediamo, tanto ci è familiare e tanto è potente la sua “carica illusoria”. Ma non è così: la prospettiva non fa parte della realtà estetica, bensì ne è soltanto una delle possibili interpretazioni.

Ecco, per dirla con un'espressione proprio terra terra (rischiando anche di dire una notevole vaccata...), l'operazione che Klee compie con questo dipinto è “sbugiardare” il mito della prospettiva. Anzi, egli va oltre. Cerca di farci capire che anche la prospettiva, il supremo esempio di “naturalità” presunta più genuina, si rifà in realtà a delle fondamenta estetiche primordiali che competono a dimensioni molto più profonde della nostra sensibilità interiore.

Anche la prospettiva insomma, ci dice Klee, non è una qualità intrinseca alla realtà, ma un linguaggio creato (“contrattato” dai parlanti, secondo quanto detto nella prima puntata) a partire da basi estetiche inconsce ben più profonde.

Credo che non a caso Giulio Carlo Argan abbia scelto quest'opera per illustrare la poetica di Klee. Se Klee riesce infatti a farci capire che anche la prospettiva è uno dei possibili modi attraverso cui la “contrattazione” del linguaggio visivo si poteva specificare, lo potrà fare con qualsiasi altro “modo di parlare estetico”.

“Strada principale e strade laterali” sembra una prospettiva, ne ha tutte le credenziali, ne presenta tutti i connotati, ma alla fin fine, è un'altra cosa. Non sapremmo specificare bene cosa, ma ci rendiamo conto che è così.
C'è l'artificio del rimpicciolimento degli oggetti di man in mano che la distanza cresce; ci sono quelle linee lontane trasversali sull'orizzonte, che suggeriscono un cielo, forse delle colline sul limite del nostro campo visivo, forse il corso di un fiume fra i suoi argini, o forse altro ancora. E i rettangolini a dimensione digradante, sono per caso campi visti dall'alto, tetti di case?

In fondo non importa sapere niente di tutto ciò.
Quello che interessa a Klee è attivare quei meccanismi puri e profondi che stanno dietro al farsi della prospettiva.
In questo senso, qualsiasi prospettiva classica, per esempio quella contenuta in un'opera di Piero Della Francesca (forse il più grande fra i “narratori” in lingua prospettica), è “forma”, e in quanto tale, per usare le parole di Klee stesso, è “fine”, è “morte”.
Ciò che invece Klee mette in rilievo con “Strada principale e strade laterali” sono le dinamiche estetiche pure e vitali, che precedono la prospettiva come suo presupposto: è la prospettiva nel suo “formarsi” potenziale.
La prospettiva classica era cristallizzazione definitiva di un linguaggio; la “pre-prospettiva” di Klee è vita colta nell'atto del suo farsi estetico.

La “forma” equivale dunque alla stasi. Il “formarsi” equivale invece alla vita.

Con una bellissima ed efficace espressione, Klee era solito affermare anche che il suo intervento nella realizzazione delle opere era “limitato” (si fa per dire...) al «…”far fare una passeggiata a una linea”, per scoprire così che cosa diventa l'immagine in quanto tale...» (“Guardare l'arte contemporanea”, Mary Acton – 2004).

Anche e soprattutto per questo motivo, l'opera di Klee sfugge ad ogni tentativo di classificazione, di uniformazione ad uno stile, ad una tipologia espressiva, e non può sottostare a niente di niente di tutto ciò. Quello che interessa a Klee, sia come pittore, sia come insegnante di design della Bauhaus, non è inserirsi in «…uno spazio-tipo, astratto o geometrico, ma nello spazio reale dell'esistenza...».

E così si conclude la seconda ed ultima puntata di sbrodolate dedicata a Paul Klee. Prima di congedarmi, ringrazio ancora immensamente la cara Rosalucs. Tu non immagini che regalo stupendo mi hai fatto, con la tua richiesta. Anche oggi ho passato un pomeriggio di divertimento culturale puro, scartabellando fra le pagine della mia pur limitata bibliografia artistica, approfondendo concetti, slalomeggiando fra idee elevatissime, e misurandomi con le affascinanti difficoltà di raccontare simili complessità.

Certo, per poter scrivere, ho dovuto rinunciare all'arricchimento spirituale che mi avrebbe regalato una visita in un qualche centro commerciale; ho dovuto rimandare la visione dell'ultimo film di De Sica in un qualche cinema multisala, in elitaria compagnia di alcune altre centinaia di cultori del “bello”...
Ma che ci vogliamo fare...non si può avere tutto dalla vita...



martedì 4 gennaio 2011

Giù la testa, su la coda...e il resto son tutte seghe


Tantissime volte ho parlato della “sacralità” delle parole. Anzi, si potrebbe quasi dire che su questo argomento, il mio blog praticamente ci campa.
Le parole sono vive e in un certo senso importanti come la nostra vita stessa, perché ci rendono capaci di abbracciare il mondo proiettandoci in esso e di far affluire il mondo verso la nostra interiorità più profonda. Le parole sono gran parte della nostra identità, perché sono anche gran parte dei nostri pensieri.

Per questo, quando riusciamo a cogliere nell’utilizzo delle parole una sprovvedutezza introdotta più o meno in buona o cattiva fede, ne deriva una sorta di divertimento amaro, ma pur sempre nobile, perché la cosa ci fa sentire come dei fieri paladini della giustizia semantica e grammaticale, che sono riusciti a smascherare il balordo di turno, nemico, o perlomeno maltrattatore, della parola.

Gli esempi più eclatanti li possiamo pescare spesso dal mondo della pubblicità, dal che si arguisce come questa forma di moderna pestilenza comunicativa possa essere in talune circostanze volta in forma di sollazzo concettuale a buon mercato.

La pubblicità ricorda un po’ una vecchia barzelletta anni ’70 (vi sarete accorti che quando cito una barzelletta, per me sembra sempre scaturita da quel decennio fatidico…forse è solo in virtù di una mia suggestione, ma certe sfumature più salaci dell’umorismo mi piace spesso accostarle a quell’epoca, anche se magari l’abbinamento non corrisponde affatto al vero, cosa tra l’altro di difficilissima verificabilità).

La barzelletta in questione, piuttosto spietata e particolarmente “sociologically incorrect” (e forse è per questo che mi viene da associarla spontaneamente agli anni ’70…), parlava di quel tizio che si recava spesso da uno scarpaio, e se ne usciva sempre con un paio di scarpe strettissime, anche due o tre numeri in meno del suo, rigorosamente calzandole subito dopo l’acquisto.

Il buon bottegaio lasciava correre, si sa, il cliente ha sempre ragione e gli affari sono affari, ma un bel giorno non resistendo più dalla curiosità, si decise a chiedere allo strambo acquirente il perché di questo comportamento: «…Ecco, vede, caro signor scarpaio…» rispondeva con fare mesto il bizzarro cliente, «…mio figlio si droga e spaccia, mia figlia va a battere lungo i viali della circonvallazione, mia moglie passa le giornate davanti alla televisione con la bottiglia in mano e non sa quasi nemmeno più chi sono e se esisto…quando viene sera, l’unica soddisfazione che mi rimane, è levarmi le scarpe dai piedi…».

Lo stesso succede con la pubblicità: l’unica soddisfazione è quando riesci a stanare fra i suoi molesti anfratti quei paradossi bislacchi che ti permettono di urlare un liberatorio: «…Il re è nudo!!!...».

Il primo «re nudo» a cui riesco ad urlare dietro oggi, viene da lontano.
Fa infatti riferimento ad un antico “carosello” dell’epoca di mia “fanciullitudine”. I diversi “caroselli” li distinguevo allora in base allo stato d’animo che mi trasmettevano. C’erano quelli che io reputavo cupi, e che già dalle prime battute non vedevo l’ora finissero, mentre i miei preferiti erano quelli gioiosi, come “El Dindondero”, “Gio Condor”, “Carmencita”, l’omino Bialetti, “bidi bodi bù ondaflex”, e così via.

Questo di cui vi voglio parlare era posizionato in fascia intermedia, per così dire: non mi dava propriamente fastidio, ma nemmeno mi esaltava. Reclamizzava una grappa. Il punto di forza del messaggio, il nucleo della blandizia di quello spot (ogni spot si fonda sempre su una lusinga di base), stava in una presunta particolarità nella lavorazione di quella grappa. I solerti spottari dell’epoca, in pratica oltre alla grappa volevano farci bere questi della ditta come grandi nostri amiconi, disposti a farci un favore incredibile: di tutto il prodotto, dopo aver scartato la “testa” e la “coda” delle vinacce distillate, riservavano a noi ed esclusivamente per noi, badate bene, solamente il “cuore”.

Nella mia ingenuità bambinesca, mentre ero lì che in ogni caso aspettavo la fine rapida di quel “carosello”, sperando che seguisse subito un bel “Miguel son mì”, dicevo fra me e me: «…Però, come sono generosi questi grappari, come ci tengono al palato dei clienti: buttano via un sacco di distillato pur di farli contenti!…».

Solo diversi anni dopo, ho scoperto quale grande favore ci facevano allora con quella sopraffina operazione. Leggete un po' questo piccolo brano (tratto da qui):

«…La condensazione di questi elementi, accompagnata da un odore sgradevole, rappresenta la cosiddetta “testa”, che, come è noto deve essere scartata perché estremamente tossica e pericolosa. Sostanzialmente si tratta di metanolo che, se ingerito, anche in modiche quantità, può produrre gravi problemi al nervo ottico, fino alla cecità, ma può anche causare la morte.

A partire da 78,4 gradi centigradi e sino a 100, abbiamo il “cuore” della grappa, composto da alcol etilico e sostanze volatili che conferiscono gusto e aroma del distillato. Sopra i 100 gradi c’è la “coda”, non pericolosa per la salute ma ricca di impurità e olio amilico, spesso di sapore e odore sgradevoli…».

Capito che grandi amiconi che erano?
Ciò che facevano non era nient'altro altro che applicare la normale procedura di distillazione della grappa, ma nello spot ce la spacciavano per quel gran privilegio alambiccato appositamente per noi. E ci facevano pure sentire quasi in dovere di ringraziarli calorosamente, perché grazie alla loro magnanimità non avremmo finito i nostri giorni sospettati fra l'altro di essere schiattati in odore di suprema “segaiolità” (condizione che, com'è noto, va di pari passo con la perdita della vista...), oppure, nella migliore delle ipotesi, per averci risparmiato una brodaglia puzzolente e nauseabonda.

Fortuna che allora ero un bambino e mi bastava l'immediato arrivo del “Caballero” per spazzare dalla mente ogni ricordo etilico, ma ponderando la cosa a distanza di anni, mi è venuto spontaneo riflettere ancora una volta sulla sacralità delle parole e sulla grande delusione che si prova imbattendosi in casi di infrazione grossolana di tale sacralità.
Molto più onesto sarebbe stato da parte dei pubblicitari se ci avessero raccontato, nel venderci ad esempio un'automobile, che nell'articolo erano comprese pure le ruote: ci sarebbe stata più soddisfazione.

Ma balzando di era pubblicitaria remota in era spottarola recente, veniamo ora ad un altro esempio a noi più vicino.
Quest'altra blandizia reclamizzante la si sente spesso in una odierna televendita di materassi. Qui non si tratta di un vero e proprio ingannevole modo di presentare le cose, ma non credo che questo fatto ci debba rincuorare più di tanto. Forse è sintomo del fatto che i creativi degli spot reputano il pubblico ormai decaduto a quote così infime di boccalonità e gonzaggine, che gli puoi raccontare di tutto, senza timore alcuno di moti eventuali di ribellione o protesta.

In questa réclame di materassi, ci viene raccontato che dorme sul fianco chi ha un carattere posato, sicuro di sé, sempre all'altezza della situazione; riposa invece sulla schiena il tipo deciso, che non si lascia condizionare dagli altri, sempre attivo nell'affrontare gli eventi della vita (ho inventato un po', perché non ricordo alla lettera, ma il tono delle descrizioni è grosso modo questo...); e così via.

E' stato dopo aver sentito due o tre di queste incensature dell'impavido dormiente, accorgendomi con mia decisa incredulità di come praticamente tutte le posizioni di ronfaggio erano state prenotate da gran virtuosi e uomini illustri, che mi è venuto spontaneo chiedermi: «…Va beh, ma allora, i figli di puttana, i buoni a nulla, i codardi, i fannulloni, gli scansafatiche, i perdigiorno, i voltagabbana e i gran bastardi...si può sapere come minchia dormono? Delle due, l'una: o non dormono per niente, perché gli rode la coscienza, e la cosa si potrebbe anche capire, oppure, ancora meglio, dormono in piedi come i cavalli e come tali non interessano, perché non potranno mai essere clienti potenziali di un materasso…».

A questo punto, cari amici viandanti per pensieri, se avete ancora un filo di pazienza, vi racconto ancora un'ultima fregnaccia e poi per oggi mi levo dai piedi.

Sempre a proposito della sacralità delle parole e dello scarso rispetto che si porta ad essa, già vi parlai in altre occasioni della posizione di privilegio che occupano in questo panorama le parolacce, le volgarità, le oscenità. E vi dissi che mi infastidisce molto l'uso inflazionato della parolaccia, non tanto per questioni di bigottismo o simili, ma proprio perché l'oscenità è parola particolarmente sacra fra le parole, portatrice di stati d'animo del tutto peculiari e speciali, e come tale, svilita dall'utilizzo frequente e fuori luogo. Inoltre, nell'uso spropositato della parolaccia, ci leggo anche un adagiamento ad un notevole grado di “pecoronismo”, un “gregarismo” passivo e scarsamente raziocinante, un atto di resa alla banalità espressiva.

Ora, c'è un modo di dire piuttosto volgare che sento pronunciare spesso ultimamente e il cui uso intensivo mi sta sommamente sui cosiddetti. Mi riferisco all'espressione “sega mentale”, laddove s'intenda indicare un atteggiamento di vacua elucubrazione, un vano vagabondaggio meditativo, un labirintico rimescolio di idee. Non saprei dirvi bene perché, ma l'espressione “sega mentale” usata ad ogni piè sospinto, mi dà particolarmente noia.

Forse perché mescola impropriamente ambiti banali con dimensioni ben più nobilitanti, tanto che mi viene da dire a tutti i miseri parlanti imprevidenti e superficiali: una cosa sono le vostre vaccate svaporate nell'aria tanto per buttare fiato fra i denti, altra cosa e ben più seria sono invece il “fai da te” ed il solingo bricolage.



domenica 2 gennaio 2011

"Il maledetto compito"


«...Perchè nel libro segreto dei miei ricordi il sabato pomeriggio e la domenica mattina saranno così lieti e assolati, mentre il pomeriggio della domenica sarà così cupo, uggioso, triste? Sarà il ricordo del compito per casa a darmi quell'angoscia che mi porterò dietro per tutta la vita.

Trascorrerò due anni in campo di concentramento, e più di un anno in prigione: là tutti i giorni saranno uguali e non avranno nome. Non esisteranno calendari, ma io sentirò quando sarà domenica. E se in vecchiaia odierò il pomeriggio della domenica e lo sentirò pesare sulle mie spalle, la colpa sarà del compito per casa. Del compito che mi aspettava al varco, la sera della domenica quando avevo terribilmente sonno.

[...] E quando successivamente si parlerà di abolire i compiti delle domeniche, stanerò dal suo angolino quel ragazzino con i capelli alla Bebè e gli mostrerò il giornale: lui leggerà sillabando i titoli "Niente compiti alla domenica" e, guardandomi con grandi occhi rotondi: "Anch'io?" mi domanderà con ansia.

"Tu no, povero Giovannino" gli risponderò. "Per te è troppo tardi. Fino al giorno in cui io vivrò e tu dovrai vivere nel mio vecchio cuore, avrai ogni domenica il tuo compito da fare".

(La nostra fanciullezza non muore, vive perennemente in noi e diventa sempre più viva col passare degli anni. Quando il compasso chiuderà il cerchio, l'ultimo punto è più lontano ma è anche il più vicino perchè coincide con esso).

Il ragazzino mi guarderà coi suoi occhi pieni di angoscia. "Giovannino" gli dirò "torna nel tuo angolino in fondo al mio vecchio cuore. Oggi è domenica, la sera sta cadendo e tu devi fare ancora il compito".
"Il maledetto compito" preciserà perchè ci conosciamo a fondo e ha confidenza in me...»

"Chi sogna nuovi gerani?"
Giovannino Guareschi - 1993