sabato 25 agosto 2012

Li mortacci digitali



Si fa un gran parlare dei “nativi digitali”, riferendosi con questa espressione a quei bimbetti novelli, sfornati fra le fila delle più recenti generazioni, capaci di passare senza soluzione di continuità dal seggiolone alle più complesse strumentazioni tecnologiche, con la stessa naturalezza con cui da sempre sono stati tradizionalmente in grado di passare dalla tetta al biberon.

Poco invece si sente dire de “li mortacci digitali”.

Si tratta di quella generazione, o “generazione e mezza”, di persone che, volendo paragonare la vita a una partita di baseball, per questioni di slittamento cronologico sono arrivate in scivolata disperata sul cuscino di “casa base” dell’era digitale, mancandola di un soffio o sfiorandola appena, mentre l’arbitro chiamava inesorabilmente l’«out».

Ciò nonostante, “li mortacci digitali” sono stati costretti in ogni caso a confrontarsi quotidianamente con il moloch telematico che ormai tutto pervade e a tutto soprassiede. Tra l’altro, la definizione di “li mortacci digitali” non si limita solamente a riflettere in negativo la ben più diffusa definizione di “nativi digitali”, ma contiene in sé anche un’assonanza con certe tonalità comportamentali tipiche dell’informatizzato tardivo. Non di rado infatti “li mortacci digitali” danno prova della propria assoluta impotenza di fronte al maleficio informatico, prorompendo in smadonnamenti sacrosanti, assunti come unico e disperato baluardo di difesa residuo.

Anche io mi sento e mi sono sentito spesso di far parte della folta schiera de “li mortacci digitali”, anche se alla fine sono riuscito a recuperare abbastanza bene ed ad aggrapparmi al tram della digitalizzazione con un minimo di dignità, guadagnandomi il mio modesto spazio sul predellino posteriore. Ad ogni modo, molte volte mi sono sentito in sintonia con le sfumature maledicenti del ruolo, per cui sarà forse per questo che credo di riuscire a capire un po’ anche lo spirito de “li mortacci digitali” puri.

Una delle specificazioni più perniciose de “li mortacci digitali” si ottiene quando questa caratteristica si abbina nella medesima persona con la qualifica di dirigente. In quel caso, per i poveri dipendenti, soggetti alle sferzate di nonsenso computeristico che ne derivano, sono guai grossi.

“Li mortacci digitali” e per giunta dirigenziali, non capendoci una mazza di computer, sono i classici fervidi credenti nell’onnipotenza digitale e sostenitori impavidi del motto “basta schiacciare un bottone e poi fa tutto da solo”. Spesso e volentieri, questo tipo di “mortacci digitali” para-manageriali procurano notevole intralcio all’ottimale svolgimento del lavoro, perché costringono il dipendente a svolgere compiti insensati, o ben che vada malamente mirati rispetto alle potenzialità che sarebbero invece offerte da un corretto uso degli strumenti vari, col dovuto rispetto della loro natura informatica.

Poi ci sono “li mortacci digitali” di pari grado, per così dire, o di livello medio. Questi sono più pittoreschi e simpatici. Tutt’al più ti vengono a fracassere gli zebedei a casa, con la richiesta di svolgere operazioni informatiche che ormai anche un bimbo dell’asilo sa fare con un dito solo e ad occhi bendati, mentre con le restanti nove dita gioca otto partite sulla playstation, controlla via internet il sincrotrone del CERN di Ginevra e scrive una mail alla fidanzatina di 6 anni.

“Li mortacci digitali” di pari grado hanno abbandonato la sfida molto tempo fa, praticamente sul nascere stesso della sfida. Puntano tutto su di un approdo pensionistico il più indenne possibile da inquinamento mentale per nozionismo informatico. Di man in mano che i computer invadevano gli uffici, hanno imparato il minino necessario per vivacchiare, mantenendosi arroccati al massimo al proprio sapere operativo tradizionale e demandando ai giovani la singolar tenzone con floppy disk e megabyte.

Siano di alto, di medio o di basso grado, “li mortacci digitali” hanno in comune l’atteggiamento magico - riverenziale nei confronti del mezzo digitale. Essi sono figli dell’era meccanica e per loro, cambiamento significa in ogni caso movimento, spostare un corpo dal punto A al punto B. “Li mortacci digitali” sono abituati a toccare con mano, san-tommaseggiano da sempre e mal concepiscano l’idea che il mondo possa essere smosso solamente facendo attraversare un flusso di corrente elettrica attraverso dei circuiti appositi. Per cui sono propensi ad attribuire proprietà esoteriche ad ogni tipo di apparato tecnologico, cosa che, a ben guardare, non è nemmeno del tutto infondata. Almeno se si osserva il fenomeno della digitalizzazione generalizzata dal punto di vista degli effetti imprevisti e preterintenzionali che essa causa sui comportamenti e sugli stili di vita.

Ma questo forse è un altro discorso.

Dove invece, sempre sul posto di lavoro, “li mortacci digitali” esprimono il meglio della propria classe, è in un effetto collaterale del loro status, denominato “sindrome da paraculismo informatico di ritorno”. Questa si manifesta quando “li mortacci digitali” sfruttano artatamente il proprio “zombismo telematico” e vellicando le sconsiderate brame di protagonismo dei giovani colleghi “semi-nativi digitali”, fanno leva sulla frase di rito: «…fallo tu, io non sono capace…», sino a sbolognare agli altri sedicenti esperti gran parte del lavoro. Il giovin aitante computerizzato si sente gratificato nel suo orgoglio, mentre “li mortacci digitali” se la ridono sotto i baffi, blandendolo ufficialmente, ma godendo nel loro intimo per aver rifilato le incombenze al vanaglorioso. Ma anche questa è un’arte sottile, perché solamente i migliori fra “li mortacci digitali” riescono in questo intento, dando la sensazione di essere stati anch’essi parte essenziale della fatica del gruppo di lavoro.

Ciò non toglie poi, che quando devono usare il computer per i fattacci loro, tipo scaricare film a casa o fare i farfalloni online con qualche ruspante donzella, “li mortacci digitali”si tramutino di botto in super esperti cibernetici.

“Li mortacci digitali”, insomma: un’opzione da non disdegnare del tutto. Dentro ciascuno di noi se ne cela uno: l’importante è concedergli sempre lo spazio giusto al momento giusto.


2 commenti:

Marisa ha detto...

Decisamente io appartengo a questa categoria "hanno imparato il minino necessario per vivacchiare, mantenendosi arroccati al massimo al proprio sapere operativo tradizionale e demandando ai giovani la singolar tenzone con floppy disk e megabyte."
Il mio motto è: Se non ce n'è bisogno evita lo sforzo di imparare tanto finchè impari la tecnologia si evolve e non sarai mai al passo.
Bacini megabyte

Gillipixel ha detto...

@->Marisa: saggezza pura, Mari :-) io mi sono reso conto, nella mia carriera di informatico in ritardo, che alla fine ho imparato solo le cose che mi divertivano, oppure che servivano proprio per forza...per il resto, c'è un'infinità di buoni libri da leggere :-)

Bacini economizzati :-)