giovedì 13 settembre 2012

In the world of the dreamt words

Quando si passa molto tempo della giornata a cincischiare mentalmente e visivamente con le parole, si finisce talvolta per sognarne qualcuna. A forza di leggere, scribacchiare, sragionare in modo gioioso, sino a smarrirsi per labirintici sentieri ludico-pensierosi, l’immagazzinamento di parole su parole s’ingolfa nel proprio inconscio, sino ad indurre quest’ultimo a reificare, personificare quasi, trasformare in nostri cari vecchi amici, quei cari fonemi ingurgitati.

Tanto che, come accennavo, una parola può essere addirittura sognata. Devo chiarire tuttavia meglio a cosa mi riferisco. Mettiamo ad esempio che si tratti della parola “GATTO”: non intendo che da quest’ultima venga promanato direttamente il sogno dell’immagine felina relativa, oppure dei caratteri grafici letterali necessari a scriverla sulla pagina bianca. Il fenomeno di cui parlo, prerogativa dei viandanti per pensieri della più folle risma, è molto più sottile e si verifica quasi esclusivamente con parole delle quali non si ha ben chiaro il significato. Magari succederà anche con quelle note e familiari, ma a me di fatto è stata una parola sconosciuta a presentarsi in sogno.

La parola, pensate un po’, l’ho letta più volte sempre sulle righe del già citato testo di Enzo Siciliano, «Vita di Pasolini». Sapevo che si trattava di una figura retorica. Forse, al tempo della scuola, avrei saputo spiegarvela per filo e per segno. Ma nel momento in cui l’ho rincontrata fra le trame della vicenda pasoliniana, mi era divenuta di nuovo sconosciuta nel senso.

La parola è «litote». Per pigrizia, non mi sono premurato di andare a rivedere subito il significato del termine, per cui sono trascorsi vari giorni di lettura durante i quali ho trovato alcune volte, ad intervalli di tempo, la parola nel libro, seguitando a leggerla come un puro suono, familiare sì, ma sconosciuto per quanto riguardava il suo portato semantico.

E “litote” di qua, e “litote” di là, alla fine la “litote” me la sono sognata. Com’è possibile sognare alcunché riguardo ad una parola che non si conosce se non nei suoni delle sue sillabe? E soprattutto: come si fa a sapere che l’oggetto del sogno abbia effettivamente qualcosa a che fare con la parola in questione? Rispondendo al secondo quesito, riesco forse a spazzare il campo da entrambe le perplessità. Io sapevo che l’oggetto da me sognato era effettivamente una “litote” perché era l’evidenza onirica stessa a confermarmelo di continuo. Nel sogno, vedevo questo oggetto e una voce mi diceva chiaramente: «…è una litote, è evidente…».

La “litote”, per come l’ho sognata io (ma il bello di questa cosa è che, se la sognassero 10 altre persone diverse da me, ne deriverebbero altre 10 immagini differenti), aveva le fattezze che ho tentato di riprodurre nel piccolo disegno allegato.


La mia “litote” era una sorta di piolo con pomello per l’impugnatura. L’azione di pertinenza, lo scopo di questo oggetto, era di venire infilato nel foro apposito corrispettivo, presente su una superficie atta a riceve l’inserzione della “litote”. La cosa buffa, nel prosieguo del sogno, era che i continui tentativi della litote di infilarsi nel foro ad essa destinato, non andavano mai a buon fine. Dimensione del piolo e dimensione del foro erano perfettamente adattate con reciproca precisione, ma non quanto sarebbe stato necessario a garantire la durata dell’incastro. Il piolo scivolava continuamente giù. E per tutto il tempo, la stessa voce mi garantiva, mi rassicurava: «…è una litote, non dubitarne nemmeno per un secondo…».

Ora, a quali scorribande per pensieri mi ha concesso di dare il via, questa singolare avventura onirica? Mi ha fatto ritornare ad un caro e rarefatto concetto già varie volte visitato. La convinzione cioè che nelle parole, al di là del loro carattere strettamente funzionale, “meccanico-comunicativo” per così dire, si nascondano forze suggestive misteriose, legate alla sonorità, ad una verbale energia estetica sotterranea, la cui origine ci è tanto ignota quanto lo sono le radici dello sfavillare della più primordiale scintilla di umanità scoccata come flebile bagliore nell’animo del “primo uomo”, ad illuminare fiocamente la lontanissima “notte dei tempi”.
Le parole posseggono una bellezza che va oltre i loro significati. Hanno un’anima ineffabile che ce le fa amare di una devozione cieca, inspiegabile, perché in qualche modo connessa a quanto accadde nel mentre e appena dopo si succedevano quegli attimi d’incanto ultraumano, a partire dai quali potemmo iniziare a chiamarci “uomini”.

E meraviglia delle meraviglie, non solo la “litote” mi ha raggiunto in sogno grazie al libro sulla vita di Pasolini, ma in questo stesso libro, in una citazione delle parole del poeta, ho ritrovato, come per ulteriore prodigio onirico ad occhi aperti, una folgorante sequenza di versi incredibilmente affratellata con il mio sogno della “litote”:

«…Non questa mia espressione di poeta rinunciatario,
che dice solo cose,
e usa la lingua come te, povero diretto strumento;
ma l’espressione staccata dalle cose,
i segni fatti musica,
la poesia cantata e oscura,
che non esprime se non se stessa,
per una barbara e squisita idea ch’essa sia misterioso suono
nei segni orali di una lingua…»

Pier Paolo Pasolini - 1966
(Da un’inedita intervista in versi
per un ipotetico giornalista newyorkese).

Ah…dimenticavo. Non vi ho spiegato cosa sia una litote. Si tratta di una figura retorica attraverso la quale si cerca di attenuare l’inclemenza di un certo giudizio (pur accentuandone così il senso ironico), per lo più negando il concetto opposto a quello che s’intende comunicare. Forse con un esempio, risulterà più chiaro. Ecco la litote più “litotesca” del mondo: «…Gillipixel: non precisamente quello che si dice un tipo sano di mente…».


Nessun commento: