martedì 31 dicembre 2013

Insignificante 2014 a tutti

 

«… Al fin la lieta annata volge al suo giocondo congedo…»: è questa la frase che potrebbe scrivere sul grande muro prospiciente alla piazza affollata, il gioviale aspirante al linciaggio.

Finisce un anno, ma cosa vuol dire? Il convenzionale volger del tempo arbitrariamente marcato dagli umani, lo scandir delle ore e dei minuti, non significano nulla per un gatto, per lo stipite del portone o per un sasso nel cortile. Purtroppo la questione, da un punto di vista umanoide, non è così facilmente liquidabile. L’uomo non può fare a meno di “significare”, di appioppare sensi, interpretazioni, deve architettare codici e decodificare di continuo, decifrare, chiosare, tentare di capire cosa ci vogliono comunicare il gatto, lo stipite del portone, il sasso nel cortile, o gli anni che passano.

Non ne possiamo fare a meno, è nella nostra essenza di bipedi pensanti ed emotivi. A volte però questa naturale tendenza si addentra molto oltre il fisiologico limite di rispetto, quello raccomandabile ai fini di una equilibrata amministrazione esistenziale. Interpretiamo più del dovuto, edifichiamo nella nostra mente impervi e mastodontici castelli esegetici, sotto la cui mole ci ritroviamo irrimediabilmente smarriti, intimoriti e indifesi. Poi arrivano certi momenti di sovraccarico di senso, in occasione dei quali l'ombra minacciosa del castello edificato si fa tanto opprimente ed asfissiante, da indurci a mandare al diavolo idealmente ogni volontà di capirci qualcosa. Ed è giusto in quegli attimi che ci accorgiamo di una verità banalissima. Tutti presi nella nostra opera edificatoria, ci eravamo nel frattempo dimenticati di vivere.
 

Ecco, cari amici viandanti per pensieri, senza voler invocare il fatalismo più sconsiderato, è un po' in questo senso che mi piacerebbe questa volta lasciarvi qui i miei modesti auguri per l'anno che andiamo ad indossare. Cerchiamo, per quanto ci sarà possibile, di vivere di più e di edificare meno castelli di significati. Lo raccomando per primo a me stesso, che di soverchia significazione superflua sono capomastro supremo. Vivere, il mestiere più difficile di tutti, ma il fondamento di ogni fascino a cui possiamo ambire. Pur sempre evitando di lasciarsi andare alla deriva della pura irresponsabilità dilagante, cercare tuttavia di vedere le cose del mondo così come le vedono il gatto, lo stipite del portone o il sasso nel cortile.

Questo auguro insomma a tutti: di vivere di più e di patire meno assilli dall'ipertrofica pletora di fronzoli interpretativi. Buon insignificante 2014!



sabato 28 dicembre 2013

Little hawk takes a walk



La mattina di Santo Stefano, ho passeggiato con un falco, mentre forte s’intensificava dentro di me lo sgomento nel domandarmi per l’ennesima volta: se esistono cose simili al mondo, come mai la gente insiste a drogarsi? (anche se al mondo, ne sono certo, esisteranno tantissime mie controparti a loro volta pronte a domandarsi: se esistono le droghe al mondo, come mai Gillipixel insiste a passeggiare sull'argine?).

La vasta piana era sferzata da un vento tignoso, che si faceva ancor più insolente imboccando la salita dell'argine ed incamminandosi tutto lungo la sua cresta. Le folate forzavano proprio il viso, il petto, le braccia, tendevano quasi a respingerti indietro. Mi fosse successo tempo fa, le avrei prese come un segno negativo, una sorta di avversità della natura nei miei confronti. Non adesso, però. Mi suonavano più come rudi carezze elargite per rendere ancor più interessante la mia camminata. Era stupefacente la differenza fra le forze del soffio ventoso percepito “a terra”, e quello che lambiva invece la sommità dell'argine. “Lassù”, l'intensità raddoppiava, la possanza eolica ti muggiva sui denti, costringendo a “cinesizzare” lo sguardo, facendo indulgere a repentine commozioni lacrimevoli non richieste.

Nel mio piacevole arrancare, vedo profilarsi all'orizzonte, a una decina di metri da terra, la tipica sagoma di un falchetto in stallo sopra un praticello sottostante. Era tutto preso nella sua classica tecnica predatoria, che già di per sé è un piccolo spettacolo a vedersi (ne parlai anche in altra occasione, con più buffe modalità): fermo in alto, fra i flutti ventosi, fa mulinare le ali in modo da stabilizzare la sua posizione, pare quasi incollato al cielo nella sua fissità guardinga. Sta lì inchiodato all'azzurro per interminabili minuti, poi d'un botto si butta giù, a ghermire un topolino intravisto fra l'erbetta gelida, o qualche altra piccola vittima semovente al piano.

Stavolta mi si è parato dinnanzi ad agevole portata d'occhio, grazie anche all'aiuto della lieve altura. Mi sono fermato a contemplarlo con agio, lui ha ripetuto diverse volte la sua manovra e poi ha accennato a proseguire il volo in direzione del mio stesso cammino. Nella mia presunzione umanoide, mi sono auto-convinto che vagabondasse insieme a me. Dove il tratto d'argine si fa lungo rettilineo, è iniziata allora una sorta di danza aerea, con piccole planate, discese ardite e tante risalite da far invidia a Mogol in persona. Il falchetto proseguiva così volteggiando sempre nella mia direzione e d'un tratto si è voltato, volandomi di fronte, ma senza avanzare tanto. Rimaneva lì, ondeggiando sulla scia del canalone di vento, con la sua elegante apertura alare tutta in mostra, come fosse indirizzato fra i turbini di una galleria di sperimentazioni aerodinamiche. Per alcuni attimi nel suo fluttuare ha ballonzolato a destra e sinistra, come si vede fare da quegli equilibristi all'ultima moda, zampettanti sul loro filo elastico teso tra due picchi di roccia.

Si è anche posato sul piano dell'argine, alcune centinaia di metri più in là. La sua piccola camminata di uccelletto vispo era altrettanto gentile ed aggraziata del suo modo di volare. Mi sono arrestato per non andargli troppo appresso e spaventarlo. Siamo stati alcuni minuti così, io fermo e lui che saltabeccava tenendo d'occhio un po' il suolo e un po' me. Poi ha preso di nuovo il volo e dopo aver condiviso per un tratto il cammino con me, se n'è andato per le sue faccende di falchetto gioioso.

Sul momento mi sono rammaricato di non avere con me la macchina fotografica. Ma ripensandoci poi, ho capito che era stato molto meglio così. Ci sono attimi vissuti che nessuna macchina fotografica potrà mai fissare, nessuna cinepresa, nessun registratore di suoni o di immagini, nemmeno il più sofisticato e tecnologicamente all'avanguardia che riusciranno mai ad inventare. Il bello di queste inafferrabili pieghe della vita sta proprio nel loro essere catturabili in misura molto parziale soltanto con le parole. E quando capitano simili circostanze fuggevoli, si capisce ancor di più l'importanza del linguaggio, il mezzo di contatto, il tratto d'unione fra gli uomini più antico e forse umile di tutti, ma sempre il più duttile, il più plastico, quello in grado di fissare i ricordi, lasciando che la loro apparenza svanisca, e serbandone soltanto l'essenza intima, altrimenti impenetrabile.

La parola è probabilmente il tramite espressivo che più di tutti rispetta i significati profondi della vita, serbandone il loro essere transeunti, fuggevoli, non fissabili, come il volo di un falchetto, una mattina di dicembre sull'argine.




martedì 24 dicembre 2013

Me-gh’à-l’ò-dito: «...Bón Nadàl!...»



Cari amici, ve ne sarete accorti senz'altro: è sempre più arduo andar per pensieri. Minacciose schiere di banaloidi militanti provenienti dal pianeta Logo-Common si assiepano con intensità crescente ai confini del libero regno di Free Mind. I loro mortiferi mortai spara-conformismi incombono continuamente sulle nostre scatole craniche, promettendo di bersagliarle senza pietà con raffiche di “piuttosto che”, “come dire” e “quello che è”. Altrettanto grave è il rischio di saturazione mentale con il più venefico dei gas soffoca-neuroni mai concepiti: il micidiale “Studio-Aperton”, classificato come agente chimico rimbecillente di categoria superiore e annoverato al primo posto fra le armi di distruzione di massa, secondo quanto stabilito nel corso dei lavori dalla conferenza di Rimbambington.

Ma nonostante tutte queste insidie tremende, il luogo-comunismo incombente alle porte, la fantasia minacciata di partita IVA, la libera minzione in libero prato a rischio di tassazione PISE (Provento Interno sulla Scrollata Energetica), noi ci si prova lo stesso, ad andar per pensieri.

Per intanto, dopo la novembrina estate di San Martino, il clima ci grazia ancora un filo, e complici le temperature relativamente miti di questi giorni, ci possiamo godere una semi-estate di San Crispone. Il clima dev'essere piuttosto avvelenato, tuttavia. C'è cupezza in giro. Tant'è che, andando di recente per “sgrattate” lignee (oltre che per pensieri), mi è capitato di ritrovarmi fra le mani una curiosa sagoma. Dev'esser stata proprio l'influenza dall'atmosfera plumbea del momento, a cagionare il bizzarro esito. Tutto dipende però da quale tipo di sguardo si intende posare su questo spiazzante simbolo.

Può essere visto come negativo emblema di sfascio a tutti i costi. Oppure può essere visto come la bandiera di una nuova rinascita, un «uprising» condiviso di bellezza e speranza, un flebile ma fervido auspicio di poter ritornare ancora a saper conciliare armonicamente Forma e Sostanza.

A me piace vederlo in questo secondo modo. E detto ciò, cari amici viandanti per pensieri, vi auguro il più cordiale buon Natale. Come sempre, grazie a chi mi legge, grazie a chi passa e lascia un commento, grazie a chi sbircia soltanto e mi lascia un sorriso.


sabato 21 dicembre 2013

Under a Peppa pink sky


Al terzo posto, nella classifica delle entità evanescenti e semi-leggendarie, dopo gli unicorni e le sirene, metterei sicuramente i soffitti dei supermercati. Sono quasi certo che se si facesse un’indagine di mercato (anzi, nella fattispecie “di supermercato”: eh-eh! ah-ah! uh-uh! ho fatto la battuta...), interpellando ciascun cliente, all’uscita di un centro commerciale o luogo equipollente, e interrogandolo riguardo alle fattezze del soffitto dei locali in cui ha appena percorso centinaia di metri al seguito nel proprio carrello, con indefessa spavalderia, quello risponderebbe: «…Boh?...».

L’ambiente supermercatesco si presenta per sua natura virtualmente privo di tetto. E’ talmente potente l’energia polarizzatrice che scaturisce da tutto il congegno consumisticheggiante apparecchiato lungo il piano della visione orizzontale, tra scaffali, banchi, banconi, offerte due per tre, sodomie fai da te, che a nessuno degli avventori passerebbe mai minimamente per la capa di alzare lo sguardo al di sopra dei 90 gradi, misurati a partire dalle tomaie delle proprie scarpe. Non c'è niente da fare, è una legge fisica più forte di qualsiasi volontà individuale, anche la più ferrea. Il cliente del supermercato è congenitamente incapace di sollevare lo sguardo sopra il piano dell'orizzonte merceologico in cui è immerso. Sarebbe come chiedere ad un campione statisticamente selezionato di maschi mediamente giovani e mediamente eterosessuali, di saper descrivere il colore degli occhi di una modella vista sfilare cinque minuti prima, completamente nuda nella sala d'aspetto del dentista.

Ogni supermercato di fatto, per quanto può constare a chi lo frequenta, è dunque un grande locale a cielo aperto.

Abitando in un luogo come Gillipixiland, capita poi di trascorrere anche intere settimane senza vederlo, il cielo. Quello vero. Le nebbie di tanto in tanto si caricano di un tonnellaggio talmente intenso, da non lasciare scampo anche per intere settimane. L'esperienza ondeggia fra il mistico e il futuristico: non poter vedere l'azzurro lassù per così tanto tempo, o non riuscire a sbirciare neanche una nuvoletta, anche se vagamente grigia, ma almeno un po' alta sopra la testa, causa ai propri pensieri un bislacco effetto “pentola a pressione”. Tutto ciò che è contenuto nella mente si comprime a delle densità inenarrabili. Si forma nella scatola cranica una forza centripeta come quella di un buco nero: nessuna idea riesce più ad uscire fuori.

Il fenomeno per di più si amplifica e si complica a dismisura, se si considera il mitragliamento informativo proveniente ogni minuto della giornata, dalla tele, dai giornali, dal web, ecc. Stai lì, trascorri i giorni sotto la tua cappa di nebbia spietata, sempiterna, con il cranio che via via si va farcendo di suoni, impressioni, mozziconi di concetti, fino al punto di trovarti quasi ad un passo da un tuo personale nirvana, assiso alla destra di Lola Falana. E intanto la mente rimbomba di echi confusi e compressi: forconi, primarie, larghe intese, Renzi, Cuperlo, agibilità politica, De Falco-Schettino, «...Capitano, salga sulla biscaccina e torni a bordo, cazzo!!!», forconi, porconi, porcellum, mattarellum, decadenza, tavolo delle contrattazioni, in-cos-ti-tu-zio-na-li-tà, tattà, taratatta-tattà.

A volte però le due dimensioni esistenziali intrecciano i propri sentieri, e succede allora di sperimentare delle mini-implosioni emozional-meditative. Come qualche giorno fa, quando ho fatto una capatina ad un supermercato di discrete dimensioni, in un paese vicino a Gillipixiland: Cateatersville. Mi trovavo dunque nel reparto ortofrutta, immerso senza soluzione di continuità nel mio trip lineare di foschie mentali prolungate. Ero completamente assorto in un tipico sguardo mono-direzionato da avventore di supermarket, le pupille rigorosamente fisse sul cavolo cappuccio, con solo qualche concessione, in visione periferica, all'occhio languido di un povero pangasio, appecoronato a breve distanza, dietro alla vetrina del bancone del pesce.

Quando, ad un tratto, dall'immancabile tramestio musicale di fondo inesorabilmente propinato ai clienti, si levano con potenza evocativa le note di «Creep», dei Radiohead. E' una canzone che ha sempre avuto un potere catartico molto forte su di me. Soprattutto sul finale, quando Thom Yorke si produce in quell'ululato fantastico, a mio avviso una delle sequenze di note più melodicamente liberatorie della storia del rock. Ecco dunque partire lo strascicato, elegantissimo strazio canoro a chiusura di «Creep». Per l'occasione l'urlo musical-belluino mi fa da stura-lavandino mentale, e mi trascina lo sguardo in alto, dove faccio appena in tempo a cogliere tutta la grettezza del soffitto di quei locali commerciali, prima che la mia mente voli ancora più su, sfondando il plafone, perforando la coltre di nebbia e planando nel mondo rarefatto dell'ultra-ortolanità redentrice.

Con questa energia trans-mercatale ancora in corpo, mi accingo a proseguire il mio giro carrellato, finché giungo in prossimità di uno scaffaletto ricolmo di simpatici peluche. Riconosco senza meno una teneroide riproduzione dello scoiattolino dell'«Era glaciale», con tanto di adorata nocciolina, e una coda talmente peluchosa, che devo fare appello a tutta la mia consapevolezza anagrafica, per riuscire a sottrarmi alle lusinghe dell'acquisto complusivo.

Il tempo delle folgorazioni quotidiane non doveva però essersi esaurito con l'epifanico ascolto di «Creep», perché ad un certo punto, intravedo nella pelucheria assortita, una vellutata riproduzione di Peppa Pig.

Peppa Pig è un fenomeno dei nostri giorni. E' un'icona indiscutibile, capace di lasciare una traccia indelebile su tutto il profilo di un'epoca. Ci scommetto che fra parecchi anni, quando nessuno si ricorderà più di Berlusconi, Letta, Alfano, le larghe intese, lo spread e Flavia Vento, Peppa Pig continuerà invece ad essere annoverata come il vero termometro sociale e culturale dei primi anni '10 del ventunesimo secolo. Mi sono interrogato spesso sul successo incredibile che Peppa riscuote fra i più piccini. Rimangono letteralmente incollati alla poltrona, quando parte l'ineffabile sigletta, con le tenere presentazioni a grugnito. Per puro dovere documentativo (e solo per esso, si badi bene...), mi sono allora sottoposto alla visione di vari episodi.

Volevo capire come fosse possibile che un insieme di suggestioni visive e sonore portate ad un estremo ultimo della semplicità così avanzato, riuscisse far scaturire un fascino talmente potente nei piccoletti dei nostri giorni. Non l'ho capito, anche perché la fascinazione è stata talmente intensa, da sopraffare anche la mia obiettività di studioso. Sono divenuto io stesso un Peppa-pigghista certificato, senza quasi che me ne rendessi conto.

Vedere quel piccolo simulacro peppesco nello scaffale del supermercato, mi ha tuttavia aperto un vago spiraglio esegetico. Com'è noto, Peppa, così come tutti i suoi amici cartonati, non conosce distinzione tra profilo e fronte. I suoi occhi stanno entrambi sempre e comunque cubisticamente al di qua del naso. La versione peluche di Peppa, per ovvie esigenze tridimensionali, presentava invece la scansione nasale fra un occhio e l'altro.

Il piccolo cortocircuito formale peppeggiante mi ha riportato alla memoria certe cose lette sulla storia dell'arte di Ernst Gombrich, riguardo all'arte egizia: «...In un genere di pittura così elementare è facile capire la tecnica dell'artista, che è press'a poco adottata nella maggior parte dei disegni infantili. […] Tutto doveva essere presentato dal punto di vista più caratteristico. […]...l'arte egizia non si basava su ciò che l'artista poteva vedere in un dato momento, quanto piuttosto su ciò che egli sapeva appartenere a una determinata persona o a un determinato luogo...».

Pensando allora che un po' tutta l'estetica di Peppa segue in qualche modo questa logica visiva ordinatrice, mi sono detto: «...Vuoi vedere che il segreto del fascino di Peppa si nasconde dietro la patina dei secoli, fra gli anfratti piramidali della concezione artistica egizia?...».

E così con questo interrogativo nella mente, ormai sturata dal tappo nebuloso-informativo, negandomi fra mille tormenti vetero-fanciulleschi anche l'improvvido acquisto del felpato simulacro di Peppa, mi sono incamminato verso l'uscita del supermercato, dove ho constatato con gioia che il sole era ritornato a farsi vedere alto nel cielo.



mercoledì 11 dicembre 2013

Ermeneutica pronta consegna


La prossima volta che vedo i miei amici, devo ricordarmi di proporre loro un affare. Mi chiedevo se fossero interessati a mettersi su in società con me, per una piccola attività di smercio d'ermeneutica al dettaglio. Dopo il crollo delle grandi ideologie ed il barcollare delle tradizionali credenze; dopo che si sono tarlati anche i più solidi comò e le cassettiere secolari, “interpretare” è divenuta la moderna parola d'ordine. Nella verità ormai ci sperano in pochi. Tutt'al più ci si accontenta di interpretare. Interpretare i fatti, interpretare gli altri, interpretare le cose, interpretare le esperienze. In una parola: interpretare la vita.

Ermes era uno dei più autorevoli fra gli abitanti dell'Olimpo greco. Fra le tante prerogative da lui possedute, forse la più importante consisteva nel suo ruolo di messaggero degli dei. Ermes faceva da tramite fra gli dei e gli uomini, era latore delle sentenze divine presso gli umani. L'aspetto magico di questo dettaglio del mito (i miti sono tra le fonti di stupore più potenti mai scaturite dall'animo degli uomini, e nei loro significati più intensi risiede sempre un barlume di straniante paradosso), stava nel fatto che Ermes non conosceva il senso dei messaggi da lui trasportati. In pratica, Ermes era un vero e proprio trasportatore di “materiale da interpretare”. Oppure, guardando la questione per il verso opposto, si può anche dedurre quanto segue: Ermes ci consegna un malloppo enigmatico, e dunque tutto ciò che nella vita è incomprensibile, o difficilmente afferrabile, sembra provenire dagli dei, ossia presentarsi a noi ammantato di un'ineffabile aura extra-umana. Proviene dagli dei quindi l'arte, provengono dagli dei gli innamoramenti, proviene dagli dei tutta la bellezza che non ci sappiamo spiegare, ma che in qualche modo ci arrabattiamo ad interpretare. Provengono dagli dei anche le cose, per usare un eufemismo, meno piacevoli? In una prospettiva ellenistico-mitologica, pare proprio di sì.

L'ermeneutica, in quanto “arte dell'interpretazione”, affonda le proprie radici filologiche in tutta questa affascinante tradizione.

Si fa presto però a dire “interpretare”. La gente ha sempre meno tempo, è subissata da un gran daffare, non può permettersi di stare lì a riflettere troppo, è chiamata ad agire con tempestività, e così spesso si butta alla cieca, tira a bocciare riguardo all'esistenziale sentiero da imboccare.

Ed ecco allora che entra in scena la mia società: la «Premiata Ermeneuticheria Ermete». La P.E.E. sarà specializzata in interpretazioni di ogni tipo. Interpretare, come mi sembra di aver già ampiamente chiarito, non significa affatto spacciare verità. Il cliente, in questo senso, alla P.E.E. sarà ampiamente tutelato. Acquistando tranci d'ermeneutica alla P.E.E., non si ritornerà a casa con nessuna convinzione assoluta in tasca. I nostri prodotti si distingueranno per croccantezza argomentativa e freschezza degli ingredienti concettuali utilizzati. Ma son saranno sofisticati con tossici coloranti all'essenza di sicumera, estratti dalla mala pianta dell'infallibilità.

Nel vasto campionario di articoli della P.E.E., si potranno scegliere sicuramente i gusti classici, tipo l'ermeneutica alle quattro consapevolezze, il saggione ripieno, l'interpretazione dello chef, e la gran esegesi gratinata sul forno analitico. La P.E.E. sarà in grado di garantire anche il servizio di consegna a domicilio «speedy-Ermete». I nostri incaricati, a bordo dei loro scooter riconoscibili dalle alette sulla marmitta, con una modica aggiunta al prezzo del prodotto ermeneutico ordinato per telefono o via mail, porteranno direttamente a casa del cliente, la sua interpretazione ancora bella calda.

Sì, mi pare un'idea imprenditoriale coi fiocchi. Devo proprio dirlo ai miei amici, la prossima volta che li vedo...ma soprattutto: ma che amici c'ho?!?!?


venerdì 6 dicembre 2013

Hill & Jittimo - Attorney at law

 
La parola di gran moda in questi giorni è “illegittimo”.

La sentenza della Consulta che ha decretato l’incostituzionalità della vigente legge elettorale, è riuscita anche a procurare in ogni italiano un aggravato senso di smarrimento. Dal 4 dicembre 2013, abbiamo perso molti dei nostri punti di riferimento e ci sentiamo tutti un po’ più kafkiani del solito.

Questa legge elettorale entrò in vigore sul finire del 2005, per volontà dell’allora governo Berlusconi. La legge è spesso associata al nome del senatore Roberto Calderoli, essendo questi uno dei principali autori nella stesura del testo legislativo in questione. Oppure viene ricordata col famigerato nomignolo, giornalisticamente odioso, di impropria risonanza suina. Un termine che ogni volta mi fa rizzare le setole sugli avambracci, per l’indegnità dell’associazione tra il perverso marchingegno giuridico e la fierezza di uno degli animali più nobili del creato.

Il fatto che la legge sia stata concepita da un dentista (con tutto il rispetto per i dentisti, ma magari ne sanno più di molari e ponti, che non di commi e norme), per di più talmente “odonto” e anche così “iatra” da essersi sposato alcuni anni addietro con “rito celtico”, avrebbe già dovuto far insospettire da tempo. Tuttavia, solo a partire dall’altro ieri, i giuristi più qualificati hanno iniziato a giocarsela in punta di fioretto esegetico, per stabilire se l’illegittimità sancita dalla Consulta vada intesa solamente a decorrere dal 4 dicembre stesso, oppure se debba essere presa in considerazione una sua retroattività, in modo da coprire tutto il periodo in cui la legge medesima è stata effettivamente in vigore.

Io sono tutt’altro che giurista (al massimo potrò essere un po’ ingiuriato). Ma se fossi esperto leguleio, direi che se è illegittima oggi, esattamente nella stessa misura lo era anche quando venne promulgata. Dunque, tutto quanto è stato toccato dopo dalle conseguenze di questa legge, a valanga, dovrebbe risultare illegittimo.

Con questa legge, dal 2006, sono stati eletti almeno 3 governi, che a questo punto, se tanto mi dà poco, dovrebbero risultare illegittimi essi stessi. Un quarto governo, quello di Mario Monti, non è stato eletto, ma è una derivazione di un altro governo illegittimamente eletto, per cui nemmeno quello si salva. Ogni atto compiuto dai suddetti governi, per la proprietà transitiva, si ammanta pure esso del vello villoso dell’illegittimità. Se erano illegittimi i governi, con tutte le loro leggi e provvedimenti, saranno state illegittime anche le regioni, le provincie e a cascata pure i comuni, perché tutti questi enti si muovono nel contesto delle decisioni governative centrali.

Ecco allora che le “surrealtà” in agguato non si contano. Un esempio: dalle regioni dipendono moltissimi aspetti della gestione della sanità pubblica. Molto di quanto è stato fatto nell’ambito della sanità pubblica, dal 2006 ad oggi, potrebbe allora essere considerato illegittimo. Non ci sarebbe minimamente da stupirsi, se si iniziasse a venir richiamati negli ospedali, chi per restituire un appendice, illegittimamente asportata con illegittima operazione, chi per rendere indietro due taglie di seno in più, illegittimamente acquisite con illegittimo intervento di aumento del seno.

Altro esempio: le provincie hanno in carico la cura e la gestione di molte importanti strade del nostro territorio nazionale. Se le provincie erano illegittime, in qualità di più o meno dirette emanazioni di governi illegittimi, i loro interventi sulle strade non saranno da considerare essi stessi illegittimi? Non ne consegue forse che tutte queste strade sono state a loro volta illegittime per tutto questo tempo? Ma se erano illegittime le strade, era anche illegittimo transitare sopra di esse. E di conseguenza, diventa illegittimo ogni nostro atto compiuto in questo periodo, a conclusione di ciascun tragitto illegittimo percorso su una di quelle strade illegittime. Ricordate quella volta che siete andati a trovare la morosa facendovi 20 chilometri sull’illegittima provinciale 27? Se per caso per l’occasione vi era andata così bene da concludere la serata facendo l’amore, beh, sappiate che si trattò d’amore ampiamente illegittimo.

E non è nemmeno una delle eventualità giuridiche più gravi. Si dia sempre il caso dei suddetti fidanzati. Cosa succederebbe, riguardo alla morosa in questione, se si venisse a scoprire che lo scoccar di scintilla fra i due piccioncini ebbe a concretizzarsi sul suolo di una piazza recentemente riasfaltata dall’illegittimo Comune di residenza di lei? Saremmo in presenza di un flagrante caso di morosa illegittima.

E se sul fronte pubblico son dolori, altrettanto gravi magagne vanno registrate sul versante privato. Le ditte, i negozi, i produttori, gli artigiani, e così via...tutti questi “soggetti economici” hanno operato, nel corso degli anni di legge elettorale illegittima, sempre attenendosi alle disposizioni legali di rispettiva competenza per i loro settori commerciali e produttivi. Basta che anche poche di queste leggi siano state promulgate dopo il 2006, dai governi illegittimi succedutisi, che ogni merce in qualche modo connessa a quei produttori dovrà essere considerata illegittima.

Il vostro gatto, o il cagnolino, potrebbero così aver mangiato nel frattempo diversi chili di crocchette o scatolette di carne illegittima. Ci si troverebbe allora nel bel mezzo di una bizzarria legale delle più potenti di sempre. Padroni di cani o gatti nati dopo il 2006, dovrebbero fare i conti con la completa illegittimità delle loro bestiole. Ma padroni di cani e gatti nati prima del 2006, avrebbero invece in casa bestiole illegittime solo per qualche chilo di peso messo su nel frattempo. Si profila all’orizzonte forse la fosca prospettiva del pignoramento di tre quarti di cane? Oppure incombono minacciose confische di mezzo gatto? Magari con la complicazione procedurale aggiuntiva del «...sono due chili e mezz’etto: che faccio, signora, lascio?...».

Da questi sporadici esempi, si capisce bene come le conseguenze della decisione della Corte Costituzionale potrebbero rivelarsi di una perversa pervasività inaudita.

La carta igienica con la quale saremo chiamati a pulirci domattina, potrebbe risultare illegittima. Che fare? Pulirsi o sopra-s-sedere?

La qualità dell’aria, illegittimamente monitorata dalle centraline del Comune e reputata respirabile, potrebbe esser decretata illegittima. Che fare? Continuare a respirare o no?

I sogni fatti dormendo su un materasso commercializzato con autorizzazione ministeriale illegittima, non sono forse illegittimi? E sono legittimi o no, tutti i pensieri pensati mentre eravamo in coda all’ufficio anagrafe del Comune, per ritirare un certificato illegittimo?

Possiamo dunque concludere che l’Italia è finalmente approdata a quel rarefatto e superiore grado di dimensione giuridica riassumibile col motto «...l’illegittimità è uguale per tutti?...».



 

giovedì 28 novembre 2013

Orme

 

Orme vuote, orme slavate.
Orme tipografiche,
orme inchiostrate.


Orme di Remo fra le more.
Orme orfane d’un’«a» per far l’amore.


Enorme fra le orme,
l’improntitudine all’impronta.


Orme sgrammaticate,
impronte di te ch’«or»-giungono a «me»,
orme di me ch’«impron»-vengono a «te».


Orme linguistiche
di lingue ormai ormeggiate.


Orme che vanno ovunque.
Orme ignare del loro andare.


Orme parlanti
su frasi ormeggianti.


Un giorno le mie orme
m’hanno abbandonato
e per l’America son partite.


Impossibile inseguirle,
alla frontiera senz’orme
non lasciavano passare.
Invano ho loro gridato:
«…Ormeeeeeeeeeee!!!...».
«…Impronteeeeeeee!!!...».
 
                                        
 
                              Scrivere
                               vuol dire
                                lasciare orme.
                                A chi legge, il compito
                                di ricostruire un cammino.
La profondità delle cose dette,
l’evidenza del tempo trascorso.
Tutto questo nelle orme si legge,
finché il vento o l’insipienza
non passano a cancellare.
Ora devo aggiungere
qualche parola, per
completare la forma
del piede: ecco, così mi
pare che possa andare.
Manca ancora il tallone,
 eccolo, arriva, più bello e
spazioso di quello
d’Achille l’eroico
in persona.



martedì 26 novembre 2013

Wittgenstein fa un balzello


Secondo Ludwig Wittgenstein non è dato mondo che non passi attraverso il pensiero. Allo stesso modo, non è dato pensiero che non passi attraverso il linguaggio. Come conseguenza inevitabile, le regole del mondo e quelle del linguaggio vengono a coincidere.

Ci sarebbe dunque da iniziare ad insospettirsi, e non poco, quando ci si accorge che qualcuno si è messo a manipolare il linguaggio. Se tanto mi dà tanto, si sarà messo nel contempo anche a manipolare il mondo.

Un campanello, che non era quello della ricreazione, bensì d’allarme (anche se sarebbe stato perfettamente in tema), si è messo a suonare qualche tempo fa intorno al mondo della scuola.

Proprio durante il periodo in cui la scuola iniziava a dar segni di voler andare assai volentieri in vacca, i nomi delle “categorie scolastiche” sono magicamente cambiati. Una volta c’erano l’asilo nido, l’asilo “e basta”, le elementari, le medie, le superiori. Erano nomi bei distinti, chiari per tutti. Quando ne citavi uno, si capiva al volo a quale fascia di età ti riferivi. Poi, ad un certo punto, ecco sbucare quelle minchia di diciture uniformanti, anonime ed appiattite: scuola per l’infanzia, primaria, secondaria di primo grado, secondaria di secondo grado, o non so bene nemmeno io.

Copio pari pari, dalla relativa voce di Wikipedia (che immagino sia stata compilata da un qualche burocrate scolastico), il quadro riassuntivo dei periodi in cui sono state suddivise le vecchie elementari e medie:

«...Oggi la scuola primaria, con quella secondaria di primo grado, si compone di cinque periodi didattici:
• un monoennio iniziale, che comprende la 1ª classe della scuola primaria.
• il 1º biennio che comprende la 2ª e la 3ª classe della scuola primaria.
• il 2º biennio che comprende la 4ª e 5ª classe della scuola primaria.
• il 3º biennio che comprende la 1ªe 2ª classe della scuola secondaria di primo grado.
• il periodo didattico finale che comprende la 3ª classe della scuola secondaria di primo grado...».

A parte la ridondante macchinosità del tutto, vorrei mettere in guardia chiunque abbia un bimbo da mandare a scuola di questi tempi: tenete sempre ben presente che state affidando ogni giorno vostro figlio alle mani di gente che usa la parola “monoennio”!!!

Pensateci…secondo me non c’è troppo da stare sereni…

La burocrazia esistenziale, insomma: toglie ogni colore alle parole e alla vita, uccide la lingua prima, e chi ce l’ha in bocca per usarla, poi. Il “politically correct” sarebbe più preciso chiamarlo “politically infected”: il mondo infettato dalla labirintica asfissia del politichese. Intendendo per “politici”, molto in generale, tutta la classe dirigenziale, coloro che hanno possibilità decisionali di un certo livello ed influenza.

Ve lo ricordate il caro e vecchio netturbino, o al limite spazzino? (...e non pretendo la sublimità del dialettale “spasòn”, no, sarebbe chiedere troppo...). E il bidello? Cosa c’era di male a chiamarli così? Non è che se li chiami operatore ecologico e collaboratore scolastico, lasciando il loro stipendio uguale per trent’anni, quelli si mettono a godere come dei ricci filologici.

Sembravano già questi sintomi gravi, ma bisogna constatare che la diffusione del morbo ha ormai toccato gradi di intensità estrema.

La cosa è ben più grave di quanto non sembri. Perché tra l’utilizzo sciatto e la mistificazione, molto spesso il passo è assai breve. Tra i maggiori fomentatori dell’insciattimento della nostra, altrimenti, bellissima lingua, ci sono i giornalisti (di bassa lega) e i politici (di bassa e media lega). Operando in combutta, seppur spesso involontariamente, cambiando piano piano il linguaggio, erodendo lentamente certi suoi aspetti, modificandone la superficie “sonora”, senza intaccarne minimamente la profondità “significante”, ecco come ti sfornano caldo e croccante il “gonzo blandito” (sembra una simpatica ricetta, ma purtroppo ci sono in gioco i cervelli delle persone).

La punta di diamante, l’eccellenza sciattona suprema, si è toccata con il recente balletto dei nomi delle tasse. Forse mai prima era stata percepita una simile deriva linguistica, come da quando hanno cominciato ad imperversare quei nauseabondi “acronimuzzi” micragnosi. Già erano odiosi suoni come ICI e IMU (al confronto, la vecchia IVA è un’attempata signora alla quale ci si sente di portare “quasi” rispetto), ma poi si è abbandonato ogni pudore, dando sfogo al delirio puro, farfugliando su uno «straparlìo» sgangherato dei più «traveggolanti», ed ecco sbocciare tutto un florilegio di orrori: TRISE, TASI, TUC. Si è trattato di un crescendo rossiniano nella gara a concepire la sequenza di lettere più improbabile (derivata, certo, dalla denominazione per esteso), per approdare al gran botto “conclusivo” (ma fino a quando?) che ha partorito la possibile definizione della nuova tassa del futuro: la IUC.

I politicanti del vecchio corso avranno avuto di certo tutte le loro magagne, ed anche grosse, ma perlomeno padroneggiavano la cultura “umanistica” in misura ben più solida rispetto agli attuali. Mai si sarebbero concessi d’incappare nella ridicolaggine di una gaffe disneyana così eclatante. Ma forse è giusto così, alla fine il linguaggio, se lo tratti male, te la fa pagare.

Come ben sa chiunque abbia un minimo di rudimenti topolineschi, «...Yuk!...» è precisamente l’esclamazione preferita da Pippo, quando vuole esprimere i più disparati ed imprecisati sentimenti e stati d’animo. Anche se la fatidica parolina si differenzia nella grafia rispetto al nuovo balzello recentemente battezzato, di fatto suona preciso identico, di modo che l’effetto straniante è garantito. Anzi, forse è pure peggio. Perché d’ora in avanti, quando toccherà sborsare quattrini nel nome di questo novello lacciuolo tributario, parrà di esser chiamati a farlo da gente non solo suonata come Pippo, ma che nemmeno sa scrivere!


lunedì 18 novembre 2013

Laggiù nel Gillipixiland, terra di funghi e di chimere

 

Complici le recenti copiose piogge novembrine, nei prati di Gillipixiland si son messi a spuntare i tipici funghi di questa terra. I funghi di Gillipixland si differenziano dai funghi tradizionali per le loro dimensioni, molto prossime a quelle di un discreto gatto casalingo ben pasciuto.

Dei gatti hanno assunto anche le abitudini. Questi funghi amano infatti sdraiarsi al sole, soprattutto nel presente periodo dell’anno più avaro di raggi caldi. Rispetto ai funghi tradizionali, presentano un fondamentale vantaggio logistico. Non è necessario spingersi sulle ripide pendici collinari, per poterli rinvenire, e nemmeno addentrarsi nel folto di umbratili boschi montani. Sarà sufficiente atteggiare le labbra nella foggia tipica usualmente impostata per assestare un bacino alla morosa, levare con l’immaginazione l’ipotetica morosa di mezzo, dar di schiocco all’aria un paio di volte in forma di “mck-mck!!!”, ed ecco, in men che non si dica, un piccolo stuolo di funghi di Gillipixiland vi si struscerà ai garretti, in festoso segno di riconoscente baldanza.
 
 

Un’altra fondamentale caratteristica differenzia i funghi di Gillipixiland da quelli ordinariamente intesi. Si tratta di funghi da compagnia, boleti d’affezione. Niente a che vedere dunque con destini gastronomici o culinari che dir si voglia. Il fungo di Gillipixiland non finisce in padella, a meno che non sia per essere protagonista esso stesso, in prima persona funghesca e ladresca, di una memorabile sbafata. Nell’eventualità che un fungo di Gillipixiland riesca a nascere in casa, anziché la cucina, come proprio habitat naturale d’elezione prediligerà senz’altro ambienti più temperati da mollezze poltronesche, tipo il salotto, dove lo si potrà molto facilmente osservare mentre spunta fra i cuscini di un divano o nelle pieghe rigonfie di un morbido pouf.

Il nome scientifico del fungo di Gillipixiland è “micetus pelliccensis smiagolans”. A partire dalla diffusa conoscenza, fra i nativi del luogo, di questa denominazione ufficiale, non è raro tra l’altro udire di tanto in tanto i dottissimi abitanti di Gillipixiland, intenti a prodursi nell’erudito richiamo: «…Micetuuu!!! Sà, vèa chè…» (trad. «…Micetuuu!!! Orsù, vieni qui…»), in sostituzione del già illustrato, e ben più ordinario: “mck-mck!!!”.
 
 

Altri fenomeni singolari si succedono in queste giornate di novembre, in quella strana terra che va sotto il nome di Gillipixiland. Non solo i funghi son pelosi, ma pure i ramoscelli s’ingentiliscono in leggiadra rosea peluria, stillando pendule e grasse gocce. Mentre il cielo, stringendosi un po’ trova spazio anche in una piccola tinozza d’acqua piovana, ed un’antica secchia panciuta invidia un umile coperchio suo pari grado, mentre veste l’eleganza d’un cristallino improbabile specchio.

 




giovedì 14 novembre 2013

It’s a v-llludo?


Stavo meditando se fosse più fastidiosa una cazzuolata di puntine nascostamente calata nelle mutande da mano proditoria, oppure la foca con la voce della Littizzetto, quando sono incappato in un pensiero secondario.

L’obiettività.

Cos’è che è veramente obiettivo, a questo mondo?

Azzardando una risposta alla carlona (e anche un po’ alla ernestona), mi vien quasi da affermare: niente. Niente è obiettivo a questo mondo.

L’impressione circa una certa idea, che avevamo dato felicemente per assodata intorno al mezzogiorno del dì di festa, davanti al buonumore di un piatto di spaghetti fumanti, cotechino con purè, torta inzuppata alla panna, vini assortiti, caffè, ammazzacaffè, vacilla miseramente qualche ora più tardi, con lo stomaco in subbuglio per una troppo dilungata digestione, concomitante la mestizia per il volgere al termine dell’atmosfera festaiola.

Non soltanto ogni cosa, ogni evento, fenomeno, muta incessantemente di fronte alla nostra considerazione, ma queste continue mutazioni sono per di più in balia dei più svariati stati d’animo da noi attraversati.

A questo si aggiunga il fatto dell’incremento di esperienza, accumulata inoltrandosi di man in mano nel sentiero della vita, tanto che ad ogni passaggio del nostro tempo biografico in evoluzione, ci pare di aver vestito identità diverse, di essere stati persone differenti, di aver impersonato decine di ruoli e nemmeno tanto attinenti l’uno con l’altro.

Tutte queste considerazioni per giungere a concludere che è vero tutto, ed è vero anche il contrario di tutto? Che ogni cosa è falsa e vera nel medesimo momento? No, assolutamente niente di tutto ciò.

Il vero ed il falso, da qualche parte perlomeno, devono esistere, ed anche essere nettamente distinti. Ma quella distinzione, con la maggior cura filologica possibile per il termine, va ricercata appunto nel nome di una “obiettività” che intende il Vero come incessante “obiettivo” al quale tendere. Il Vero è oggetto troppo vasto per la piccolezza di sguardo del “conoscente”, che si deve perciò vestire di modestia suprema e navigare a vista tra verità parziali conquistate di volta in volta.

Non so come mai sono stato colto da simili bislacchi pensieri, e non so nemmeno se sono attinenti con i bei brani e citazioni che mi va di riportare di seguito. A mio avviso, una qualche attinenza c’è, e ci si può persino divertire ad andarla a stanare:

«…L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla…».

La festa dell’insignificanza
Milan Kundera - 2013

«…Jung è […] persuaso che la psiche è così solidale con la storia da esserne profondamente attraversata e modificata. Questa variazione continua non consente una costruzione della psicologia come scienza esatta, ma un’attenzione ininterrotta alle sue mutazioni che sono decise dalla forma che di volta in volta assume la storia. Questa infatti, inaugurando delle idee dominanti e dei modi collettivi di vita di volta in volta diversi, modifica continuamente la natura dell’inconscio che si trova ad ospitare ciò che le varie epoche storiche rimuovono come non confacente alla visione del mondo che di volta in volta inaugurano. […] tra civiltà, che è cura dell’ordine intersoggettivo, e psicologia del profondo, che è cura dello scarto soggettivo, c’è rapporto e sguardo reciproco…».

Il gioco delle opinioni
Umberto Galimberti – 1989

E per far quadrare il cerchio di questa confusionale miscellanea di suggestioni sgangherate, mi piace concludere citando (per sommi capi) le parole di Philippe Daverio, riguardo alle opere di Pablo Picasso, in riferimento particolare a quelle più astruse del periodo cubista: «…Adoro Picasso, anche se il più delle volte non mi dice assolutamente niente…».

Così, mentre anche per oggi narrativamente mi accomiato, mi sento ancor più roso dall’amletico dubitare: è più intensa fonte d’attrazione per le legnate, la foca con la voce della Littizzetto, oppure George Clooney quando domanda: «…It’s a v-llludo?...».
 


giovedì 31 ottobre 2013

Uòltuìtmania



Quando penso di aver scritto ormai tutte le cose che avevo da dire, faccio un giro sull’argine e mi accorgo che nella mia cartucciera c’è ancora qualche fregnaccia da sparare. Ne ho scritte tante su questo blog, anche se nel medesimo spazio, forse Tolstoj ci sarebbe stato giusto dentro con la sua lista della spesa. Ne ho scritte tante che adesso non so più se vado a raccontare una roba già detta, oppure qualcosa di nuovo.

Ma qualcuno ne doveva parlare come si deve di questa cosa, prima o poi.

L’argine è un elemento del paesaggio piuttosto importante, da queste parti. Sul suo crinale corre un filo di separazione esistenziale: di qui la ragione e la misura, di là la follia del fiume. Da qualche parte ho sentito dire che le persone nate e cresciute lungo il corso di un fiume, tanto più se di una certa portata, serbano in corpo una discreta dose di folle ineffabilità. Lo sforzo di essere ragionevoli nelle azioni quotidiane, collide di continuo con l’influsso energetico proveniente dal flusso fluviale. L’argine, nel mezzo, è un magnete di transizione fra i due estremi.

A cavallo dell’argine, mi sento in uòlt-uìtman-iana continuità con la terra (nel senso di Walt Whitman).

Qualcuno doveva parlare del micro-spettacolo che dalla cima dell’argine si può apprezzare ogni anno, più o meno di questi tempi. Perché è una faccenda tanto umile, ma al contempo così grandiosa, che immagino nessuno ne abbia mai parlato. C’è bisogno del sole radente autunnale, per poterlo notare. In altri frangenti della quotidianità, più che fornire uno spettacolo, questo elemento naturale comporta fastidi inenarrabili. Ma visto dall’argine, diventa stupore puro.

Basta un pezzo di terra arata, o ad ogni modo smossa, anche in fini zollette già pronte per la nuova semina. Lo sguardo in controluce non può fare a meno di posarsi su una miriade di fili luminosi. Migliaia, milioni, miliardi di collegamenti filamentosi intessuti fra la piccola vetta di una zolla e tutte quelle circostanti, in una trama complicata ed onnipresente, posata ovunque sul terreno, eppure semi-invisibile, se non fosse per quell’attimo in cui cade sotto la particolare inquadratura del sole proteso prono sull’umidiccia campagna.

Sono ragnatele, metri, chilometri di ragnatele. Un mantello impalpabile, eppure dalla complessità indicibile. Viene da domandarsi come sia stato possibile un lavorio del genere. Soprattutto pensando che appena poche ore prima, scrosci d’acqua violentissimi hanno dilavato il terreno con severità possente. O tutto è stato rifatto in mattinata con una celerità e un’organizzazione spaventose, oppure quell’impalcatura, all’apparenza così fragile, è in realtà una delle opere di ingegneria più gagliarde ammirabili sulla faccia della Terra.

Altro che internet, altro che “world wide web”. Ci sono più collegamenti in poche migliaia di metri quadrati di terra arata, che su tutta la rete telematica mondiale. E’ il magico “w.w.w.” dei ragni, lo strabiliante “http” entomologico, l’hiper text transfer protocol dei misteriosi otto zampe. Uno spettacolo della terra, grandioso nella sua umiltà, riservato solo a chi lo vuole davvero osservare. Tanto defilato che è persino arduo da fermare su una foto, sia per la sottigliezza fuggevole del soggetto, sia per le difficoltà aggiunte dal sole in faccia, necessario per dar risalto a quel vasto manto ragnatelato (l’immagine che riporto ha solo in parte a che fare con questo fenomeno: l’ho ritratta tempo fa, col favore della rugiada mattutina).

Osservando bene poi anche tutto l’intorno, si nota che lo stesso reticolo è posato sugli steli d’erba, le stesse liane di finissima luce si protendono da una prominenza erbacea all’altra, anche qui dando vita ad un infinitum di tessuto a perdita di riflessione solare.

Sembra così quasi che la Terra sia tutta avvolta in una palla di ragnatela, ma in pochissimi lo sanno. E forse giusto un pizzico di follia lungo-fluviale può aiutare ad accorgersene.



domenica 27 ottobre 2013

Ciao, vecchio Lou


Se la tristezza ha un qualche senso,
vale forse la pena conviverci...






domenica 20 ottobre 2013

Vecchie fughe, nuove innaturalità



Ho visto un po’ di tele. Le solite cose, spezzoni di tg, spot a raffica, servizi insulsi, blateramenti calcistici, iper-puntinismo informativo spizzicato qua e là dalle emittenti locali. Ho fatto un giretto sul balcone: tuonavano lampi possenti e scrosciava forte. Ma l’aria era calda, piacevolmente innaturale, per essere il 20 ottobre 2013.

Ho ripensato allo scrivere come privilegiata fuga dalla realtà. Lo scrivere come apertura di mondi, nell’insoddisfazione di quello che ci circonda. Lo scrittore è un fuggitivo, un nostalgico della meraviglia perduta.

Nel passato lo scrivere serviva a fuggire dalla miseria, dal dispotismo, dall’ingiustizia sociale. Si badi bene, non si trattava sempre di fuga nel senso evasivo ed ottundente del termine. Molto spesso entravano in gioco la potenza del sogno, la visionarietà dell’utopia, la contagiosità del desiderio di andare oltre, tutte robette capaci poi di tradursi in alcuni casi in vere e proprie molle di cambiamento effettivo dello stato delle cose.

Oggi, forse, uno dei più potenti motori di cambiamento può rivelarsi la tv. Se uno si ferma a rifletterci un attimo, è talmente stupido il mondo dipinto dalla tele, che il desiderio di fuga si amplifica a dismisura, fonte potenziale per i più eccelsi talenti letterari.

Il problema è che i momenti di lucidità di questo tipo sono rari, di fronte alla scatoletta ex catodica, ora elle-ci-diale. E allora uno ci sta davanti, come sul balcone, a godersi il tepore di una serata piovosa di metà ottobre. Non gliene frega che sia innaturale, iannaccianamente gl’importa solo l’effetto che fa.
 


giovedì 10 ottobre 2013

Oggi cinico

 


Alla gente piace raccontarsi palle a vicenda. E se tutto finisse qui, sarebbe anche concepibile. Ma la cosa che davvero lascia di stucco, è come sempre alla medesima gente piaccia anche sentirsi raccontar palle, pur sapendo benissimo che palle sono, e palle rimangono.

Ed è sulle palle che poi principalmente si muove tutto il baraccone.

Chi propone posti di lavoro richiede candidati con uno spiccato grado d’intraprendenza, con propensione alle relazioni sociali, buona disponibilità al lavoro di gruppo, a lunghi spostamenti, ad orari flessibili e straordinari. Chi cerca lavoro si butta a giurare e spergiurare di possedere tutte queste caratteristiche, perché a casa ha una moglie da mantenere a botte di vestiti e scarpe di Prada, viaggi in isole tropicali, settimane bianche, figli che non possono andare a scuola se non sono firmati dalla testa ai piedi, un mutuo sulla casa da pagare, la tessera al club equestre, quella allo “Sporting Spussing Exclusive”, un alano (ancora da pagare, a rate) che mangia come tre buoi, la macchina sportiva, il fuoristrada, il SUV (in leasing), tre colf, due giardinieri, un chihuahua imbufalito che morde ogni nuovo postino mandato dalle Poste, con conseguente risarcimento periodico di pantaloni e polpacci assortiti.

Ecco allora che, pur avendo l’intraprendenza di un bradipo, pur essendo magari un asociale patentato che rasenta la misantropia, pur non potendogli fregare di meno di quei coglionazzi dei colleghi che si ritroverà fra i piedi, pur odiando spostarsi ed avendo come proprio ideale una giornata lavorativa di due ore massimali, egli accetta l’impiego.

E tutto questo perché a suo tempo, pur avendo come principale obiettivo “corteggiatorio” il fulcro inguinale baricentrico (“f.i.ba.” mi pare di aver sentito che venga denominato scientificamente) del corpo della sua futura sposa, pur coltivando dentro sé immagini di vita matrimoniale costellate di interminabili serate poltroneggianti in mutande, canottiera e calzini col ditone a periscopio, davanti alla tele a vedere partite, film western e cine-panettoni, pur sognando un genere di atmosfera domestica con lui nel ruolo principale di “pantofola più lenta del West”, a suo tempo, dicevo, aveva egli giurato e spergiurato a lei di essere un romanticone fatto e sputato, roba da lasciare Lord Byron in perizoma, l’aveva chiamata “la sua principessa” scesa dal cielo in terra a miracol mostrare, aveva promesso di attraversare i sette mari, se solo la cosa fosse rientrata nei di lei desideri, mentre sotto sotto, nel suo intimo reputava già fin troppo periglioso il laghetto di pesca sportiva appena fuori città.

E tutto questo perché a suo tempo ci era piombato fra capo e collo il gran ambaradan del Romanticismo, ad infiocchettare come si deve il lavoro già iniziato dagli stilnovisti, e di seguito ancora, calando un carico da undici d’illusorietà beffarda, sono arrivati anche gli stilisti di moda. Tutti costoro avranno anche agito in buona fede e senza malizia, non ne discuto, ma sta di fatto che dopo ci siamo ritrovati ad essere pienamente convinti di quanto sia bello, nobile, giusto e doveroso, soffrire per amore, star male proprio come dei cani, e ci siamo altrettanto ritrovati nella situazione in cui, a decidere dell’aspetto esteriore e fisico delle donne, sono un gruppo di persone (gli stilisti) che normalmente ignorano la potenza gravitazionale scatenata dal “fulcro inguinale baricentrico” (“f.i.ba.” mi pare sempre di aver sentito che venga denominato scientificamente) del corpo femminile.

A volteggiare come cupi “Nazgûl della Palla” sopra le desolate lande della nostra Mordor d’illusorietà, vengono poi i politici, i dirigenti, i manager, i banchieri e gli economisti. Questi sono tutti indaffarati a far calare sul mondo la “Buia Notte della Grande Palla”. Tutti accecati anch’essi dall’abbagliante fiamma del “fulcro inguinale baricentrico” (“f.i.ba.”, continuo a sentir dire in giro che viene denominato scientificamente) fuoriuscente con immenso sfavillio dai più eclatanti esemplari di individui femmina disponibili al mondo, essi infarciscono l’etere terrestre al completo di immani palle cosmiche.

Per questo i politici, i dirigenti, i manager, i banchieri e gli economisti, pur non avendo per nulla a cuore lo spiccato grado d’intraprendenza, e nemmeno fregandogliene una surclassante fava della propensione alle relazioni sociali, pur scarseggiando in loro la simpatia per la buona disponibilità al lavoro di gruppo, a lunghi spostamenti, ad orari flessibili e straordinari, pur non avendo niente di tutto questo e non reputandolo nemmeno poi così importante, essi hanno sempre una soluzione per tutto, sanno sempre qualsiasi cosa, capiscono sempre ogni problema, sanno affrontare ogni difficoltà, sono in grado di sapere come si evolverà la società in futuro, sanno consigliare le migliori scelte da fare, giurano e spergiurano di essere capaci persino di raddrizzare le banane, nel caso servisse.

Ma forse….

Ma forse, in un giorno remoto di un lontanissimo futuro, magari proveniente dalle schiere dei nobili Raminghi del Nord, oppure sbucato fuori dai fieri rappresentanti della regale razza Nùmenoreana, giungerà fra noi un politico, un dirigente, un manager, un banchiere o un economista, che ci rivelerà l’«inaudito», ci sbalordirà con l’«impronunciabile», sussurrando dimessamente la rivoluzionaria sentenza: «…Ragazzi, mi dispiace, questa cosa proprio non la so…questo problema non son capace di risolverlo, vediamo di cavarcela un po’ come possiamo…».

E allora, sulla scia di questo sbalorditivo evento, magari si squarcerà nel cielo immenso, l’insistente velo della Palla Universale, ed ogni uomo accorrerà ai piedi della propria donna, declamando a gran voce: «…Perdona, amore, ma a me, veramente, è sempre interessata solo e soltanto la f.i.ba…». E lei risponderà: «…Ma l’ho sempre saputo, caro, figurati…D’altra parte, a me sono sempre interessati solo e soltanto le scarpe ed i vestiti di Prada…». E lui penserà fra sé e sé: «…Ah! E io che credevo fosse attratta dalla mia buona disponibilità al lavoro di gruppo, ai lunghi spostamenti e agli orari flessibili…», ma questo sarà solo un dettaglio transitorio, perché nel frattempo lei avrà già aggiunto: «…Forse però, da oggi in poi, potremo volerci bene in un altro modo…».

Fino a quel giorno, tuttavia, le immense “Forze Oscure di Pallonia” continueranno ad imperversare per tutto il pianeta, e ogni cosa persisterà nel gravitare attorno alla potenza magnetica del “fulcro inguinale baricentrico” femminile (“f.i.ba.”, sento ancora insistentemente dire in giro che viene denominato scientificamente), equilibrata dalla forza uguale ed opposta dei vestiti e delle scarpe di Prada. E sempre fino a quel giorno, probabile che il più sincero di tutti, rimarrà il chihuahua imbufalito che, con estrema coerenza ed onestà intellettuale, si ostinerà sempre a mordere ogni nuovo postino mandato dalle Poste.
 


sabato 5 ottobre 2013

Cappottiamoci



Oggi niente parole.
Solo Musica.
Chi vuole, può cappottarsi sulla sedia per la bellezza.
Gli altri, stiano pure comodi...






"Nightswimming"


Nightswimming deserves a quiet night

The photograph on the dashboard taken years ago,
turned around backwards so the windshield shows.
Every street light reveals a picture in reverse
Still it's so much clearer

I forgot my shirt at the water's edge
The moon is low tonight

Nuotare di notte, merita una notte quieta
La foto sul cruscotto, scattata anni fa
Girata dall’altra parte, così che si veda dal parabrezza
Ogni lampione rivela un’immagine a rovescio
Eppure è molto più nitida
Ho dimenticato la mia camicia sulla riva
La luna è bassa stasera


Nightswimming deserves a quiet night
I'm not sure all these people understand
It's not like years ago
The fear of getting caught
Of recklessness
Of water
They cannot see me naked
These things they go away
Replaced by every day

Nuotare di notte, merita una notte tranquilla
Non sono sicuro che tutta questa gente capisca
Non è come anni fa
La paura di essere beccati
Dell’imprudenza
Dell’acqua
Non possono vedermi nudo
Queste cose scorrono via
Rimpiazzate dalla vita di tutti i giorni


Nightswimming,
remembering that night
September's coming soon
I'm pining for the moon
And what if there were two
Side by side in orbit around the fairest sun?
The bright tide forever drawn
Could not describe nightswimming

Nuotare di notte,
Ricordando quella notte
Settembre arriverà presto
Mi sto struggendo per la luna
E se ce ne fossero due
Fianco a fianco in orbita intorno al sole più splendente?
La marea brillante, per sempre disegnata
Non potrebbe descrivere il nuotare di notte


You, I thought I knew you
You, I cannot judge
You, I thought you knew me
This one laughing quietly
Underneath my breath
Nightswimming

Tu, che pensavo di conoscere
Tu, che non posso giudicare
Tu, che pensavo mi conoscessi
Stavolta ridendo piano

Sottovoce
Nuotare di notte


The photograph reflects
Every street light a reminder
Nightswimming
Deserves a quiet night
Deserves a quiet night

La foto si riflette
Ogni lampione me lo ricorda
Nuotare di notte

Merita una notte calma
Merita una notte calma


 

venerdì 4 ottobre 2013

Nessun merito

 
 
Quando succedono tragedie terribili come quella di ieri, sulle soglie di casa nostra, vengono da farsi mille domande. Ma quella che alla fine mi sembra sempre più giusto porsi, è questa: che merito ho io di aver avuto in sorte di nascere 2000 o 3000 km più a nord di loro? E la risposta è sempre la stessa: nessun merito. Proprio nessuno.
 
 Forse è da questa considerazione che ogni discorso riguardante l'argomento dovrebbe cominciare.

 


venerdì 27 settembre 2013

Destini borsellati


Mi aggiravo non molto tempo fa per le strade cittadine, quando mi si è parato dinnanzi un fulgido esemplare di «homo bursellatus». Con sommo stupore, mi sono gustato quella visione, anche perché, da quanto mi risultava, quel raro esemplare di tipo umano veniva ormai dato per estinto dai cataloghi antropo-bestiari più autorevoli. Erano anni che non ne vedevo uno, roba da far trasecolare la possanza tassonomica del Linneo in persona.

Li ricorderete sicuramente anche voi. Non so se con più o meno piacere, ma son sicuro che li ricorderete. Forse il periodo d’oro della diffusione dei prototipi più genuini di «homo bursellatus» dev’esser stata la metà degli anni ’70. Allora frequentavo poco le città e più dei soliti quattro bifolchi in canottiera (nel cui novero anche io fieramente mi schieravo), non mi capitava di vedere in giro. Per cui le occasioni più proficue per l’«homo bursellatus watching» mi si presentavano in occasione delle vacanze al mare.

L’«homo bursellatus» era un tipo di animale né diurno, né notturno. Diciamo che era “tramontizio”. Dopo la giornata marina trascorsa in spiaggia, te lo ritrovavi preferibilmente all’imbrunire, mentre si aggirava per i sentieri del giardinetto dell’albergo, in attesa dell’orario di cena. Era inconfondibile e mi piacerebbe aggiungere anche “inimitabile”, ma purtroppo o per fortuna, era imitabilissimo. Il fattore estetico, dell’abbigliamento, giocava sicuramente un ruolo primario nel determinarne la personalità, ma l’«homo bursellatus» era molto di più che un paio di calzini bianchi e un borsello in finta pelle. Lui era la radiografia dello spaccato sociale di un’epoca, ma partire da com’era conciato è quasi d’obbligo.

L’«homo bursellatus» si contraddistingueva in primo luogo per il radioso “borsello” in similpelle che ostentava fieramente a tracolla. Quello era il fulcro del suo essere. Il borsello è forse uno degli accessori più tristi mai concepiti da mente bacata di stilista o creativo folle di moda. Il nome stesso evocava già straripamenti di pacchianeria, alluvioni di indifferenza nei confronti del pudore. Bor-sel-lo: sentite come rimbalzano goffe finanche le sue sillabe, già solo a pronunziarle mentalmente. Intridono i neuroni di una untuosità vischiosa, di una morchia d’ineleganza, puzzano persino di sospensione del giudizio, di paralisi estetica, sono la trasposizione simil-coriacea del compromesso storico e del clima da crisi petrolifera. Il borsello: non si è mai capito bene cosa fosse. Un mezzo tascapane? La riproduzione in scala ridotta del borsone del ferroviere o del tramviere? Un simbolo maschile di emancipazione al contrario? Sì, forse l’emancipazione definitiva dal buon gusto.

Impersonava un cupo mistero alla luce del sole, insomma, l’«homo bursellatus». E tuttavia, l’inquietante interrogativo che più di ogni altro ti serrava la gola come un groppo irresolubile, era: «…Ma cosa minchia avrà da metterci dentro, a quel suo supremo manifesto di bruttezza?...».

Che poi…fosse stato solo il borsello. Il borsello non era che l’inizio, motore immobile di una costellazione di orrori vertiginosamente roteanti attorno a quel sole della schifezza a venire. «Homo bursellatus non datur» infatti, se non coi sandali ugualmente in similpelle ed il calzino di rigore bianco, a coprire poco più sopra del malleolo. In alternativa, assai prediletti erano anche i mocassini senza lacci, oppure le scarpette nere con stringhe a spaghetto, sottilmente evocative di una smarrita vocazione nei meandri di un sotto-tonaca da prete spretato. A sublime completamento del reparto inferiore, l’«homo bursellatus» sfoderava uno sfavillante paio di braghette corte, stile Nicola Pietrangeli in finale di Coppa Davis a Melobourne 1961.

L’«homo bursellatus» era normalmente un semi-anzianotto di un’imprecisata mezza età. Più “tre quarti” che “mezza”, via. Il dato anagrafico contribuiva in misura decisiva ad assestare il colpo di grazia al quadro d’insieme: panzetta parabolica, capelli argentei con riporto o semi-riporto, sostenuto da una complessa architettura imbastita con la tecnica delle palettate di brillantina (ai tempi il gel era ancora un prodigio del progresso cosmetico di là da venire). A completare l’affresco: polpaccetto rinsecchito, glabro e lattiginoso (l’«homo bursellatus», durante il giorno, se ne stava rigorosamente sotto l’ombrellone o in pineta a sfogliare il giornale locale, «L’eco della riviera», «La gazzetta scogliosa» o simili, oppure riviste di gossip dell’epoca, come “Divieto di sosta”, “Tango”, “Burinella seimila”, astutamente sottratte alla moglie in gita sul moscone).

Culturalmente, socialmente, professionalmente ed antropologicamente, l’«homo bursellatus» era un tipico prodotto degli anni ’50: in quel decennio aveva dato il meglio delle sue energie umane. Ai tempi del suo imborsellamento, ossia quando lo potei ammirare io, era di certo in pensione. Ma con ogni probabilità aveva trascorso la propria carriera lavorativa in una piccola ditta, come impiegato. Era forse ragioniere, oppure anche senza titolo di studio: entrato da giovane nei ranghi aziendali, aveva imparato il mestiere con una lenta gavetta, guadagnandosi la fiducia del padrone.

Erano i bei tempi del boom economico ai suoi albori, quando la gente tornava a casa la sera dal lavoro col sorriso sulle labbra, canticchiando il proprio motivetto preferito, e l’evasione fiscale veniva ancora fatta a mano, con tant’amore e genuinità. L’«homo bursellatus» aveva solitamente una moglie sul tipo di Lina Volonghi, voce baritonale, affabilità straripante e modi spicci. Aveva anche una figliola molto a modo, sempre al seguito della genitrice. E forse era un mio vezzo bambinesco di infierire fin troppo ingenerosamente, ma io immaginavo che consorte e figliola, nel loro incessante peregrinare in coppia, si chiamassero rispettivamente Goffreda e Giancarla (o in alternativa, Edoarda e Mariapiera).

Mi ha fatto davvero uno strano effetto, dunque, ritrovarmi ancora davanti la rifulgente apparizione di un «homo bursellatus», mentre si aggirava per le strade di città. Per di più un esemplare completo di tutti i crismi borsellari: mocassini, calzettino bianco alla caviglia, braghetta tennistica. Mi pareva di esser salito a bordo di una macchina “del tempo”, forse una 128 coupé dall’asmatico ruggito tricilindrico, mentre dal mangianastri le parole di una nota melodia mi avvolgevano blandamente: «…e allora, io quasi quasi prendo il treno e vado a da’ via al cül…».

O forse non faceva esattamente così…anche se c’è da aggiungere che, per fortuna, ancora oggi come allora, il treno dei desideri sempre all’incontrario va.


martedì 24 settembre 2013

Il gomito del barista


Forse sarà così anche nelle altre nazioni, in contesti culturali diversi dal nostro, ma certe volte si ha l’impressione che in Italia il morbo della “discorsite da bar” si manifesti con una virulenza particolarmente furiosa. Il fatto è che, se non si fa estrema attenzione alle sue insidie, si rischia di ritrovarsi immersi fino al collo nella palude mefitica della “sciatteria colloquiale”, quasi senza rendersene conto.

La “tuttologia irresponsabilizzante” è una sabbia mobile in grado di fagocitare ogni barlume di lucidità. La “discorsite da bar” è come una piovra paziente. Ti lavora ai fianchi e poi ti avvinghia. Chiunque è a rischio di ritrovarsi prima o poi stritolato fra le spire dei suoi possenti tentacoli banalizzatori. Basta abbassare la guardia per un momento, è sufficiente un lieve attimo di debolezza di fronte alle raffiche luogocomuniste di un discorsista da bar professionale, e ci si ritrova a sparare luoghi comuni immondi.

E’ paradossale pensare come l’umanità, dopo essersi arrabattata circa settant’anni con ogni mezzo per liberarsi dal comunismo, sia finita poi per buttarsi a pesce fra le braccia narcotizzanti del luogocomunismo. Il luogo comune è un flagello terribile, e può fiaccare il nerbo di un intero popolo. Nessuno può ritenersi immune, perché anche i più dotati di spirito critico e di capacità di approfondimento, dinnanzi ad un luogocomunista particolarmente agguerrito, finiscono per cedere, seppur momentaneamente, alla risacca del discorso ritrito, e per sfinimento si uniscono al coro, non fosse altro che per levarsi dai piedi quel gran fracassa maroni.

Non va dimenticato, d’altra parte, che uno dei più diffusi errori di chi tenta di difendersi dagli attacchi di un luogocomunista, consiste proprio nel cercare di controbattere i suoi stucchevoli luoghi comuni, con ragionamenti dotati di un minimo di costrutto. Niente di più sbagliato e fatale: il luogocomunista, toccato nel vivo con tentativi di ricondurlo alla ragione, si avvoltola e si contorce ulteriormente nella sua stessa possanza banalizzante. Come King Kong mitragliato dagli aerei sul pennone dell'Empire State Building (versione del 1933), non fa altro che avvinghiarsi ancor di più al suo fatale appiglio, vomitando dalla bocca sequele strazianti di “piuttosto che” utilizzati scorrettamente.

L’unico modo per superare indenni il flagello luogocomunista, consiste nell’adagiarsi nell’humus stesso in cui sguazza quel gran tuttologo della fregnaccia: non bisogna fare resistenza, ma annuire, assecondarlo e, nel caso, assestare anche due buone boiate in tono con l’ovvietà generale del discorso. Il bravo luogocomunista si ammansirà all’istante, beandosi di aver avuto conferma alle sue già incrollabili conferme.

Il problema è serio, insomma. Lo Stato dovrebbe fare qualcosa, prendere provvedimenti drastici. La diffusione del morbo è molto estesa, per cui forse servirebbe una terapia d’urto. Andrebbero istituiti dei “Circoli rionali di sfogo luogocomunista”. Il militante luogocomunista troverebbe in questi siti specializzati tutto il necessario per fiaccare la propria resistenza appiattente e cercare di ritrovare una nuova via al ragionamento individuale non ordinario.

Punta di diamante dei “Circoli rionali di sfogo luogocomunista” potrebbero essere le “Stanze del banalizzo-shock”. I militanti luogocomunisti più gravi verrebbero fatti accomodare su confortevoli poltrone, ad esse legati e costretti a vedersi vecchie edizioni di Studio Aperto e del Tg4 per ore e ore filate (per lo shock de luxe, sarebbero consigliate puntate condotte dall’Emilio Fede dei tempi d’oro in persona). Circa la validità della terapia, confortano numerosi esperimenti già effettuati nei laboratori dell’Anti-Obvious Insitute of Complexity: nei casi di intervento più drastico (es.: edizione del Tg4 speciale elezioni, in cui Fede appuntava bandierine rosse e blu sulla cartina dell’Italia, oppure il meglio del Tg5 diretto da Carlo Rossella), si sono registrate reazioni spropositate da parte dei soggetti trattati, con spasmodico desiderio di dover urgentemente correre a consultare, al termine della terapia, la «Critica della ragion pura» Kantiana, oppure l’opera omnia di Elias Canetti.

I “Circoli rionali di sfogo luogocomunista” sarebbero altresì dotati dell’apposito “Ovviodromo”, un locale dedicato a tavole rotonde, durante le quali ai partecipanti verrebbe concessa piena di libertà di dare il massimo di sé nei discorsi da bar che più “da bar” non si può. A furia di eccelsi fendenti di gran classe, del tipo «...la pena di morte ci vorrebbe, per chi sosta in divieto...», e stoccate magistrali come «...vengono qui per portar via il lavoro agli italiani...», «...tanto i politici son tutti uguali...», «...è tutto un gran magna magna...», i contendenti si fiaccherebbero fieramente a vicenda, uscendo prostrati sino al punto di non voler più sentire una frase scontata per un bel po’ di tempo. L’uso oculato dell’“Ovviodromo” sarebbe indicato soprattutto per chi soffre di forme lievi di luogocomunismo.

Il movimento poi sarebbe anche sostenuto mediaticamente attraverso il prestigioso quotidiano «L’ovvietà». Sulle colonne de «L’ovvietà», troverebbero spazio le più prestigiose firme del mondo del banale, da Alfonso Signorini in giù, con importanti editoriali dei migliori opinionisti del Grande Fratello e Domenica In. Di fondamentale importanza risulterebbe la concomitante attività di organizzazione periodica dei classici «Festival dell’Ovvietà», da svolgersi nel periodo estivo, con il contributo di tanti entusiasti volontari militanti luogocomunisti. Durante i «Festival dell’Ovvietà», verrebbe proposto il meglio della cucina popolare luogocomunista: saltimbocca alla frase scontata, stufata di uditorio, palle di ascoltatore frullate e ammazza originalità ai frutti di bosco.

Basteranno tutti questi fondamentali sforzi strategici per attenuare il clima da “Guerra fessa” scatenato dalla dilagante diffusione nazionale del luogocomunismo in ogni frangia del tessuto sociale? Solo la storia ci potrà dare una risposta, ma nel frattempo, guardatevi bene le spalle: un luogo comune non sembra mai troppo comune, fino a quando non ci si va a sbattere contro. E può rivelarsi più duro del muro di Berlino.

…ho forse detto un luogo comune?
 


martedì 17 settembre 2013

Una giornata siedoboica


Normalmente siamo immersi in un mondo di oggetti e di concetti perlopiù noti. A ciascuna di queste cose ed idee, siamo in grado di attribuire di volta in volta termini ben specifici, in modo da poter costruire discorsi intorno ad esse, servendocene all’occorrenza anche in senso pratico.

Esempio: se dico “il cane ha succhiato l’osso”, chiunque conosca la lingua italiana mi capisce; se mi sento dire: “prendi l’osso e portalo al cane”, so cosa devo fare (sempre ammesso che io abbia voglia di dare l’osso al cane, oppure che il cane gradisca l’osso, ma queste sono sfumature di dettaglio).

Il linguaggio è una delle nostre dimensioni vitali primarie. Esprimerci al meglio della correttezza dei significati e delle forme messi a disposizione dal nostro lessico e dal modo di ragionare comunemente accettato, ci fa sentire fieri di appartenere alla grande tribù degli uomini. A volte però il linguaggio può presentarsi con un leggero retrogusto di costrizione. Pur nel suo essere così variegato e malleabile, ci appare ingessato e legnoso, rispetto alla mancanza di limite dell’afflato creativo percepito interiormente. Ci sentiamo come entità infinite, costrette nel contenitore finito delle parole.

Cosa capiterebbe allora se d’un tratto ci ritrovassimo circondati anche da oggetti e concetti completamente nuovi, per di più denominati con parole altrettanto inaudite (nel senso di “mai udite”), ed il tutto s’andasse a mescolare all’interno del linguaggio noto?

Credo che in primo luogo verrebbe spontaneo attaccarsi all’affettuosità linguistica scaturita dai suoni delle varie sillabe. Successivamente ci renderemmo conto di stare facendo un’immersione in una sorta di “esercizio di libertà”. Un qualcosa di questo tipo:

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Appena alzato dal letto, quella mattina, mi sentivo piuttosto guffrezzato. Una tazza di ruberdiana calda mi ha aiutato non poco a sgobinzolarmi. Mia moglie insisteva perché rinunciassi al redumario in programma per la giornata, nella sede storica della Società Merfodiale di Surrenzio. So già che lei è un tipo leggermente scomperioso ed appunzale, per cui non ci ho fatto caso più di tanto, l’ho rassicurata con due ruzzelletti e mi sono avviato.

Le strade di Surrenzio erano più che mai ingorgate di sprudoi e miscolabiotici scoppiettanti. Come se non bastasse, il mio miscolabiotico faceva le bizze. Nell’officina di rigurberazione degli miscolabiotici, mi avevano avvertito che avrebbero potuto esserci problemi con il funzionamento dello screvolatore di vinza, ma in ogni caso il miscolabiotico non mi avrebbe lasciato a piedi. Per fortuna che i surrenziesi sono dei tipi alla mano. Sfoggiando sempre un luminoso grignardo sulla faccia, son soliti accogliere quel che capita con molta smerigliosezza, sgriggando via sui loro sprudoi appena possibile, oppure attendendo pazientemente finché non si è sbirizzito il muturiale di turno.

Giunsi con un lieve ritardo alla sede della Società Merfodiale. L’importante redumario dei misserbonzi sfirbarevoli era già cominciato. Groffo groffo, mi sono intrufolato nella grande sala gremita di misserbonzi, tutti solennemente agghindati nelle loro freddumelle d’ordinanza. Cercavo di passare inosservato, sfilando esperionevolmente dietro i banchi più lontani, quando: «…Arevorio Bertipiani!...» ho sentito tuonare con veemente guidomanzìa dal palco degli oratori. Oltre ad esser stato sgriminevolmente scoperto, avevo anche appreso di chiamarmi Arevorio Bertipiani.

«…Le sembra questa la biglianza di arrivare? E poi, con quale miniproria si presenta...» proseguì il Berifodario maggiore, altero e svettante dal suo decobievole scranno.

«…Chiedo umilmente miribanza, Sua Sedibosezza, sa com’è, con questi gruffreddori che ci sono in giro...» abbozzai io con malbigievoli parole. «…Va bene! Ora si sieda e ribergizzi con calma tutto il semigiobo della giornata...» mi ha rimbrottato ancora Sua Sedibosezza il Berifodario.

Per fortuna, uno dei pochi posti rimasti liberi era proprio vicino a dove stava già seduto quel miscobiante di Geppignolo Suprimivolzi, un caro vecchio amico, gran chiacchierone e conoscitore di mille sbirbonzi dei bei tempi andati. «…Ciao, Selbimolfo!...» mi ha sussurrato di soppiatto Geppignolo, rendendomi edotto nel contempo del fatto che avevo anche un soprannome. Poi si messo a raccontarmi di tutto, con la sua consueta simpatia, così che del semigiobo della giornata non son riuscito ribergizzare proprio un bel niente. Tanto lo so già che questi redumarii non servono proprio a nulla. Ma sapete com’è, il Berifodario ci tiene…e poi, con tutti questi guffreddori che ci sono in giro…

Rientrando a casa, ho fatto tappa al supermercato “Sviklibobi - Articoli vivi a prezzi vanitobi”. Ho fatto una bella provvista di marferotti, mentre al reparto siobicci ho preso un bel po’ di gamioli, e poi mi sono sbizzarrito al banco dei pechimorzi, dove ho preso un bel mucchio di silibranchi con siube, lepigiolli di Maribiana, scopiamulle, silibrotti e meribadiole.

Il redumario era durato meno del previsto, così mia moglie era ben lieta e rifrendata nel vedermi rincasare presto. L’ho aiutata a cucinare una cenetta con tutti i piatti che ci piacciono di più, quelli che ci fanno proprio limiborsare il perimargio: antipasto di scopiamulle, marferotti al sugo di silibranchi, frittura di lepigiolli, silibrotti e meribadiole gratinati, mousse di gamioli.

Dopo averci bevuto su vari bicchierini di Erermignòn invecchiato 10 anni, ci siamo stessi pirbidamente sul nostro accogliente divanone, con un film alla tv. Su Tele-Escoviale, davano un vecchio melibuorgio in bianco e nero, «Sette gherimoie viola per il gherimoiatore». Ce lo siamo proprio gustato insieme, abbracciati, facendoci anche tante billibonze a vicenda, durante la visione. Eravamo tanto imbelicciati e siprimoffi, che il sopore ci ha colti entrambi sui titoli finali. Ci siamo risvegliati dopo un’oretta, che non sapevo spiegarmi come mai una mia menibolfa era andata a finire dentro al binzimonio di lei, mentre lei mi teneva un gelifronzo fra le bimaie. Abbiamo sorriso della cosa, decidendo che forse era il caso di andare a proseguire la miscovualità sul nostro confortevole restimaio. Il memmibario che è successo poi…non sono cose da relibonzare rimirginevolmente in un piccolo viebifumento come il presente.

Forse si obietterà che una storia così piatta e rimorzale non meritava di essere scritta. E’ vero, una sequela tanto banale di rerifrotti e semaraburfi così insignificanti, probabilmente non si era mai sentita. Ma almeno, chi l’avrà letta si sarà fatto un’idea di cosa vuol dire trascorrere una giornata siedoboica.