venerdì 27 settembre 2013

Destini borsellati


Mi aggiravo non molto tempo fa per le strade cittadine, quando mi si è parato dinnanzi un fulgido esemplare di «homo bursellatus». Con sommo stupore, mi sono gustato quella visione, anche perché, da quanto mi risultava, quel raro esemplare di tipo umano veniva ormai dato per estinto dai cataloghi antropo-bestiari più autorevoli. Erano anni che non ne vedevo uno, roba da far trasecolare la possanza tassonomica del Linneo in persona.

Li ricorderete sicuramente anche voi. Non so se con più o meno piacere, ma son sicuro che li ricorderete. Forse il periodo d’oro della diffusione dei prototipi più genuini di «homo bursellatus» dev’esser stata la metà degli anni ’70. Allora frequentavo poco le città e più dei soliti quattro bifolchi in canottiera (nel cui novero anche io fieramente mi schieravo), non mi capitava di vedere in giro. Per cui le occasioni più proficue per l’«homo bursellatus watching» mi si presentavano in occasione delle vacanze al mare.

L’«homo bursellatus» era un tipo di animale né diurno, né notturno. Diciamo che era “tramontizio”. Dopo la giornata marina trascorsa in spiaggia, te lo ritrovavi preferibilmente all’imbrunire, mentre si aggirava per i sentieri del giardinetto dell’albergo, in attesa dell’orario di cena. Era inconfondibile e mi piacerebbe aggiungere anche “inimitabile”, ma purtroppo o per fortuna, era imitabilissimo. Il fattore estetico, dell’abbigliamento, giocava sicuramente un ruolo primario nel determinarne la personalità, ma l’«homo bursellatus» era molto di più che un paio di calzini bianchi e un borsello in finta pelle. Lui era la radiografia dello spaccato sociale di un’epoca, ma partire da com’era conciato è quasi d’obbligo.

L’«homo bursellatus» si contraddistingueva in primo luogo per il radioso “borsello” in similpelle che ostentava fieramente a tracolla. Quello era il fulcro del suo essere. Il borsello è forse uno degli accessori più tristi mai concepiti da mente bacata di stilista o creativo folle di moda. Il nome stesso evocava già straripamenti di pacchianeria, alluvioni di indifferenza nei confronti del pudore. Bor-sel-lo: sentite come rimbalzano goffe finanche le sue sillabe, già solo a pronunziarle mentalmente. Intridono i neuroni di una untuosità vischiosa, di una morchia d’ineleganza, puzzano persino di sospensione del giudizio, di paralisi estetica, sono la trasposizione simil-coriacea del compromesso storico e del clima da crisi petrolifera. Il borsello: non si è mai capito bene cosa fosse. Un mezzo tascapane? La riproduzione in scala ridotta del borsone del ferroviere o del tramviere? Un simbolo maschile di emancipazione al contrario? Sì, forse l’emancipazione definitiva dal buon gusto.

Impersonava un cupo mistero alla luce del sole, insomma, l’«homo bursellatus». E tuttavia, l’inquietante interrogativo che più di ogni altro ti serrava la gola come un groppo irresolubile, era: «…Ma cosa minchia avrà da metterci dentro, a quel suo supremo manifesto di bruttezza?...».

Che poi…fosse stato solo il borsello. Il borsello non era che l’inizio, motore immobile di una costellazione di orrori vertiginosamente roteanti attorno a quel sole della schifezza a venire. «Homo bursellatus non datur» infatti, se non coi sandali ugualmente in similpelle ed il calzino di rigore bianco, a coprire poco più sopra del malleolo. In alternativa, assai prediletti erano anche i mocassini senza lacci, oppure le scarpette nere con stringhe a spaghetto, sottilmente evocative di una smarrita vocazione nei meandri di un sotto-tonaca da prete spretato. A sublime completamento del reparto inferiore, l’«homo bursellatus» sfoderava uno sfavillante paio di braghette corte, stile Nicola Pietrangeli in finale di Coppa Davis a Melobourne 1961.

L’«homo bursellatus» era normalmente un semi-anzianotto di un’imprecisata mezza età. Più “tre quarti” che “mezza”, via. Il dato anagrafico contribuiva in misura decisiva ad assestare il colpo di grazia al quadro d’insieme: panzetta parabolica, capelli argentei con riporto o semi-riporto, sostenuto da una complessa architettura imbastita con la tecnica delle palettate di brillantina (ai tempi il gel era ancora un prodigio del progresso cosmetico di là da venire). A completare l’affresco: polpaccetto rinsecchito, glabro e lattiginoso (l’«homo bursellatus», durante il giorno, se ne stava rigorosamente sotto l’ombrellone o in pineta a sfogliare il giornale locale, «L’eco della riviera», «La gazzetta scogliosa» o simili, oppure riviste di gossip dell’epoca, come “Divieto di sosta”, “Tango”, “Burinella seimila”, astutamente sottratte alla moglie in gita sul moscone).

Culturalmente, socialmente, professionalmente ed antropologicamente, l’«homo bursellatus» era un tipico prodotto degli anni ’50: in quel decennio aveva dato il meglio delle sue energie umane. Ai tempi del suo imborsellamento, ossia quando lo potei ammirare io, era di certo in pensione. Ma con ogni probabilità aveva trascorso la propria carriera lavorativa in una piccola ditta, come impiegato. Era forse ragioniere, oppure anche senza titolo di studio: entrato da giovane nei ranghi aziendali, aveva imparato il mestiere con una lenta gavetta, guadagnandosi la fiducia del padrone.

Erano i bei tempi del boom economico ai suoi albori, quando la gente tornava a casa la sera dal lavoro col sorriso sulle labbra, canticchiando il proprio motivetto preferito, e l’evasione fiscale veniva ancora fatta a mano, con tant’amore e genuinità. L’«homo bursellatus» aveva solitamente una moglie sul tipo di Lina Volonghi, voce baritonale, affabilità straripante e modi spicci. Aveva anche una figliola molto a modo, sempre al seguito della genitrice. E forse era un mio vezzo bambinesco di infierire fin troppo ingenerosamente, ma io immaginavo che consorte e figliola, nel loro incessante peregrinare in coppia, si chiamassero rispettivamente Goffreda e Giancarla (o in alternativa, Edoarda e Mariapiera).

Mi ha fatto davvero uno strano effetto, dunque, ritrovarmi ancora davanti la rifulgente apparizione di un «homo bursellatus», mentre si aggirava per le strade di città. Per di più un esemplare completo di tutti i crismi borsellari: mocassini, calzettino bianco alla caviglia, braghetta tennistica. Mi pareva di esser salito a bordo di una macchina “del tempo”, forse una 128 coupé dall’asmatico ruggito tricilindrico, mentre dal mangianastri le parole di una nota melodia mi avvolgevano blandamente: «…e allora, io quasi quasi prendo il treno e vado a da’ via al cül…».

O forse non faceva esattamente così…anche se c’è da aggiungere che, per fortuna, ancora oggi come allora, il treno dei desideri sempre all’incontrario va.


6 commenti:

Paolo Falconi ha detto...

I tempi cambiano così oggi conosciamo l'homo zainatus ... l'Invicta_Diadora_Seven dipendente
il viaggiatore ... anche se non va da nessuna parte e ci mette pane e frittata, panni puliti, asciugamano e l'occorrente per la barba e per non puzzare di sudore quando stacchi dal lavoro e devi prende i mezzi pubblici

Salut

Gillipixel ha detto...

@->Paolo: l'homo zainatus sarebbe un altro meraviglioso esemplare da studiare, Paolo :-)...non si sa bene se sia un'evoluzione del bursellatus, oppure una sua degenerazione bizzarra...forse un po' entrambe le cose :-)...credo che per favorire la metamorfosi abbiano giocato un'influenza notevole anni e anni di Armanità e Dolcegabbanesimo sotto vuoto spinto, iniettati direttamente sottocorteccia :-)...

Ad ogni modo, lo studio dei tipi umani è proprio un bel hobby, consigliabile a grandi e piccini :-)

Ciao Paolo, grazie del tuo simpatico commento :-)

Vanessa Valentine ha detto...

Oooohhh, Gilli, ma tu davvero mi fai salire sulla macchina del tempo e wuuuuupppp, via andare...che meraviglia!
Il borsello e l'Uomo...mi auguro che qualcuno lasci su di una rupe un'immagine di entrambi, per i posteri.
Pensa che il mio papà vorrebbe portarselo ancora dietro, il borsello, non lo fa solo perché mia madre minaccia di prenderlo a badilate. Lui girerebbe col calzetto e il sandalo (lo fa, lo fa), la braga corta, il gilet milletasche verdemarcio, il cappellino e il borsello. L'Antiglamour per eccellenza, che se lo vedono D&G mi collassano peggio di quando gli suona la Finanza all'uscio.:)))))
Lui si giustifica così: ero giovane e mi serviva per portare in giro le bollette dell'Enel (faceva l'esattore).
In effetti una sua logica ce l'ha.
E pensa che adesso gli uomini girano con la borsa a mano...ti fa ancora tanto orrore il borsello??;))))))
As usual, chapeau.:))))

Gillipixel ha detto...

@->Vale: ehehehehe, grazie Vale per il tuo frizzante commento :-) spero che le mie parole non ti siano suonate troppo impietose, visto che sei in qualche modo coinvolta affettivamente nel discorso :-) d'altra parte, chi non lo è? Chi non ha avuto, fra i proprio congiunti, amici di famiglia o conoscenti, un caro esempio di perfetto homo bursellatus :-)

Il mio scrittino non voleva d'altronde essere un'invettiva...sono l'ultimo che può permettersi di fare l'arbiter elegantiarum, essendo proprio io usualmente la persona peggio vestita d'Europa (forse con l'America e gli altri continenti, me la gioco :-)

Si è trattato invece solo di un affettuoso studio umano, un mini-tributo ad una tipologia sociale che è stata a suo modo icona di un'epoca che mi rimarrà sempre nel cuore, ossia gli anni '70...

In fondo in fondo, l'homo bursellatus, nella sua possanza iconoclastica, mi risultava anche simpatico :-) la sua ritrosia per il buon gusto aveva un che di rivoluzionario: proclamava che l'apparenza non conta :-)...

Bellissima l'immagine della Mama che brandisce il badile, ergendosi a custode della decenza :-) mi ha fatto sorridere...

E forte anche l'idea di D&G che sbiancano nel rispondere ad un bursellatus all'uscio :-)...se davvero saranno giudicati responsabili di evasione fiscale, non dovrebbero sanzionarli con il solito multone esagerato...tanto quello lo recuperano in una mezza stagione, basta che lancino il look del perizoma con filo in carta vetrata, e si sono già rifatti :-)

No, dovrebbero sanzionarli con l'obbligo di assistere ad una sfilata di impeccabili borsellati, lunga una settimana...quello sì che sarebbe un contrappasso degno :-)

Bacini in braghe corte :-)

Vanessa Valentine ha detto...

Perizoma con filo in carta vetrata...ahahahah:)))))) bellissimo!!!
E' vero, l'homo borsellatus esce dritto come un fuso dai '70, ah, che spermatozoo felice ero, al tempo!:))))))) Nel '71 avevo comunque preso il peso e le dimensioni di una fettona di grana quindi me li sono goduti di riflesso nella vita dei miei (mamma con capelli nerissimi e cotonatissimi, papà con calvizie che bussava all'uscio e, naturalmente, borsello).:)))))))
Andava a farselo aggiustare, quando si scuciva, da un signore cinese che aveva la botteghina in una via di Padova, un tipo con le mani d'oro. Amava il suo borsello tinta cuoio come si potrebbe amare un caro amico fedele. Sospetto lo celi ancora in qualche anfratto della Mansion Valentine.
Non potresti mai recarmi offesa parlando dell'homo borsellatus, Gilli...altro discorso sarebbe uscire con un giovanotto negli anni'10 portatore di borsello...un mio vicino è un tipo così...ma questa, come si dice, è un'altra storia (e cazschi per la di lui morosa..poareta...):))))))))

Gillipixel ha detto...

@->Vale: beh, Vale, a favore del tuo papà, e sempre con il beneplacito della Mama, s'intende, potresti istituire un "borsellus day" :-) una giornata durante la quale tuo papà potrebbe tornare a sfoggiare in libertà il suo beneamato articolo anni '70 :-)

Hai un vicino di casa neo-bursellatus post-moderno??? :-) Mi piacerebbe conoscerlo, dev'essere un fenomeno :-)

P.s.: oggi, con le brutte notizie che abbiamo sentito da Lampedusa, si fa fatica persino a fare un sorriso :-(

Bacini disillusi...