venerdì 31 ottobre 2014

Né cicisbei, né bottegai


Da piccolo avevo orrore del Comunismo. Diventato grande, continuo ad avere orrore del Liberismo estremo. L’apparente incoerenza, del tutto voluta, fra le due affermazioni, è presto spiegata.

Non sono stato un bambino problematico, ma problematizzato sì. Anche se di questo fatto mi sono reso conto solamente tanti anni dopo (per fortuna). Ho sempre cercato di osservare le cose, per così dire, “di lato”. O meglio, ogni volta che ci riuscivo, anche “dal di sopra”. Non voglio mettervi in allarme: niente paura, anche io stavo tutti i pomeriggi a perder tempo al campetto con gli amici, oppure a gironzolare in giro con la bici, alla ricerca di qualche guaio da combinare. Non è questo il punto. Il punto è che fin da un’età precoce, mi è sempre piaciuto prestare ascolto alle cose da grandi che uscivano dalle bocche dei grandi. Ci capivo un centesimo, ma il telegiornale lo ascoltavo. Ci capivo ancora meno, ma i discorsi degli adulti non mi annoiavano.

In qualche modo intuivo (anche se non me rendevo conto pienamente, allora, sempre per fortuna) che uno dei destini più meschini che ci possano esser riservati è quello di rimanere impelagati, rispetto alla Storia che ci scorre intorno, nel suo proprio “particulare”. Non avere la forza di elevare lo sguardo al di sopra delle contingenze storiche: questo è un guaio. L’ho imparato ancor meglio in seguito, anche studiando un po’ di filosofia. La secolare avventura umana non è del tutto sbagliato osservarla metaforicamente come un grosso organismo vivente, come un fenomeno globale, che in grande riflette la sostanza e i meccanismi dei fenomeni reali minuti.

Così come l’uomo singolo, anche la Storia allora ha bisogno di vivere sopra degli equilibri. Non siamo totalmente sociali, ma non possiamo essere completamente individuali. Abbiamo bisogno del sostegno collettivo, così come ci serve, al pari dell’aria che respiriamo, la nostra libertà individuale. Lo capivo anche io, già da bambino, soltanto facendo una semplicissima auto-osservazione su me stesso (se mi si passa la ridondanza). Stare al campetto tutto il giorno era stupendo, ma veniva il momento in cui mi rendevo conto che bisognava tornare a casa. La libertà, anche solo a pensarla assolutamente senza vincoli, smetteva subito di avere significato, anche per quello che poteva capire l’ingenuo intuito di un pre-sbarbatello.

In apertura ho parlato di Comunismo e di liberismo, intendendo i due termini in senso più che altro paradigmatico, e non proprio in riferimento alle loro specificazioni storiche. Con Comunismo (ben consapevole che come fenomeno storico esso non è stato solo questo) intendo un estremo “ideale”, tipizzato, di concezione della società, che riconosca come unica dimensione dell’uomo, la dimensione sociale.

Lo stesso per liberismo: anche qui, intendo la condizione “ipotetica” di sbaragliamento di ogni regola che limiti il “libero” agire umano, un estremo “ideale”, tipizzato, di concezione della società, che riconosca come unica dimensione dell’uomo, la dimensione individuale.

Per approfondire cosa intendo, l’opponibilità dei termini potrebbe essere specificata anche con “statalismo” da una parte e “privatismo” dall’altra; “collettivismo” opposto a “particolarismo”.

Ora, non ci vuole un genio a capire che, almeno da trent’anni a questa parte, la bilancia si è pericolosamente messa a pendere dalla parte del piatto che sorregge l’anelito individualistico della visione sociale. E questo non va per niente bene. Il mondo pretende di stare sempre al campetto a fare i cavoli propri. Ma a casa ci sono da fare i compiti, da mangiare la minestra di verdura e andare a letto dopo Carosello.

La cosa curiosa è che ho riflettuto quasi da sempre su queste idee e un bel giorno, leggendo un bel libro, in qualche modo ce le ritrovo dentro. Trovando ancora una volta la conferma del fatto che la letteratura ci parla della nostra vita. Mutate tutte le mutande possibili; fate tutti i distinguo e gli adattamenti del caso; modellate con spirito interpretativo e adeguate il discorso nel nome del saggio motto di Sant’Agostino («…la lettera uccide, lo spirito vivifica…»). E poi ditemi se non è una soddisfazione leggere cose di questo tipo:

«…La morale che da tutto ciò si ricava è che chi entra nell’ambiente di corte compromette, se è felice, la sua felicità; e s’espone comunque a far dipendere il suo avvenire dagli intrighi d’una camerista. D’altra parte, in America, in regime repubblicano, occorre rassegnarsi a fare tutto il giorno la corte sul serio ai bottegai ed a ridursi stupidi come loro; col compenso, a rovescio, che là non c’è neanche l’Opera…».

La Certosa di Parma” (capitolo XXIV) – Stendhal, 1839


sabato 25 ottobre 2014

La lingua batte dove il marcia piede


Viviamo tempi mediocri. 

Le epoche segnate da una labile identità danno facilmente adito a fragilità linguistiche. Non fa eccezione questo nostro periodo confuso e timorato di zio.

Una delle abbinate verbali più infelici e nauseabonde che mi sia toccato di sentire negli ultimi tempi è la famigerata espressione “jobs act”. Affidandosi a due paroluzze così estranee al nostro lessico familiare, si pone fin da subito la questione nella prospettiva più sgradevole. 

Se c’è un aspetto del sentire comune che più s’impone in questa fase storica (a torto o a ragione), è proprio quella diffusa impressione di essere in qualche modo manovrati dall’esterno. Di essere succubi di qualche potere forte, ubicato in un inarrivabile empireo extranazionale, rispetto al quale le possibilità per l’uomo della strada di avere voce in capitolo si riducono davvero al lumicino. Per ogni questione di una certa importanza per le vite delle persone, c’è sempre qualcuno che «…ce lo chiede…». Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati, ce lo chiede il patto di stabilità, ce lo chiedono le agenzie di rating, il Fondo Monetario Internazionale, e così via.

Mossa più “astuta” non si poteva dunque escogitare, trattando di una questione così fondamentale per la gente come quella del lavoro, che andare ad intitolare uno dei più importanti provvedimenti in merito, con un’espressione inglese. Quasi come dire: «…ti voglio proprio trattare in confidenza, ti metto a tuo agio: cominciamo che ti parlo in una lingua non tua e che conosci poco…». Non male come inizio.

In poche parole, una legge che, dal punto di vista del vocabolario, nasce fin da subito come figlia della lurida. 

Il giornalista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella ha scritto una bella annotazione riguardo a questo malaugurato vezzo della nostra politica di inglesizzarci la vita, su questioni che dovrebbero invece risultare ben chiare anche alle persone più semplici, dato che la loro quotidianità viene spesso influenzata pesantemente da quegli argomenti. Non si tratta di una novità, ci dice Stella, è solo cambiata la forma. Già nel 1600, per interposta ottocentesca voce manzoniana, l’umile Renzo si lamentava del latinorum sciorinato dai saccenti della sua epoca (i vari Don Abbondio e Azzeccagarbugli del caso) per ammantare di fumoso mistero e di altisonante alone gli aspetti amministrativi, di potere e politici più scomodi. Oggi succede esattamente la medesima cosa. Soltanto che al posto del latinorum, è subentrato l’inglesorum. 

Nel caso del “jobs act”, ad infelicità verbale si è aggiunta tristezza espressiva e beffarda confusione. “Jobs act”, pur essendo all’apparenza espressione innocua e lapidaria, dà adito infatti ad una serie di biascicamenti verbali e indecisioni di pronuncia. C’è chi elide la “s”, trasformando “la cosa” in “job act”. Chi la “s” la fa slittare in fondo, per un’ulteriore metamorfosi in “job acts”. E di questo non si può fare certo una colpa a chi incappa in questi errori: mi obblighi a parlare inglese? E chi minchia se ne sbatte, sono italiano io, mica inglese.

A questo si aggiunga che nemmeno i politici stessi che la propongono, sanno pronunciare correttamente l’espressione. La “a” di “act”, rimane dunque candidamente una “a” piena sulla bocca di tutti gli italiani (dovrebbe essere invece una specie di “ǽkt”), e alla fine ci si ritrova col pacchiano risultato di aver scomodato una lingua straniera, senza sapersene nemmeno servire. Come farebbe un tizio che si compra una Lamborghini Huracàn LP 610-4, per usarla ai 10 all’ora su una carraia di campagna.

Pronunciata poi senza capire fino in fondo, senza possedere mentalmente il concetto di quanto si va dicendo, l’innocente accoppiata di parole assume una magmatica tendenza ad imbastardirsi in surreali significazioni involontarie. 

Una volta scivolata la “s” in fondo alla fila delle lettere, o eliminata del tutto, ci vuole un attimo a fondere il suono per comodità, dando vita a una bizzarra mutazione dell’ectoplasma linguistico: “job act” diventa “jobact” o “jobacts”, di fatto “giobàct”. Qui la neonata parola innesca tutta una serie di reminiscenze fanciullesche, un retrogusto sciabattato di pedanti rimbrotti della mamma, evocanti un odioso clima in cui soffia perenne il petulante vento “maestrino”: «…Pierino!!! Quante volte te l’ho detto di non entrare in casa con le scarpe, che ho passato la cera: mettiti le giobàcts!!!…».

Oppure, per altre strane suddivisioni sillabiche in fase di pronuncia, ecco che la fantomatica entità verbale si trasforma ancora in un anti-eroe un po’ puzzone, Jo Bact (all’anagrafe Giovannino Batteri, anche lui col vizio dell’anglofilia), una sorta di viscidone poco avvezzo all’igiene, il militante della saponetta ignota, l’ascella più tremenda del West. 

Godzilla contro Jo Bact, dunque? Le giobàcts nuove dell’imperatore? A piedi nudi nel parco? Ma no, mettiamo le giobàcts per una volta. Insomma, come direbbe il colonnelo GilliKurz, assiso in meditabonda osservazione lungo il Fiume dei Linguaggi: «…L’orrore…l’orrore...».



venerdì 24 ottobre 2014

A lume di candela mentale


(Scritto a mano tra il 16 e il 17 ottobre 2014, in pieno black-out telematico)

*******

«…Sapessi com’è strano sentirsi “Fu-Mattia-Pascalizzati a Gillipixiland…». Così canterebbe forse un Memo Remigi un po’ strampalato, ritrovandosi nelle condizioni di un Gillipixel de-tecnologizzato. Sto scrivendo queste note a matita su un quadernino. Le riporterò a tempo debito sul computer e poi nel blog. Quando gli Dei del megabyte vorranno. 

l primo ad abbandonarmi è stato proprio il pc. Pazienza, ho pensato, portiamolo a riparare. Poi sono arrivato i problemi sulle linee telefoniche, e posso dirmi ancora fortunato di avere momentaneamente isolato solo il cellulare. 

«…Provo ad accendere almeno il vecchio pc…» mi sono detto, «…tanto per scrivere magari due fregnacce …». Niente da fare nemmeno su quel fronte: la gloriosa baracca non dà segni di vita. Mi ritrovo così per un po’ di tempo rassegnato e tagliato fuori dal mondo, perlomeno dal mondo che sono stato solito trovarmi intorno negli anni recenti. Un mondo virtuale parallelo al nostro intimo, universalmente condiviso: in poche parole, la ragnatela telematica mondiale, il web.

Per un po’ mi ritrovo solo col mio pensiero e i miei libri. Niente google, niente wikipedia, niente mail, sms, niente di niente. E mi sto domandando che tipo di sensazione sia. Per molti aspetti di certo fastidiosa. Ma per altro verso anche curiosa e complice di tante riflessioni. Spero di tornare al più presto felice, connesso e computerizzato, però nel frattempo non mi sembrava male cercare di cogliere alcune sensazioni derivate dal confronto con questa forzata interruzione di contatto con il resto dell’umanità internettizzata.

Senza scrivere non ci so stare e non ricordo il tempo di aver scritto così a lungo a mano. Una chiavetta USB mi guarda muta e fuori contesto come una carrozza ottocentesca posata sul tavolino. E’ resa obsoleta dalla sua eccessiva modernità, per il momento. Tutti il suo contenuto mi è utile come un lingotto d’oro per il naufrago su un’isola deserta.

L’atteggiamento mentale richiesto dalla scrittura con tastiera e schermo, rispetto a quello con matita e quaderno, è completamente su di un altro pianeta concettuale. Col computer si ha un approccio panoramico alla scrittura. Con mano e matita diventa una questione lineare. Nel primo caso, l’insieme del materiale scritto può essere visto come una totalità da plasmare. Scrivendo al computer si fa un lavoro compositivo simile a quello di uno scultore, ad esempio, di creta, o gesso, o plastilina. 

Togliendo materiale dove serve, aggiungendo in altri punti, smussando, limando, si può tenere sotto controllo tutto l’insieme della composizione. Si può tornare sui propri passi, oppure si possono anticipare parti e inserirle poi nel punto scritto che sembra più opportuno, e ad ogni modo rimane sempre il margine per spostarle a piacimento. 

Tutte queste prerogative vengono, se non del tutto escluse, perlomeno fortemente limitate nella scrittura a mano. Con davanti solo carta e matita, si piomba in piena sindrome di Pollicino. Le parole sono come briciole lasciate lungo la strada per guidare il cammino del lettore. Certo, anche scrivendo a mano si possono avere ripensamenti, tornare indietro, rivedere, spostare parti, anticiparne altre. Ma questo comporta cancellature, ricopiature, rifacimenti, costa tempo, fatica e scocciature.

Ecco dunque un pregio difettoso della scrittura a mano. O un suo difetto pregiato, chiamatelo come vi pare. Con carta e matita si è stimolati a prevenire, a giocare di anticipo. Le cancellature e i rimaneggiamenti, pur sempre possibili, sono tuttavia frustranti e noiosi. Meglio allora avere già in mente prima il quadro generale dello scritto. Non che si debba per forza sapere fin dall’inizio per filo e per segno tutta la sequenza del proprio scritto. Ma è importante possederne già mentalmente una fisionomia abbastanza delineata. 

Sempre sulla base di medesimi meccanismi, la scrittura a mano induce ad essere selettivi anche nel formare le singole frasi. Qui davvero, ad ogni frase, è importante avere possibilmente già tutto il periodo pronto nella testa. E’ a questo punto, a mio parere, che si può apprezzare la più sorprendente differenza fra i due modi di scrivere. Ci si accorge che la genesi della frase è qualitativamente molto diversa. Non sto dicendo che un modo sia meglio dell’altro. Dico che sono diversi.

Una controprova di questo lo riscontro anche rispetto a una mia caratteristica particolare. Scrivendo col computer, tendo ad indulgere in un mio vezzo talvolta deleterio. Le frasi mi si allungano oltre il dovuto. Posso iniziare la frase in un modo, sapendo che la potrò modificare con pochi gesti di mouse e tastiera. Riesco a inserire tutte le subordinate che mi accorrono alla mente, sicuro del fatto di poterle poi spostare come pedine da un punto all’altro del periodo.

Noto invece che la scrittura a mano mi spinge alla frase sintetica. Dovendo essere di preferenza tutta contenuta prima nella mente, ciascuna frase nasce breve. E questo è un aspetto buono della scrittura a mano. 

Unico, minimale e umile dettaglio della scrittura a mano che può in modo strano recuperare qualcosa rispetto alle funzionalità di tastiera e video, è l’accorgimento di usare matita e gomma. Nel limite del possibile, e senza abusarne, con matita e gomma si mantiene viva una residua facoltà di poter sbagliare piccole parti della frase. 

Riporterò questo mio scritto a mano direttamente sul blog, tale e quale, senza apportare migliorie rese agevoli dalla scrittura a computer. E anche se la mia pigrizia mi frenerà, in futuro terrò a mente che l’uso di carta e matita (per i più abili anche penna) è un ottimo esercizio per la scrittura, da rivisitare ogni tanto.

Dovevo tornare subito...


Cari amici viandanti per pensieri, sono sempre io, non mi hanno ancora depennato dal genere umano, sebbene abbia fatto regolare domanda in carta bollata. Me l'hanno respinta. E' solo che mi si era imboghito il computer...ah, già, non capite "imboghito", è slang gillipixilandese troppo stretto. Imboghito sarebbe a dire impomato, ingosato, turato...come faccio a spiegarmi...inceppato, bloccato, sbomballato...

Adesso pare tutto sistemato. Tornerò presto ad imperversare su questi schermi, anche se immagino che nessuno si sia strappato i capelli per la nostalgia. Ecco, ve lo volevo soltanto dire...

venerdì 10 ottobre 2014

Le muse di Kika van per pensieri: Andrea Tavernier (1858-1932)


Dopo una settimana di vacanza, torna la rubrichetta “Le muse di Kika van per pensieri”. Nelle ultime puntate ci eravamo occupati di grandi nomi della storia dell'arte, mentre oggi torniamo ad affrontare un autore non molto noto, ma sicuramente degno di attenzione. Kika ha scelto per l'occasione Andrea Tavernier (Torino, 1858 – Grottaferrata, Roma, 1932), pittore vissuto in quel cruciale periodo artistico che potremmo definire di transizione dalla grande “rivoluzione impressionista” alle prime potenti avvisaglie della modernità. In particolare, prendiamo in considerazione un suo dipinto del 1902, “Mattino autunnale”.

Pienamente conscio del mio sapere di non sapere, confesso di non aver mai sentito parlare di  Andrea Tavernier. Per interessanti dati biografici e altre notizie in merito, segnalo allora quest'altro blog, molto ben fatto.

Da parte mia, esporrò invece alcune considerazioni personali. Dall'idea che mi sono fatto, osservando anche altre opere di Tavernier, sarebbe riduttivo liquidare questo pittore come l'ennesimo artista al traino della lunga ondata impressionista. Di sicuro le tematiche di fondo sono quelle stimolate dal grande movimento francese, ma per un pittore nato e cresciuto artisticamente in quel preciso periodo storico era inevitabile confrontarsi e in qualche modo interloquire col grande discorso impressionista. Gli artisti che riuscirono a trovare una strada originale nell'ambito di quel discorso, oppure evolvendosi rispetto ad esso, li classifichiamo oggi come dei grandi. Ma la piccola esperienza fatta con questa rubrichetta mi ha insegnato che anche vari autori che alla fine non si emanciparono mai dall'influenza principale impressionista, riuscirono tuttavia a scandagliare interessanti luoghi dello sconfinato territorio dell'arte.

Le mie affermazioni nascono da una frettolosa ispezione sul web, ma anche così mi sembra di poter dire che il pregio maggiore dell'esperienza artistica di Tavernier lo si possa individuare nella sua inquietudine sperimentale. Con questo intendo dire che l'artista piemontese non si limitò a prendere atto della ricerca impressionista, ma si confrontò con una certa vivacità con le maggiori fonti di “discussione” artistica che caratterizzarono la sua epoca. Faccio solo alcuni esempi, che sono sintomo evidente dell'attenzione prestata da Tavernier a tutto quello che si andava “dicendo” nell'ambiente artistico del suo tempo.

Come non vedere le chiare influenze del fare espressivo di Van Gogh, in questo dipinto del pittore piemontese intitolato “Baite ad Aosta”.
"Baite ad Aosta" - Andrea Tavernier

E come non cogliere l'altrettanto evidente influsso della poetica visiva di Cézanne, in questa altra opera, il cui titolo non sono riuscito purtroppo a rintracciare.
Andrea Tavernier

Eppure, al tempo stesso non si può dire che in questi due quadri, Tavernier si sia espresso semplicemente e banalmente “alla maniera di”. In entrambi si può leggere una certa vivacità di ricerca, una volontà di entrare nel discorso dei due grandi maestri stranieri, ma di declinare a modo proprio i loro rispettivi linguaggi visivi e poetici.
"Lago Gabiet" - Andrea Tavernier

Interessante in questo senso è un terzo quadro di Tavernier, intitolato “Lago Gabiet”, nel quale curiosamente mi sembra di poter rilevare un notevole tentativo di sintesi fra il fare espressivo di Van Gogh e quello di Cézanne.

Non possiamo dunque affermare che Andrea Tavernier sia stato un rivoluzionario nell'ambito della storia dell'arte. Ma possiamo definirlo senz'altro un fine indagatore intorno alle complessità della ricerca artistica.

Osservando i quadri di Tavernier (e “Mattino autunnale” lo conferma pienamente), ci si rende conto che il soggetto principale della sua ricerca di una vita intera, furono certamente i paesaggi naturali, soprattutto montani, e le scene della quotidianità contadina e popolare. Ma ancor prima il suo soggetto prediletto fu la luce. E insieme alla luce, i misteri del meccanismo percettivo: come la visione diventa coscienza. In questo non si discostò dalla lezione impressionista, eppure le sue opere aggiungono qualcosa perché calano i meccanismi dell'impressionismo nella realtà della tradizione italiana. Tavernier ripercorre la strada tracciata da Renoir, Monet, Cezanne, Van Gogh e  altri, ma forse il suo pregio maggiore, se dovessi azzardare un giudizio un po' spericolato, sta nell'aver saputo dipingere la luce che c'è in Italia. Non saprei spiegare bene perché (e nemmeno se ha tanto senso), ma credo che la luce di questi quadri sia luce inequivocabilmente italiana.

Aggiungo ancora una curiosa impressione riguardo a “Mattino autunnale”, in questo caso proprio da opinionista artistico da bar. Forse perché l'impianto prospettico non è risolto in maniera ottimale in quella porzione di quadro, la scena mi appare tutta sbilanciata verso l'angolo in basso a sinistra del rettangolo visivo. Lì, tutto sembra venir visivamente assorbito. Mi ha fatto venire in mente una buffa associazione: sembra una sorta di effetto da cartoni animati, come se quell'angolo in basso a sinistra fosse uno scarico del lavandino aperto, e tutti gli elementi del quadro venissero risucchiati giù per di lì. So che si tratta di un appunto che non ha nessun rigore e tanto meno serietà critica. Ma  è bello, quando ci si confronta con l'arte, lasciare libero sfogo anche ai fattori più istintivi e meno controllati dalla ragione. Anzi, forse troppo spesso li soffochiamo, per far prevalere la seriosità, dimenticando che la spontaneità, la capacità di parlare direttamente all'osservatore, dovrebbero essere fra i primi moventi della volontà di fare arte. Al di là di tutte le sovrapposizioni critiche ed intellettuali (importantissime, per carità), non dobbiamo mai dimenticare che la pittura è fatta di due elementi molto semplici: linee e macchie di colori.

Come corollario di queste considerazioni, mi sento poi di proclamare il primo diritto fondamentale dell'osservatore dilettante di quadri: «...Fermo restando il rispetto e l'interesse dovuto al punto di vista di critici ed esperti, ciascuno deve avere l'inalienabile diritto di poter dire tutte le libere impressioni che un'opera d'arte gli suscita...». L'importante è farlo con intelligenza e sensibilità. Altrettanto importante è guardare tanti quadri: il fiuto per la bellezza si può affinare, il linguaggio dell'arte si impara vedendo. E a sua volta la familiarità con la bellezza ci aiuta ad essere persone migliori. Ne sono sempre più convinto.

La bassa risoluzione dell'immagine di oggi, mi ha un po' limitato nelle mie indagine da detective fisiognomico. Tuttavia sono riuscito ugualmente a scovare un volto interessante. 
Si tratta ancora una volta di una brava attrice americana, Bette Midler, un volto che mi è sempre garbato perché incarna un tipo di bellezza femminile di classe e al tempo stesso giocosa e molto vitalistica.

Per oggi vi saluto qui. Adesso, tutti da Kika per vedere con quali kikeske magie modaiole ci ha saputo stupire questa volta, alle prese con la contadinella di Tavernier.

mercoledì 8 ottobre 2014

Un ciclamino leprottizzato


Avevo già citato in un'altra occasione questo passaggio della prima lettera di san Paolo ai Corinzi (Capitolo 13, versetti 11-12), che a mio parere è uno dei brani più belli di tutta la storia della letteratura:

«...Quand'ero bambino parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma divenuto uomo ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio in maniera confusa. Ma allora vedremo faccia a faccia: ora conosco in modo imperfetto ma allora conoscerò perfettamente come anch'io sono conosciuto...».

Il mio problema è che spesso il brano di San Paolo, invece di risolversi come nella sua naturale seconda frase, nella mia mente continua in questo modo: «...Ma divenuto uomo ciò che era da bambino molto spesso sbuca fuori di nuovo...».

Diverse volte avete letto qui sopra cose scritte da bambino, forse però oggi sfiorerò vette mai raggiunte prima. Anche se nessun bambino le leggerà, queste righe sono dunque idealmente dedicate all'essenza della bambinitudine, sempre aleggiante nello spirito di ciascun individuo che ci tenga a definirsi umano.

Chi non gioca con le parole, non sa cosa si perde. Le parole possono anche mutarsi in personaggi, assumendo il valore di certe identità di fantasia. Detta in questo modo, la cosa può sembrare strana e difficile da realizzarsi. Ma non è poi così raro che accada, se si dispone a sufficienza di un po' di matto candore.

Nella misteriosa lingua sarda, così ricca di armonie oscure, “lepuri sposu” vuol dire “ciclamino selvatico”. L'ho scoperto poco tempo fa, grazie a Yumi, un'amica che appunto ben conosce i sonori sensi della bella terra di Sardegna. Letteralmente l'espressione significherebbe “leprotto innamorato”.

L'idea di un leprotto genericamente invaghito, che però in realtà è un fiore, ma al tempo stesso “non molto ufficiale” (data la selvatichezza del caso), ha offerto alla fantasia tanto materiale su cui giocare a piacimento. Alla fine, con la complicità di Yumi, ne è uscita l'immagine di un personaggio, a metà fra il cartone animato immaginario e un'entità popolare fantastica. Lepuri Sposu (per gli amici solo Lepuri) è un'essenza tenera, nata dal divertimento di qualche chiacchiera senza meta.

Lepuri è un leprottino un po' scapestrato, che scorrazza nei prati per dar sfogo alla sua esuberanza. Non bisogna esigere da lui molta coerenza nelle sue attività, perché essendo frutto assoluto dell'immaginazione estemporanea di dialoghi semi-surreali, Lepuri, la logica, non vuol nemmeno sapere cosa sia.

Lepuri è un po' pigro, non ha molta voglia di fare, soprattutto quando viene chiamato al suo incarico principale durante la giornata: ramazzare la stanza con una sua apposita scopettina. Essendo dotato di folta pelliccia, Lepuri tende infatti a perdere peli e talvolta anche qualche raro baffetto. I peli di Lepuri hanno una particolarità: vanno a finire tutti dentro ai discorsi in cui viene usata l'espressione «...per un pelo...». Parlando di un certo fatto o spiegando un ragionamento, sarà capitato a tutti di dire: «... E' successo per un pelo...», «...Ci mancava un pelo...», «...L'ho lisciato per un pelo...», «...ci son riuscito per un pelo...», e così via.

L'addetto favolistico alle situazioni che si verificano per un pelo, è proprio Lepuri. Non sempre il pelo cade dalla parte favorevole. Un fatto può andare bene per un pelo, ma anche male, sempre per un altro pelo. La cosa certa è che molte volte le cose succedono «...per un pelo...» di Lepuri. Ecco perché Lepuri è tenuto a ramazzare per bene la stanza: deve selezionare i peli che vanno a buon fine, da quelli che finiscono per sfociare nelle circostanze meno buone. Essendo però un buontempone, capita non di rado che Lepuri faccia confusione e gli sfuggano diversi peletti, magari sotto al divano o alla credenza. 

Gli scatti di gioiosa follia sono la sua specialità. All'improvviso, può mettere da parte la scopettina, inforcando una piccola aspirapolvere, sulla quale sale a cavalcioni, come un biker su di una Harley Davidson Elecra Glide del 1965, e comincia a smotorare il lungo e in largo per la stanza (nella foto, potete ammirare Lepuri con indosso il suo tipico casco da aspirapolvere).

Lepuri va tenuto un po' a bacchetta, perché a lasciarlo fare, starebbe tutto il giorno a rincorrere leprotte, oppure ad ascoltare la sua musica preferita. In questo modo, Lepuri svolge anche una sua piccola funzione socio-consolatoria. Durante il corso della giornata, se si viene colti dallo sconforto o si è immersi nel pieno di certi problemi, un rapido pensiero al senso di libertà sfrenata di Lepuri, non dico che risolva nessun problema, ma perlomeno può aiutare a farci fare un sorriso. Basta pensare: «...Chissà cosa starà facendo Lepuri, in questo momento...», stando certi che sarà sicuramente impegnato a fare il damerino con una leprottina conosciuta dietro un cespuglio di more, oppure mentre indossa la cuffia invernale con i buchi per le orecchie. L'immagine sarà sufficiente per far scorrere nella nostra mente un piccolo lampo di simpatia.

Lepuri ascolta canzoni solari e molto colorate, anche se i più pignoli la definirebbero musica dal sound caciarone. Lo si può osservare spesso con in testa la cuffia, mentre mixa una canzone dentro l'altra, smanettando con le zampette sulla consolle da dj. I suoi beniamini canori sono Enrique Iglesias e i Gipsy King (ve lo dicevo che ha gusti “speziati”). Passando di fianco alla sua stanza, non è difficile sentire sbraitamenti del tipo: «...Giobì, giobà, e ti saluta il nonno del pascià!!!...».

Come tutti gli spiriti liberi, a volte Lepuri, per dirla con tipica espressione favolistica, scassa un po' le balle. In quei casi è sufficiente dirgli: «...Lepuri, piantala o ti metto arrosto!...». Se vi sembra crudele, non mi verrete mica a dire che il cacciatore intento a squarciare la pancia del lupo per tirare fuori Capuccetto Rosso era roba tanto da bambini? Alla fine Lepuri sa che sono soltanto rimproveri  volubili e senza pretesa. Potrà combinarla grossa quanto si vuole, ma alla fine vi riconquisterà sempre, strofinandovi addosso i baffetti coi suoi buffi modi. Il solletico sbaffettante procurato da Lepuri scatena una simpatia contagiosa, alla quale non si può resistere.

“Lepuri Sposu” sono solo due parole, nella meravigliosa lingua sarda. Ma è questo il miracolo che una lingua sa anche fare, quando le vogliamo bene: riesce a far vivere personaggi che possiamo caricare di affetto creativo, inventandoci la nostra favola linguistica su misura.

mercoledì 1 ottobre 2014

A differet way to collect butterflies

Correvano forse ancora gli anni ’90 e io mi innamoravo almeno tre volte al giorno. Adesso ho perso la mano, mi innamoro a dir molto una volta alla settimana, oppure al mese. Ma tra il finire del secolo scorso e il principiare del presente, facevo stragi di cuori...rigorosamente in cuor mio. Sì, perché l'innamoramento era effettivo e vigente, ma del tutto unilaterale. I crismi dell'impeto amoroso c'erano tutti, ma questi rimanevano sigillati sottovuoto spinto soltanto nel mio intimo.

Vedevo dentro a un negozio una sinuosa silhouette femminea di commessa, culminante in cima con una fluente criniera d'ebano: subito mi innamoravo. Una collega di lavoro, per motivi del tutto estranei al discorso passionale, mi riservava un sorriso speciale, tutto luminosità e faville di fascino: ecco che di nuovo m'innamoravo di quest'altra. In coda al semaforo, aspettando il verde, un'occhiata allo specchietto, scorgevo incorniciata nel parabrezza dell'auto subito dietro la pensosa e aggraziata effigie di una dolce donzella tutta acqua, sapone ed energia sensuale: ancora Cupido mi scoccava una freccia, se non proprio nel cuore, almeno dalle parti della milza.

Addirittura, talvolta, nel tempo tra una fermata e l'altra, del tragitto d'autobus, di una qualche ragazza salita al volo a portar scompiglio ammaliatore nel generale torpore del torpedone, riuscivo a traslitterare gli eventi in “ultra-realtà”, al punto da innamorarmi immaginariamente di lei già nei primi cento metri di percorso. La chiedevo in sposa, sempre nei miei pensieri, all'altezza della seconda rotatoria. Facevamo il viaggio di nozze lungo la circonvallazione esterna. Troncavamo il matrimonio, con lei già sul predellino davanti alla pensilina della sua destinazione finale. E infine le pagavo gli alimenti con la moneta sonante di uno sguardo misto di nostalgia, posato casualmente sul suo ondeggiante fondo-schiena che si allontanava ritmato lungo l'insensibile marciapiede divorzista.

Ci vuol poco a capire che  questo tipo di innamoramento in forma di hobby è per certi versi lievemente frustrante. Ma ha anche i suoi vantaggi. Tanto per dirne una, l'innamoramento hobbistico non è esclusivo. L'innamorato per hobby (da taluni malignamente definito anche “sfigato”) non è tenuto alla fedeltà, perché non giura, né promette nulla a nessuno. Non fa dichiarazioni, non si presenta allo scopo di venir vagliato in qualità di innamorato. L'innamorato per hobby può dunque contare su un “bacino di utenza” femminile potenzialmente illimitato. In secondo luogo, l'innamorato per hobby non rischia di venir piantato, abbandonato, messo sulla rampa di lancio. Non può venir scaricato, per il semplice fatto che nessuna se l'è mai effettivamente “caricato”. L'innamorato per hobby è innamorato di una o più donne, ma lo sa solo lui: da ciò consegue che nessuna rottura o sospensione dell'innamoramento può derivarne, se non per sua stessa scelta.

L'unica cosa che l'innamorato seriale per hobby fa, è innamorarsi a piacimento. Di tutto il resto non si preoccupa. La sua innamorata è di cattivo umore? Non si sente in vena di dialogare, ha le paturnie, è lunatica e intrattabile? Viene colta da improvvisa frenesia per un anello di fidanzamento in oro bianco con diamante a 78 carati? Desidera spasmodicamente passare la domenica pomeriggio all'outlet?

E chi se ne sbatte! All'innamorato per hobby non gliene può fregar di meno, non sono faccende che lo riguardano. A lui spetta solo innamorarsi. Poi lei si faccia regalare pure l'anello dal suo fidanzato, oppure vada all'outlet con le amiche. L'innamorato per hobby potrà serenamente starsene a casa a leggere Schopenhauer o Tex Willer, senza sentire proteste da parte di nessuno.

Nel suo mai abbastanza lodato capolavoro, «L'insostenibile leggerezza dell'essere», Milan Kundera scrive:

«...Gli uomini che inseguono una moltitudine di donne possono facilmente essere distinti in due categorie. Gli uni cercano in tutte le donne la donna dei loro sogni, un'idea soggettiva e sempre uguale. Gli altri sono mossi dal desiderio di impadronirsi dell'infinita varietà del mondo femminile oggettivo. 

L'ossessione dei primi è “lirica”: nelle donne essi cercano se stessi, il proprio ideale, e sono sempre e continuamente delusi perché l'ideale, com'è noto, è ciò che non è mai possibile trovare. Poiché la delusione che li spinge da una donna all'altra dà alla loro incostanza una sorta di scusa romantica, molte donne sentimentali sono commosse dalla loro ostinata poligamia.

L'altra ossessione è un'ossessione “epica” e in essa le donne non trovano nulla di commovente: l'uomo non proietta sulle donne alcun ideale soggettivo, perciò ogni cosa lo interessa e nulla può deluderlo. E proprio questa incapacità di rimanere delusi ha in sé qualcosa di scandaloso...».

Forse Kundera, pur in tutta la sua romanzesca grandezza, si è dimenticato di menzionare una terza categoria, quella dell'innamorato per hobby, per l'appunto. Mantenendomi un po' sul tono classificatorio del maestro boemo, oltre all'amante “lirico” e a quello “epico”, aggiungerei allora anche  questo tipo di innamorato hobbistico, definendolo amante “ironico”. 

L'amante ironico (o innamorato per hobby) va alla ricerca nel contempo sia dell'ideale, sia dell'oggettività muliebre. Ma non si fraintenda: non per questo lo si deve tacciare di essere un tipo di “bocca buona”. Come a tutti, anche a lui piacciono le belle (mica è fesso...). Ma dalla generale bellezza femminile, l'amante ironico cerca di estrarre quel quid misterico sparso in diseguale assortimento fra tutte le donne del mondo. Quasi di conseguenza, l'amante ironico si innamora anche di certe donne, ma solo in certi loro attimi. In qualche modo, nell'innamoramento per hobby, si va oltre il “pacchetto cronologico intero” della donna oggetto di trasporto passionale: quel che conta è spesso quel “qui e ora” esperibile una ed una sola volta soltanto. L'energia estetica spesso  va oltre la volontà di chi la scatena e di chi la può apprezzare. E' un portento a sé, che ci coglie quasi sempre impreparati: di questo va forse in cerca l'innamorato seriale per hobby.

La più intensa esperienza di innamoramento per hobby che io ricordi, ebbi modo di viverla giusto all'inizio di questo millennio. Sono sicuro che fosse la primavera del 2001. All'epoca svolsi un periodo di lavoro per un ufficio e venni incaricato di visitare i rappresentati di diverse ditte, per raccogliere dati sulle loro attività. L'elenco delle persone da contattare era lungo, circa una settantina. 

Dopo una sequela interminabile di arcigni padroncini nerboruti, micro-baffute segretarie attempate e segaligni commessi tuttofare, quasi sul finire della mia indagine, venne il turno di visitare una ditta che mi pare si occupasse di ferramenta o articoli simili. L'ambiente era quello tipico: gran bancone trasversale all'intero stanzone, alte scaffalature di ferro tutte dietro e campanellino di avviso alla porta vetrata d'ingresso. Non fa in tempo a scemare nell'aria il trillo d'annuncio alla mia entrata, che dalla penombra fra gli scaffali si materializza in dissolvenza epifanica una stupenda signora che all'epoca valutai di circa un lustro più grande di me.

Credo di non esagerare dicendo che quella apparizione, in quel momento preciso, di quell'esatto giorno della primavera del 2001, incarnò in pieno il mio ideale-oggettivo estetico, personale soggettivo-universale, erotico-passionale ed esistenziale di donna. Era vestita in modo informale, pantaloni e giacca di jeans, su semplice camicetta rosa, o altra tinta gentile, ma l'eleganza donnesca insita in lei mi parve spropositata. Ancor più intensa risultava tutta l'aura sprigionata dalla sua persona: un viso sfavillante di una bellezza portentosa nella sua essenzialità; il precipizio vertiginoso nella valle senza fine di una scollatura sobria, ma al contempo mozzafiato come la discesa lungo il picco più alto delle più spericolate montagne russe. E infine, la mazzata di grazia del suo profumo. Di certo derivava da una qualche essenza di cui si era cosparsa, ma sono convinto che non avrebbe odorato così di buono se non fosse stato portato in “palmo di pelle” dal sottofondo fatato del suo personale aroma corporale. Un'ineffabile armonia di agrumi, spiaggia, sole, sottobosco e muscose cortecce, che perfettamente si sposava all'incarnato vagamente bronzeo. Non bastasse tutto questo, i suoi modi erano di una gentilezza strepitosa, a metà fra l'affettuosità materna e la fatalità seducente.

Blaterai due cose riguardo al questionario oggetto del mio incarico, ma tutto il mio essere era cullato, ebete e giocondo, dall'incomparabile rimbecillimento momentaneo causato dalla “visione”. Sbrigate le formalità richieste dal mio compito e fatto il pieno di tutta la bellezza possibile che si poteva suggere in quei pochi attimi striminziti, mi congedai dall'«apparizione». Con matematica regolarità da innamorato per hobby, non la rividi mai più. Nemmeno quando feci ritorno alla ditta per ritirare il questionario compilato, che mi fu riconsegnato da qualcun altro. 

La cosa un po' mi deluse e un po' no, come giustamente deve essere per l'amante ironico, il quale, da saggio collezionista di momenti, sa che la forza dell'attimo consiste in una potenza unica. Come un alchimista del mistero attrattivo, egli lo assume su di sé, assorbendone attraverso le proprie fibre tutta la carica esaltante, insieme ai risvolti di disillusione, andando oltre tutte le ordinarie questioni spaziotemporali.

L'innamorato per hobby, insomma: un antieroe postmoderno, un orafo dei suoi giorni, collezionista di perle di magnetismo androgino, equilibrista sempre in bilico sul filo dell'ultra-senso.