martedì 31 marzo 2015

Ciò che solo l’ozio può insegnare


Avrete sentito tutti della polemica seguita alle dichiarazioni di quel ministro, che reputa eccessivi i circa tre mesi di vacanza estiva concessi a studenti e insegnanti. Non intendo entrare nel merito specifico della questione. Diverse voci ben più autorevoli e competenti della mia si sono già pronunciate a riguardo. Una per tutte, l’opinione di Massimo Cacciari, che ha definito “trogloditico” l’atteggiamento di chi commisura il rendimento professionale alla pura quantità di ore ufficialmente dedicate al proprio compito lavorativo (e a maggior ragione il discorso fa acqua nel caso di categorie impegnate in lavori prettamente intellettuali). Come se qualità e intensità dell’impegno (soprattutto quello profuso dagli insegnanti oltre l’orario canonico stabilito) fossero sciocchezze di secondo conto.

Che l’insegnamento non sia una questione puramente cumulativa e calcolabile sulla base dei verdetti di un cronometro, lo capisce anche un bambino. Ancor meglio lo dovrebbe capire chi bambino lo è stato e, presumibilmente, ha frequentato la scuola in quel periodo. Dovrebbe ricordare quella fase della vita durante la quale era alle prese con i primi rudimenti dell’apprendimento. E se è intellettualmente onesto con se stesso, ammetterà, ricordando, che l’apprendimento è un’attività per la quale sono fondamentali anche gli “spazi interstiziali”. 

La mente, l’animo, la sensibilità, la curiosità, il desiderio di sapere, non possono essere considerati secondo il punto di vista che si assumerebbe di fronte a un recipiente da riempire. Questo dovrebbe essere un criterio di base per qualunque professione. Ma è tanto più vero nel caso dell’insegnamento e dell’apprendimento, attività che si nutrono allo stesso modo di spazi pieni e di spazi vuoti, equamente distribuiti. La rielaborazione, la riflessione, l’assimilazione, il giusto tempo per lasciar decantare dentro di sé il sapere, la conquista di un certo grado di profondità intellettuale e culturale: sono tutte cose che hanno bisogno del loro tempo. Non c’entrano nulla con l’ingozzamento nozionistico forzato stile struzzo didattico.

Certo, la scuola deve fornire competenze. Ma ancora prima dovrebbe trasmettere agli allievi la passione per la conoscenza. E questa è una cosa che non si può ottenere per tappe forzate, ma soprattutto, una volta sviluppata ad un certo livello, ha il pregio di strabordare anche nel territorio del cosiddetto tempo libero, facendo nascere il desiderio di approfondire per proprio conto la bellezza apprezzata grazie alla scuola in ciascuna materia.

Ma non era di tutto questo che volevo parlare. Quello che volevo scrivere invece, c’entra col discorso solo in una maniera tangenziale e “quasi-poetica” (già che sono in argomento, dopo le cose di ieri). E’ un ricordo di quando ero bimbo.

Non ne sono sicuro, ma all’epoca le vacanze di Pasqua mi pare durassero di più. Forse questa impressione è dovuta alla deformazione data dalla lente della memoria. Fatto sta che ricordo bene le diverse mattine libere a disposizione, mentre fuori il cielo sempre più assolato e calduccio annunciava l’avvicinamento della primavera a grandi passi. Allora le trasmissioni in tele iniziavano alle cinque del pomeriggio. Tranne proprio durante quel periodo intorno a Pasqua, che coincideva con la Fiera Campionaria di Milano. 

Non so per quale misteriosa “associazione mentale adulta” (del tutto inafferrabile per il mio ignaro candore bambinesco), solo in coincidenza con la Fiera Campionaria di Milano scattava l’eccezione di un film trasmesso alla mattina in tele. Un classico del repertorio, era “Erasmo il lentigginoso”, una commediola americana con James Stewart e Brigitte Bardot, ma anche tutte le altre pellicole proposte erano più o meno sul genere.

Bene, sarà stato per l’eccezionalità della cosa. Sarà stato perché allora la sovrabbondanza televisiva era una pratica ancora lontana da venire. Sarà stato che nell’inusitata disponibilità di quei film a quell’ora, ci subodoravo già una specie di stupore assaporato in pieno solamente anni dopo, grazie all’uso di internet. Quella sensazione di sentirsi in comunicazione col mondo, di avere tutta l’umanità potenzialmente ospite in casa tua. Saranno state tutte queste e tante sensazioni associate.

Di fatto, ricordo quelle mattinate a casa da scuola, trascorse a vedere vecchi film alla tele (dei quali il più delle volte coglievo la trama solo per sommi capi) come momenti particolarmente magici della mia infanzia. Una sorta di “terra di nessuno” della fantasia, una dimensione di confine non meglio identificabile fra gioco e realtà. Poi trovavo anche il tempo per fare i compiti, sono sempre stato uno scolaro con una sua pigresca scrupolosità. 

Ma il bello era che quelle mattine assolvevano perfettamente al loro compito di “tempo altro”, che è proprio della natura dei giorni di vacanza. Un sentore di libertà, misto a speranza, con qualche tocco d’irresponsabilità. Ingredienti tanto indispensabili nello studio, quanto lo sono la dedizione, la precisione, la puntualità e la serietà.


lunedì 30 marzo 2015

Sul limitar di senso


Vi devo, forse, una spiegazione riguardo all’inspiegabile. 

Mi riferisco a quella specie di scritto strano intitolato “Se solo un elefante…”.

Mi domando anche io, insieme a voi, dove stia il senso in queste non meglio identificate composizioni che di tanto in tanto mi scappa di sfornare. Non crediate che non me lo domandi. Solo che, così, in prima battuta ad essere sincero non ve lo saprei dire. 

Una cosa è certa: non sono poesie. Una volta ho sentito Massimo Cacciari dire che in giro c’è pieno di gente convinta di fare poesia, solamente perché va a capo prima della fine della frase. Spero di non entrare mai nel novero di quei tali. Per cui ci tengo: non sono poesie. Mi piace chiamarle invece “quasi-poesie”.

Infilando poi il discorso da un altro lato, vengo alla “spiegazione-inspiegata” promessa. Dalle mie frequentazioni saltuarie con la filosofia, ho imparato forse una cosa. Quando si è intenzionati a capire cosa ci succede intorno, conviene partire dai soli piccoli passi certi che si possono fare. E’ utile cioè domandarsi: scartato tutto quello che non può essere vero, cosa rimane? 

Iniziamo allora andando a posare le suole sopra alcuni punti del terreno a mio avviso piuttosto stabili.

Un primo passo è: il senso completo della realtà non lo potremo mai conoscere (mi sembra abbastanza ragionevole e ironicamente “realistico”). 

Il passo successivo spesso lo muoviamo forse per la frustrazione di quanto visto al primo passo: siamo tentati di dire che nulla ha senso (questo passo va compiuto con l’impegno di portarsi subito oltre, pena il crollo generalizzato di tutto).

Muovendoci poi avanti: nonostante, e in virtù del passo precedente (anche per superarlo con decisione), non possiamo fare a meno di affidarci a significati parziali, se non altro per puro spirito di sopravvivenza.

Ancora un passo: l’uomo, per sua natura, non sopporta di essere limitato.

E andando di nuovo oltre: l’uomo ha una continua fame si spezzare la crosta dei significati raggiunti (e questo è probabilmente il passo decisivo che riassume un po’ tutto il senso del cammino).

Stabiliti questi che possiamo considerare come punti fissi abbastanza affidabili, posso tornare a domandarmi che senso, o scopo, abbiano cosette simili a “Se solo un elefante…” e altre da me scritte prima. 

Esse non hanno nessun altro scopo che dare in pasto qualcosa alla “fame di frantumazione” di significati stabili, vista nell’ultimo passo. 

Da qui deriva un'altra domanda: è lecito condurre la frantumazione dei significati fino alle sue conseguenze estreme? Ci si può, per dirla in altro modo, spingere sino al confine del nonsenso assoluto? In altre parole ancora: questo strambo pseudo-poetare può ridursi ad una sequela di parole sbattute giù a casaccio?

La risosta è no, altrimenti il cammino si interromperebbe subito al secondo passo, laddove si cederebbe alla tentazione di ammettere che nessun senso si potrà mai trovare, in niente. Il gioco sta dunque nel sapersi destreggiare sul pelo del nonsenso. 

Divertirsi a fare gli equilibristi sulla cima di quel sottile crinale che divide il territorio della significazione in qualche modo assodata, dai terreni incolti in cui germogliano le sue possibili e più feconde infrazioni. Un rimescolio di carte. Nient’altro che questo, è. Per vedere come saranno distribuite le mani fra i giocatori, nella prossima partita.

In questo modo, ci sarà chi, trovandosi in mano una nuova, favorevole serie di carte, si riterrà servito e abbastanza soddisfatto. Chi invece magari urlerà al mazziere: ma vaffanculo, non le hai neanche mischiate!!! E ancora chi, pur non avendo ricevuto una mano vincente, rimarrà tuttavia alcuni attimi a contemplare come si dispongono con eleganza formale le carte in quella sequenza.

E’ un esercizio che tutti possono fare. Una buona palestra in cui poter familiarizzare con una certa “ecologia della mente”. Non importa dove si arriva e non c’entra la pretesa di fare i poeti. Quel che conta è muoverci dentro alcuni passi di tanto in tanto.


Se solo un elefante…


Se solo ci fosse dentro
un elefante,
con loro,
a sentenziarne i colori.

Non avremmo bisogno di
così tanta realtà,
non servirebbe nemmeno
tutta questa prontezza.

Rifugiata dove l’armadio
fa un angolo
piccolo, con l’attaccapanni
di piume da struzzo.

Un braccio
e basta
sporgeva
dal gomito in avanti.

Ho tirato
come si fa
per appendersi
a un pensiero.

A galla sei venuta,
nuda
come il sole che
ti scorreva nel fiato.

Ti sei avvolta
dove io non capivo,
svendendo anche i miei di vestiti,
al robivecchi del tempo.

Tamburellava
una goccia lontana
sul lavandino
dei respiri.

Se solo un elefante
ci fosse stato dentro…


mercoledì 25 marzo 2015

martedì 24 marzo 2015

Gente da sfogliare


Le persone assomigliano ai libri. Non solo perché l’incontro con loro avviene spesso seguendo sentieri irrazionali e misteriosamente aleatori. Ma anche per il fatto che, in qualche modo, da ogni individuo può traspirare un certo sentore di genere letterario particolare.

Ci sono gli uomini-romanzo, le donne-thriller, le ragazze-giallo, gli uomini-saggio-storico, le signore-ricettario-di-cucina e così via. La somiglianza non è da intendersi in senso diretto. Più che altro, le persone, coi loro comportamenti e vezzi, con l’aura che le circonda, suggeriscono atmosfere assimilabili ai diversi generi letterari. Non c’entra in termini immediati nemmeno la complessità: la personalità di una donna-libro-di-giardinaggio può risultare paradossalmente molto più articolata e profonda di quella di una signora-saggio-filosofico. La questione si dipana intorno a un sentire libresco molto indefinito. D’altra parte, è una cosa che capita spesso coi libri medesimi: in molti casi, la differenza di qualità viene fatta dal modo in cui sono scritti, più che dalla grandezza dei temi affrontati.

Ecco, possiamo allora sviluppare il concetto dicendo che ci sono persone scritte bene e altre scritte male. Quando si trova una persona scritta bene, è un piacere averci a che fare e frequentarla. Indipendentemente dai temi di cui tratta il suo stare al mondo, si rimane affascinati dalla leggerezza del vivere emanata, dall’eleganza del suo esserci, dall’accuratezza del suo relazionarsi alle cose e alle persone, dalla musicalità con cui affronta lo spazio e il tempo. Molto importanti sono anche il ritmo e la bellezza evocati (da intendersi non solo circoscritta ad una questione estetica legata alla fisicità).

Così, come esistono libri “della vita”, ci sono anche persone “della vita”. Sono frutto di una serie di ingredienti non meglio analizzabili separatamente, ma quando capita di incontrare tali libri o tali persone, ci si innamora oppure diventano amici molto importanti, che spesso durano “per sempre”. Rimanendo ancora dentro la metafora, è bello anche immaginarsi i rapporti fra le persone come relazioni di lettura reciproca. Un’amicizia, un sentimento, un affetto, un amore, si coltivano leggendo, sfogliando, approfondendo gli argomenti scritti nell’altro. Così come il nostro dare amicizia, affetto, amore, può essere visto come un concedere agli altri di sfogliarci e di leggerci.

Da tutto questo può nascere una specie di gioco-esperimento mentale. Può essere divertente pensare alle persone che conosciamo, e cercare di capire, prima, se si possono incasellare in un certo genere letterario, e poi, se sono scritte bene o scritte male. Augurandoci tutti a vicenda, di non avere attorno barbosi tomi enciclopedici scritti con l’elefantiaca ridondanza tipica dei libretti d’opera.


venerdì 20 marzo 2015

Le muse di Kika van per pensieri: Felice Casorati (1883-1963)

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la rubrichetta “Le muse di Kika van per pensieri”. Affrontiamo stavolta un pittore italiano di tutto rilievo: Felice Casorati (Novara, 1883 – Torino, 1963). Nel repertorio dell’artista piemontese, Kika ha scelto in particolare l’opera intitolata “Ragazza sul tappeto rosso”, del 1912.

E’ sempre difficile determinare classificazioni, divisioni in correnti, scuole e così via, soprattutto nel caso di grandi autori. Tuttavia, per parlare di Casorati, non si può non fare riferimento a Giorgio De Chirico e alla Metafisica. Pur percorrendo strade del tutto personali e originali, è un po’ in questo grande filone artistico che si inserisce l’opera di Felice Casorati. 

La poetica metafisica di De Chirico si propone di stabilire un contatto con la dimensione enigmatica del reale. In estrema sintesi, la Metafisica, attraverso la propria indagine espressiva, mette in rilievo il grande mistero celato negli aspetti del mondo all’apparenza più evidenti. Non c’è nulla di più inquietante e inesplicabile delle cose che quotidianamente ci circondano, a saperle osservare sotto un certo punto di vista. Magari si tratta di oggetti, scenari, ambienti che vediamo da anni, ci sono così familiari da non notarli quasi più. E tuttavia, ad un certo punto arriva il momento in cui scatta in noi un “meccanismo epifanico”, che ce li illumina sotto una luce mai colta prima, trasformandoli ai nostri occhi nell’elemento più esoterico della realtà.

Scrive il professor Flavio Caroli nella sua “Storia dell’arte” (Electa, 2001 - pagg. 494-496): «…De Chirico […] corre su una lama; da un lato un’immaginazione altissima, dall’altro lato un ferreo gusto del nonsense, cui non rinuncerà fino all’ultimo giorno della sua vita. Le due facce della medaglia, altezza creativa e percezione dell’assurdo, sono una chiave per capire tutto il XX secolo […] In de Chirico, stasi del tempo, la vita che si ferma in un flash, la vita come immobilità ed enigma perpetuo […] Si può sapere di più? Non si può sapere di più perché non c’è nulla da sapere. Non esistono risposte perché non ci sono domande. De Chirico ha l’esattezza della scrittura, la precisione nella scelta delle parole, di Franz Kafka. Il massimo di chiarezza corrisponde al massimo di ambiguità. Non è con la forza che si estorcono verità alla bocca cucita della Sibilla…».

Casorati conosce la Metafisica nel periodo del primo dopoguerra, intorno al 1919. Rispetto a De Chirico, la sua ricerca sarà meno indirizzata a sviscerare l’inquietudine di certe atmosfere “ultra-reali” (pur essendoci tanto anche di questo aspetto, nella sua opera), e più propensa ad indagare gli archetipi di bellezza celati nelle forme classiche, con una particolare attenzione allo studio spaziale e cromatico (sulla scia di queste suggestioni culturali, s’innesterà poi l’opera di un altro grande del ‘900, Giorgio Morandi).
 "Concerto" - Felice Casorati (1924)
"L'attesa" - Felice Casorati (1921)

Il dipinto di Casorati che consideriamo oggi è del 1912, e si pone dunque in anticipo rispetto al discorso più maturo che il pittore svilupperà successivamente. Tuttavia, già in questo dipinto si può capire come mai, in seguito, riguardo alla sua poetica, ancor più precisamente che di metafisica, si parlerà di “realismo magico”. Osservando la scena immortalata dal pittore, mi pare di notare un impianto compositivo sostenuto da una sorta di “dinamismo che non porta da nessuna parte”, se così si può dire. Il che sembra abbastanza in sintonia con le idee viste finora. 

La figura della ragazzina, per la particolare postura che assume, si presenta allo spettatore con la forza di una specie di compasso in rotazione. Il busto e la testa formano il puntale di questo compasso (infisso nel cuscino attraverso il gomito), mentre le gambe assecondano il moto del cerchio che viene disegnato, con questa idea di movimento ciclico che si prolunga poi anche sulle pagine sfogliate del libro e su altri oggetti sparpagliati a terra. Il senso della circolarità viene richiamato anche nel ventaglio aperto, nel piatto e nel cagnolino acciambellato, ma alla fine si tratta di un insieme di “movimenti statici”. Nessun altra figura geometrica come il cerchio, suggerisce in maniera così efficace l’idea del tempo che, ripiegandosi su se stesso, sulla propria idea di ciclicità, sembra rimanere in bilico per sempre. A completare lo straniamento causato dalla scena, ci pensa poi la distesa del tappeto fiorato che pare condurre lo sguardo verso l’infinito, rischiarato da due splendenti quanto misteriosi rettangoli di luce proiettati dalla finestra.
Venendo al gioco delle similitudini fisiognomiche, devo dire che per l’occasione, più di vere e proprie somiglianze, si è trattato di labili suggestioni. Questo un po’ anche per le caratteristiche del dipinto, in cui il volto della fanciulla si intravede appena. Non sono dunque vere e proprie somiglianze, ma più che altro “ectoplasmi di fantasmagoriche reminiscenze somatiche” (…va mò là!...).

Il primo volto è notissimo, e non sto nemmeno a scrivere nome e cognome, perché chi non lo conosce vuol dire che non ha mai voluto bene alla mamma…
La seconda vaga ipotesi è molto strana:

Non so come mai, ma il volto della fanciulla di Casorati mi suggeriva in qualche modo questa Jean Moreau in versione un po’ mascolina, nel film “Jules e Jim” (1962) di Francois Truffaut. 

A seguire un’altra fascinosa donna che è già stata ospite della nostra rubrichetta, molto nota per la sua voce:
Anche questo è un volto più che familiare: si tratta della cantante Elisa, della quale, per scelta artistica, si cita sempre e solo il nome, ma che ha anche un cognome simpatico, anche se poco da rocker: Toffoli.

Chiudo con l’ultima simil-similitudine vagheggiante:

Questa è Melba Ruffo, popolare volto della televisione di qualche anno fa, dove apparve spesso in veste di presentatrice (mi pare di ricordarla al fianco di Luciano Rispoli, che nella sua classica inflessione lievemente adenoidea, le si rivolgeva chiamandola “Belba”). 

Si conclude così questa puntata un po’ metafisica della nostra rubrichetta. Ora andiamo da Kika a scoprire tutti insieme le magie di moda che ci ha riservato oggi, ispirandosi al tema della ragazzina di Casorati.

lunedì 16 marzo 2015

Frustatine vitree su piani umidi


Mi sono messo a guardare le goccioline di pioggia che sferzavano il vetro della finestra. 

Subito ho pensato: che bello, chissà quante metafore e suggestioni filosofiche mi suggeriranno. E invece no: più le osservavo, più mi sembravano solo piccole gocce d’acqua. Però mi sono accorto che la cosa stava prendendo una piega molto ipnotica. Una volta concentrato lo sguardo sul vetro, sottile membrana tra il fuori sfocato all’orizzonte e il dentro riparato e asciutto, non riuscivo a distoglierlo dalle piccole scudisciate d’umidità frastagliata. 

Mi è venuto in mente Joseph Conrad con la sua frase riguardo alle difficoltà di spiegare alla moglie che anche mentre guardava fuori dalla finestra, in realtà stava lavorando. Intanto le goccioline continuavano, e non faceva una grinza: se un grande scrittore poteva ambire allo sguardo lungo oltre la finestra, uno scribacchino come me doveva per forza fermarsi contro il vetro.

Eppure qualche altro potente suggerimento poetico doveva pur venire fuori da quelle goccioline. Mi sono sforzato di più, ho lasciando andare l’ipnosi a mille, ed ecco: il cielo è come una specie di Jackson Pollock portato al grado ennesimo di perfezione. Se il pittore americano aspirava a cancellare la propria volontà conscia, mentre operava sulla tela, il cielo raggiunge quello scopo al massimo grado. Il cielo non sa nulla, fa soltanto. E’ puro fare. L’esito delle sue pennellate è tutto nella mente e nella fantasia di chi le osserva.

Bah…non mi sembrava poi quella gran conclusione da eccelso poeta. Ho guardato ancora un po’ le goccioline e alla fine mi sono detto: va beh, fa niente dai, lasciamo perdere. 

E sono andato a fare una bella pisciata…


Se la vita ha un senso fra le righe…

Ieri le amiche nutrie a modo loro hanno reso omaggio ai libri e alla lettura. Da tempo mi interrogo sul senso profondo di questi nobili oggetti e sulle implicazioni ancor più dense derivate dalla rarefatta attività ad essi conseguente. Perché leggiamo e cosa ci aspettiamo ogni volta che ci mettiamo alla ricerca di un libro?

Questi due interrogativi all’apparenza semplici aprono dei mondi di risposte. Le spiegazioni potrebbero essere molteplici, ma ho provato a pensare che cosa risponderei se mi fosse chiesto di dire la motivazione più essenziale e sintetica possibile. 

Con ogni probabilità, tutto parte a sua volta da una domanda che viene ancora prima. Tutti, più o meno precocemente, ad un certo punto dei nostri anni, iniziamo a porci la questione delle questioni: cosa ci stiamo a fare “qui e ora”? Qual è il nostro posto nel mondo? Il che riguarda in qualche modo il tentativo di dare un senso alla vita, ma è anche qualcosa di più e di diverso.

Immaginare di trovare il senso della vita, suggerisce infatti l’idea di una ricerca che giunge a scovare un oggetto finale, stabile, definito, dai contorni fissi e ben delineati. La domanda sul “qui e ora” si aspetta invece una risposta dinamica.

Cercando un senso alla vita, allora, ci si pone come obiettivo la felicità. Cercando un senso al “qui ed ora”, si circoscrive invece il raggio d’azione ad un tentativo di “stare un po’ meglio”. 

La felicità, così, ad occhio e croce, certe volte “puzza troppo di definitivo”, mentre preoccuparsi di volta in volta di sentirsi bene “qui ed ora”, anche se sembra strano a dirsi, ci pone in un’ottica che sta molto più dalla parte dell’infinito, per il senso connesso di progressività e di conquista graduale.

Ecco perché leggiamo, dunque: per l’amore che si porta ad una certa idea di poter stare meglio, in un senso crescente, itinerante, vagabondeggiante. Perché la felicità non sopporta di essere raggiunta. E questo nei libri sta scritto sempre…


domenica 15 marzo 2015

venerdì 13 marzo 2015

Le muse di Kika van per pensieri: William Merrit Chase (1849-1916) – Girl in a japanesse costume (1890)


Con la primavera alle porte, torna anche la rubrichetta “Le muse di Kika van per pensieri”. Kika ed io siamo stati costretti ad un’interruzione per motivi indipendenti dalla nostra volontà, ma da oggi l’appuntamento dovrebbe riprendere la sua cadenza settimanale.

I vagabondaggi modaioli di Kika ci portano a rivisitare un autore già affrontato in una precedente puntata: stiamo parlando dell’artista americano William Merrit Chase (1849-1916). Anche il quadro scelto si può dire sia una variante di quello visto allora. Merrit Chase ci cala ancora fra le atmosfere orientaleggianti, con questa “Ragazza col vestito giapponese” (1890). 

William Merrit Chase è uno dei tanti epigoni dell’Impressionismo che abbiamo preso in considerazione fino ad ora. Non è un caso, perché da un punto di vista stilistico e iconografico, le opere prodotte durante questo periodo della storia dell’arte si addicono molto alle ricerche di moda di Kika. Riguardo a Merrit Chase, non ho molto da raccontare: è stato un buon pittore e divulgatore della “causa artistica”, ma la sua opera non ha detto nulla di particolarmente innovativo. 

Vuoi per questo motivo, vuoi per la scarsità di fantasia che mi coglie sul momento, mi concentrerò dunque per questa volta sul gioco delle somiglianze fra il soggetto dipinto e personaggi noti dei giorni nostri. Questa volta la mia indagine fisiognomica ha dato parecchi risultati. Come capita quasi sempre, non si tratta di somiglianze “didascaliche”. In ciascuna ho visto qualche dettaglio che mi ha illuminato, anche se nessuno di questi volti può dirsi il sosia perfetto della ragazza ritratta.
Ecco dunque la mia carrellata di somiglianze. Sono tutti volti notissimi, a parte forse il primo, ma solo per questioni "cronologiche".



Cominciamo con questa brava attrice di cinema, teatro e tv di qualche anno fa: Carla Gravina.


Proseguiamo con un’altra attrice, che è nota invece soprattutto per il suo suo ruolo di presentatrice tv: Mara Venier.

Qui non ci sarebbe nemmeno bisogno di specificarlo: è la “principessa triste”, lady Diana Spencer.



Proseguiamo con un’altra attrice dell’ultima generazione di artiste italiane: Giovanna Mezzogiorno.

Infine, per concludere, anche in questa occasione mi è successo il buffo fenomeno di intravedere nel volto femminile del dipinto, una somiglianza maschile. Sarebbe questa:



Ebbene sì, abbiamo qui la celeberrima faccia di quel gran stracciatore di cuori di Hugh Grant (che siano maschili o femminili poi, come da spirito del nostro giochino, poco importa…).

Per oggi chiudo qui questa puntata in versione ridotta. Spero di avere più cose da raccontarvi le prossime volte, ma intanto invito tutti a visitare il blog di Kika, per scoprire le sorprese che la nostra maghetta della moda è riuscita a scovare.