giovedì 9 giugno 2016

"Un pensiero al giorno" 74 - "Quello che i gatti non dicono"

"Un pensiero al giorno"

74 - "Quello che i gatti non dicono"

Nella mia carriera di amico campagnolo dei gatti, mi è successo tante volte di stare in pensiero per una qualche loro assenza, più o meno prolungata. Senza dirti nulla, un bel momento partivano, e stavano via due o tre giorni, e altrettante notti. Alla fine rincasavano, e senza raccontarti nulla anche stavolta, riprendevano a fare il loro mestiere di micio come se nulla fosse stato.

Lo so che i gatti non parlano, mica sono impazzito. Ma il loro modo di non parlare non è paragonabile a quello di nessun altra bestiola. Chissà perché, il non parlare dei gatti è di un genere che ti fa incuriosire il doppio riguardo ai loro pensieri. Ci scommetto che è una maestria particolare che hanno sviluppato in millenni di evoluzione.

Loro che sono così bravi a far sempre la cosa meno logica che ti aspetteresti, sono diventati grandi esperti anche in questo. Come sanno "non parlarti" loro, nessun altro lo sa. E lo fanno in un modo ipnotico che ti trascina piacevolmente nel vortice dei loro pensieri o presunte meditazioni.

Durante quelle assenze feline da casa, anche se la speranza di un ritorno pronto e senza conseguenze era il mio principale stato d'animo, nondimeno mi assillava un sottofondo di preoccupazioni assortite. Un micio di campagna è un ottimo piccolo guerriero, sa cavarsela alla grande, ma le insidie sono numerose e non si sa mai.

Non che fossi particolarmente contrariato dunque da queste prolungate escursioni dei miei amici pellicciotti di turno. Anzi, facevano parte del "contratto" di libertà assoluta che avevamo "firmato" come suggello della nostra conoscenza. In un qualche modo allora (preoccupazioni a parte), ero contento che potessero vivere con tale pienezza la loro vita di mici liberi.

Quello che avrei voluto avere, tuttavia, era una specie di macchina "spazio-temporale miciotronica" (se mai fosse stato possibile). Un apparecchio di specifica concezione micio-tecnica, che mi consentisse di collegarmi ogni tanto con la dimensione del mio gatto, dare un occhiata a cosa stava facendo, assicurarmi che stesse bene e starmene io col cuore in pace, e lui a continuare a godersi la sua gita.

Il più delle volte, avrei scoperto che il micio era andato semplicemente a piazzarsi ai bordi o nel mezzo di un campo. A fare cosa? Ma che domande...a contemplare il campo!

Ho colto di recente con una foto un micio intento in questa secolare pratica micesca. Anche lui avrà avuto una casa da qualche parte, e un padrone o "datore di cibarie" che dir si voglia, in pensiero per la sua assenza.

E ho ripensato a tutte le volte che una temporanea fuga gattesca nel mondo adimensionale degli osservatori di campi, fece stare in pensiero anche me. Ma il micio, ogni volta, non era andato altrove che al limitare di un campo. Stava facendo solo il suo lavoro, con lo sguardo fisso su una fessura ultra-dimensionale attraverso cui si intravede il confine tra reale e trasognato.

L'etologia potrebbe dirci che stava in agguato vicino a una tana di topi, o sorvegliava i movimenti di qualche pennuto. Ma chi conosce l'animo dei gatti sa che invece si stava "solamente" sintonizzando con l'indicibile. Faceva il pieno di cose interessanti "da non dire". Le chiedeva tutte al campo sul cui bordo s'era piazzato.

E tutto questo, per l'impagabile soddisfazione di tornare poi a casa, a non raccontare al suo padrone tutto ciò che non aveva visto.

Osservando questo gatto avventizio contemplante, mi sono detto allora che era la mia occasione buona per riscattare le decine di volte in cui rimasi all'oscuro degli itinerari dei miei miciotti girovaghi di un tempo. Mi bastava aspettare che il piccolo meditante si alzasse per far ritorno a casa, seguirlo e infine rassicurare il suo padrone: "...Niente paura, era solo ai bordi di un campo vicino a casa mia, pensando alle cose che non ti avrebbe raccontato...".

Ma non ho fatto in tempo a distogliere lo sguardo per cercare i pantaloni, che...puff...il micetto era svanito, come tramutato nello stesso fieno su cui un secondo prima era disteso.

Impareggiabili briscolette in pelliccia, ho pensato, l'hanno sempre vinta loro! 

Ma cosa mi credevo? Che lasciasse a me il privilegio di "non dire" al suo padrone le cose che non vedeva l'ora di "non raccontare" lui, con la sua infinita esperienza di fine "non dicitore" gattesco?



Nessun commento: