venerdì 5 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 131 - "Genialità smarrite"

"Un pensiero al giorno"

131 - "Genialità smarrite"

Io credo nel "genius loci", e non solo. Credo anche nel "genius temporis".

Tempo e spazio si possono misurare, inquadrarli entro reticoli di comodo che ci aiutino a trattarli in misura oggettiva, negli ambiti in cui ciò è utile.

Ma come gli antichi ben già sapevano, ogni luogo ha il suo "genio", e così possiamo dire anche del tempo, in un certo senso.

Cosa vuol dire "genio"? Se intendiamo la più semplice possibilità di senso del termine, potremmo intenderlo come "qualità". Da questo deriva che spazio e tempo non sono entità uniformi, bensì "differenziali".

Spostandosi lungo lo spazio si incontrano luoghi dal gradiente significativo e qualitativo diverso. Lo stesso succede spostandosi lungo il tempo.

Quello che si pretende invece perlopiù è che le nostre vite s'inquadrino in una spazialità e in una temporalità esclusivamente misurabili.

"...Non importa se lavorerai la notte, o in piena domenica, o in un altro giorno di festa: un'ora non vale forse qualsiasi altra ora?...".


La risposta è no!
"...Non importa se si abita tutti in un luogo, si lavora tutti in un altro, e si fa spesa tutti in un altro posto ancora. Un metro quadrato qua, non vale esattamente come un metro quadrato là?...".

La risposta è ancora no! No, no e poi ancora un altro stracazzo di no!

Ogni luogo ha il suo mistero, "si sostiene" sul substrato della sua essenza. Altrimenti, come si spiegherebbe che ogni paese, villaggio, città, fondato ai tempi in cui c'era attenzione per queste cose, hanno una loro precisa fisionomia, mentre ogni fottuto quartiere artigianale o industriale è anonimo nello stesso modo dappertutto?

Basta osservare anche la differenza fra i centri storici e le periferie delle città, o persino dei piccoli paesi. I primi (i centri consolidati e cresciuti con gradualità, rispondendo di volta in volta alle richieste del luogo e del tempo) hanno personalità, fascino, profondità urbanistica; le seconde (zone esterne, buttate su per fare volume) ci appaiono come afasici individui, rimbambiti, lobotomizzati.

In conclusione, l'uomo è un animale qualitativo. Pretendendo di farlo vivere in spazi e tempi esclusivamente quantificati, si fa violenza alla sua natura, la quale poi in qualche modo si ribella, generando storture di ogni genere e del tutto imprevedibili.



1 commento:

Occhi blu ha detto...

Di fronte al tuo genio mi inchino.