sabato 30 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 38 - "A spasso col gran vagabondo"

"Un pensiero al giorno"

38 - "A spasso col gran vagabondo"

Amo la musica di tante band e cantanti vari, ma i Supertramp sono colorati di sfumature speciali. Dalle loro note trapela un delicato snobismo esistenziale, che risuona nell'aria con gran profluvio di barbe e zazzere indisciplinate. Grossi occhialoni da miope poggiano sul trampolino di spericolati nasi aquilini, che fanno da rampa di lancio per una abilità polistrumentistica insaporita con vocalizzi di acrobatismo androgino. Le parole che cantano sono raffinate, esprimono un'ironia un po' tormentata, oppure, se si vuole, un travaglio sempre preso con lieve disincanto giocoso.

I Supertramp sono inglesi, ma hanno un'aria americana. Sono come il secchione che andava bene a scuola, però nelle graduatorie d'amicizia in classe si piazzava sempre a fondo classifica. Quando invitava tutti a casa per la festa di compleanno, nessuno si presentava, tranne altri tre amici poco quotati: il secco occhialuto dalla vacua parlantina irrefrenabile, la ragazzina non molto bella ma simpaticissima, e il cicciotto giocherellone che si faceva una gran scorpacciata di tartine e pasticcini.

Le canzoni dei Supertramp sono come un bosco cittadino. A ogni angolo puoi aspettarti che sbuchi un'invenzione fatta di suono, un fischio esplosivo, una sfuriata di sax. Solo loro avrebbero potuto scrivere una canzone "logica" o invitarti a prendere un jumbo per attraversare l'acqua e far colazione in America. Si lamentano sempre un po', come per il fatto che "...il lunedì è tornato ancora fra i piedi, nel solito vecchio posto, con le solite vecchie facce che mi guardano...diamanti, è ciò che mi serve davvero, rapinare un negozio, fregare la legge e andare a vivere in Italia...". E se avessero saputo che a invertire i fattori il risultato si sarebbe ottenuto meglio, forse l'avrebbero fatto davvero.

Ma poi magari il massimo che fanno è uscire con gli amici, per un giro al negozio di libri, a vedere se sugli scaffali di filosofia c'è una nuova edizione con dentro qualche risposta in più. La risposta che forse avrebbero potuto trovare mettendosi insieme con la più carina della scuola. Ma lei passava sempre luminosa e inarrivabile in mezzo al corridoio durante l'intervallo, fra due ali di palle degli occhi che si fendevano a metà come le acque del mar Rosso, rimbalzando di desidero diffuso su tutto pavimento. E sfiorando col suo profumo il naso del nerd gran vagabondo, quasi sembrava sussurrargli: "...Arrivederci straniero, è stato bello, spero tu trovi il tuo paradiso...".

E intanto fuori, naturalmente, sta piovendo ancora.


venerdì 29 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 37 - "Levità intercontinentale"

"Un pensiero al giorno"

37 - "Levità intercontinentale"

Per due o tre anni, ha abitato non tanto lontano da casa mia una famiglia indiana. Papà, mamma e la loro bimba, divenuta nel frattempo ragazzina. In genere, gli indiani trasferiti in questa terra così lontana dalla loro sono molto riservati e compiti. Tutto nei loro modi esprime una gentile serietà, ma difficilmente si aprono a comunicare con gli indigeni padani. Men che meno con indigeni del tipo "selvaticus stranus" come me. Vedevo dunque spesso questi vicini indiani, ma ci passavamo a fianco così, un po' come estranei, come in effetti eravamo, pur condividendo l'appartenenza a una comunità tanto piccola.

Ma loro avevano questa passione per l'argine e anche io ogni tanto ci faccio passeggiate sopra. È stato così che ha avuto inizio un piccolo "rito dei saluti" molto discreto, scambiati col papà di quella famiglia, in camminata sul sommo dell'argine. Si vedeva che era un timido inveterato, e cosa più curiosa, aveva attraversato mezzo mondo per finire con l'incontrare uno forse ancor più timido di lui. Era il convegno intercontinentale delle timidezze multiculturali. A un mio "ciao" discreto, lui rispondeva con mezzo cenno di sorriso, forse indeciso su quale formula di saluto adottare, anche per difficoltà linguistiche. Oppure, vai a sapere, quello era un suo modo indiano di esternare somma reverenza. Alla fine, se sono abituati a dir di no nella maniera in cui noi annuiamo, tutto era possibile in un ipotetico ribaltamento delle usanze. La moglie e la figlia erano spesso in passeggiata col marito-papà, ma il piccolo rito dei saluti si svolgeva solo con lui. Li vedevo spesso anche da casa, incamminarsi verso l'argine a piedi molte più volte di quanto non facessi io. Era bello pensare a questo loro desiderio di continuità con la natura e col fiume. Qui erano alloggiati in un appartamento e forse quelle loro mini-escursioni erano un modo per riprendere contatto con la loro terra d'origine. L'India sarà tutta un'altra cosa, ma anche là l'erba è verde allo stesso modo, e un fiume scorre sempre verso qualche parte in modo simile.

Poi ho saputo che la piccola famiglia indiana si trasferirà in Germania, forse alla ricerca di miglior fortuna. Credo che tutto sommato qui si siano trovati bene. E l'altra mattina, sono capitato in Comune proprio mentre, tutti e tre, stavano facendo dei documenti in vista dell'espatrio. Ho fatto così in tempo a salutare "mutamente", alla nostra maniera, il papà, con un mormorato "ciao", al quale lui ha risposto sempre nel suo modestissimo modo, gentile e a sorriso basso. Mi mancherà vederli in giro, e ora spero solo che dovunque andranno, in quel Qualsiasendorff o Qualchepostemburg in cui si ritroveranno ad abitare, siano contenti e almeno possano avere vicino a casa un argine col suo fiume.


Le muse di Kika van per pensieri: Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867)


Le muse di Kika vanno oggi per pensieri con un grandissimo autore: Jean-Auguste-Dominique Ingres (Montauban, 29 agosto 1780 - Parigi, 14 gennaio 1867). L’opera scelta da Kika è il “Ritratto di madame Moitessier” del 1856. Anche se la notizia non ha certo quella gran importanza, adoro l’opera di Ingres che rimane uno fra i miei artisti preferiti di sempre.

Su Ingres ci sarebbe da scrivere un volume intero, forse senza riuscire a dire la metà delle cose. Mi limito dunque ad alcune considerazioni sul dipinto di oggi, nel quale a mio avviso sono contenute in maniera evidente certe caratteristiche della poetica di Ingres che ne fanno uno dei più importanti artisti del XIX secolo. Considero Ingres non solo un fondamentale precursore di tutti gli sviluppi successivi dell’arte moderna, ma addirittura, per dirla con un’immagine colorita, come colui che innescò la miccia per la deflagrazione modernista in arrivo. Il tratto fondamentale dell’estetica di Ingres lo possiamo infatti cogliere nella sua volontà di “far esplodere le forme” (tanto per rimanere nella metafora). Questo aspetto si coglie molto bene anche nel ritratto della signora Moitessier. La “volumetria” reale del corpo della donna, pur rappresentata con modi molto eleganti e fascinosi, sembra diventare quasi un “pretesto”. Quello che interessa davvero al pittore e far parlare le forme esprimendo attraverso di esse il proprio linguaggio poetico, anche a costo di piegarne il senso realistico e di disarticolarne la coerenza (emblematica in questo senso è la mano che regge il capo della donna, con quelle dita che nella loro estrema libertà formale vanno assumendo quasi la parvenza di radici di un tronco d’albero). Siamo ancora lontani dagli sviluppi successivi che gradualmente porteranno a Cezanne, poi a Picasso, all’arte non figurativa, concettuale, informale e così via, ma Ingres segna, fra i primi, un importante passo iniziale in quella direzione.

In particolare, il quadro in questione presenta un altro elemento compositivo di straordinaria forza anticipatrice. Mi riferisco allo “stratagemma visivo” innescato attraverso l’immagine riflessa alle spalle del soggetto. Ingres riesce in questo modo a presentarci sia il fronte che il profilo della persona, evocando nell’osservatore quell’estraniante ma familiare effetto, sperimentato molto probabilmente da ciascuno la prima volta che ci si è osservati di profilo, con l’aiuto appunto di uno specchio. Di sicuro inconsciamente, di sicuro in forma ancora molto larvata, in ogni caso, con questa scelta compositiva, il pittore sembra fare già propri i primi barlumi concettuali che saranno poi alla base della ricerca cubista picassiana, giocando nel contempo con l’idea delle mille sfaccettature dell’identità individuale (e qui viene alla mente ad esempio tutta la tematica pirandelliana). Spaziando oltre con la suggestione (ma qui cito la similitudine come pura curiosità: forse cercare un’effettiva corrispondenza è in questo caso davvero eccessivo) la figura della madame Moitessier di Ingres, per “affinità volumetrica” mi ricorda molto da vicino quella delle “Due donne che corrono sulla spiaggia”, dipinte da Picasso nel 1922, quando la sua ricerca era andata ormai addirittura oltre la fase cubista.
“Due donne che corrono sulla spiaggia” - Pablo Picasso (1922)

Per l’indagine fisiognomica, ho trovato tre volti famosi dei nostri giorni, che forse presi uno per volta non rendono molto l’affinità, ma immaginati in qualche modo fusi insieme, contribuiscono a creare una certa somiglianza.
Sono tutti e tre personaggi famosissimi. Ecco la prima donna di oggi:


Quasi vi faccio un torto se ve lo spiego, ma si tratta della bellissima Claudia Cardinale.

Questo è il secondo volto:


Anche qui non ci sarebbe bisogno di dire altro, perché il suo viso è altrettanto famoso della sua voce: si tratta infatti della cantante inglese Adele.

E concludiamo sempre con una cantante attrice, più famosa qualche anno fa:


Qui abbiamo naturalmente la poliedrica Cher.

E ora, come di consueto, Kika ci aspetta sul suo blog per rivelarci con quali magie modaiole ha reinterpretato in chiave moderna l’abbigliamento di madame Moitissier.

giovedì 28 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 36 - "159 e non sentirli"

"Un pensiero al giorno"

36 - "159 e non sentirli"

- Quanti fantasmi mi dai?

- Mah...sei o sette, immagino...un po' i soliti che hanno tutti.

- Invece no...ne ho compiuti già centocinquantanove!

- Ah! Però...li porti bene...

- Ti ringrazio. Pensa un po', soffro di paura-attrazione-repulsione per gli altri. Ho la psicosi della "vagina assentata", l'invidia del bene...soffro di aerofagia e in contemporanea di onicofagia...

- Ma non mi dire...

- Già...e questo mi provoca flatulenze graffianti. Poi ho l'alluce vago, il pollice mago, il narcisismo duodenale, la sindrome di Busto Arsizio, l'allarmismo di Venere, il gomito dell'estetista, la mascella dell'affarista, ho il malleolo qualunquista, son colto spesso da attacchi di sofismi di coscienza...soffro di daltonismo uditivo, capisco solo le frasi blu e quelle rosse...

- Ce le hai tutte proprio...

- Eh!...in compenso faccio molto involontariato, e asciugandomi i capelli dico battute così brutte che dovrei darmi all'ippica, se non fosse che a caval phonato non si guarda in bocca...

- Ma vapphan...

- Graphie!...a parlar con te si ottiene sempre pane per le proprie menti...ne ho infatti tre, ma non comunicano fra loro...la mente uno dice alla due: "...Sinapsi un'altra volta, voglio fare il mignolo del piede, invece della mente..."...

- Va beh, ti saluto...ma scusa, non ho capito bene...com'è che ti chiami?

- Steve Dardanelli...

- Ah!...


mercoledì 27 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 35 - "La mente mondo"

"Un pensiero al giorno"

35 - "La mente mondo"

- Dedicato a Steve Dardanelli

Nella madida pianura dai cieli grigi e lattiginosi, raramente l'aria si pulisce di un azzurro degno di tal nome. Quando questo accade, un piccolo miracolo atmosferico avvolge gli uomini. Il vento risoluto spazza lo spazio intero e la sfera del cielo si fa di un blu molto tondo. La sensazione "cupoleggiante" risulta tale da far assaporare quasi una coincidenza fra quell'immensità celeste e la propria calotta cranica. Tutto ciò che avviene e si muove al di sotto di una simile volta tersa, si trasforma e va a coincidere per ciascuno coi propri pensieri. Allora, spaziare con lo sguardo tutto intorno, e lasciarsi trascinare da fantasticherie immaginate, diventa quasi una cosa sola. Non c'è differenza fra la vivace planata a zirlo di un piccolo tordo e il guizzo di un'idea subitanea. Un tuffo di gioia al cuore corrisponde alla festosa sfuriata di un bimbo che sfreccia pedalando sorrisi fitti sul suo estatico biciclino. I pensieri diventano cose e le cose pensieri. L'animo si espande sino ad abbracciare tutto l'orizzonte. La mente respira vento e pensare equivale a un andirivieni di aliti intimi allo stesso tempo distesi per tutto il paesaggio.

Il punto è che simili giornate pulite ricorrono di rado. Perlopiù la cappa del cielo marca strettamente, con la sua opacità, le crape degli umani. Questi, per l'altalenante condizione di aperture alternate a restringimenti della visuale sul mondo, sbocciano in caratteri sempre venati da una nuance di follia. Fra loro c'è chi reagisce parlando tanto, spesso, sempre. E c'è invece chi scrive. Non so quale tipo sia peggio incontrare sulla propria strada. Sempre di pazzi di tratta. Ad ogni modo, oggi a voi è capitato uno del secondo tipo.


Ma robe da nutria! - "Dieta a strati"

 
 
 

martedì 26 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 34 - "Balconi"

"Un pensiero al giorno"

34 - "Balconi"

Da sempre stiamo posati alla ringhiera di questa balconata chiamata tempo. La vertigine spesso ci coglie, ma forse ancor più una certa ansia, perché il ballatoio sotto ai piedi, alla fin fine, rimane fermo. È un muoversi senza mai spostarsi. Un mutar di paesaggio dove ogni elemento cambia solo di posto. È come un lunedì diventato domenica senza messa.

Alle spalle, la porta-finestra sulla stanza dei ricordi. Rientrare ogni tanto è piacevole, anche se lo puoi fare solo sbirciando un po' dentro. Il balcone non si abbandona mai davvero. Se ci si alza sulla punta dei piedi o si sale su uno sgabello, scorgiamo l'invisibile, lontano sull'orizzonte. Il tempo è un panorama che si forma coi suoi stessi attimi, troppo lontano dalla ringhiera non si scorge nulla.
C'è chi riesce a spiccare delicati voli chagalliani. Ciò che si vede in quei graziosi balzi, con difficoltà si potrebbe comunicare agli altri. Forse ciascuno volando un po' sopra il proprio balcone vede cose simili agli altri. Ma in fondo non ne ha mai la certezza. Ti credono solo coi piedi ben posati sul balcone.

A volte quel semplice balcone può mutarsi nella prua di una nave. E solca i paesaggi frangendoli come flutti marini. Nel viaggio al timone del proprio balcone, s'incontrano altri audaci balconieri. In piccole flotte, anche di due, si pirateggia il tempo allegramente insieme. Le terre conquistate sono adatte allo sguardo avventuroso di chi ha osato mollare l'ancora. I balconi possono allora navigare così vicini che i due balconieri arrivano a sfiorarsi le mani, darsi una carezza, persino baci.
E a chi con fare sprezzante, credendo di recarvi offesa, vi apostroferà dicendo: - Sei fuori come un balcone! - rispondete pure in tutta calma e serenità: - Ti sbaglio mio caro, io "sono" il balcone!


lunedì 25 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 33 - "Proesia senza virgole di una mente a rullo"

"Un pensiero al giorno"

33 - "Proesia senza virgole di una mente a rullo"

Da dove arriva oggi il vento? Certi giorni sembra che si formi lontano...lontano...lontano. In altre occasioni invece è come se sbucasse da dietro l'angolo. L'altro ieri quando ero ragazzino mi dava fastidio una giornata col vento se magari c'era anche il sole: la partitella di calcio al campo sportivo era rovinata di sicuro. Diventava impossibile calciare il pallone facendolo andare dove si voleva. Andava dove voleva il vento. Metti che tiravi una punizione di prima appena fuori area. Già ti pregustavi la bella banana a ruotare che avresti impresso al pallone per mandarlo all'incrocio. Ma il vento faceva lievitare la banana a dismisura e finiva tutto nelle verze per una insolita macedonia. Ancora peggio poi ieri quando mi misi a giocare a pallacanestro. All'aperto s'intende. Il gusto più bello del basket sta nei tiri da lontano. Quando carichi il braccio con la palla incastonata nel palmo come su una catapulta e poi rilasci il dolce peso con una scorrevole frustata di polso. E la palla allora s'invola disegnando la sua tonda parabola soffice fatta solo di gomma e aria ma...zac...se c'era il vento era come un idillio interrotto. Il vento infatti funziona un po' come l'amore. Non lo puoi toccare ma lui ti tocca coi suoi soffi. Non sai perché si forma. Può essere impetuoso o delicato. È invisibile ma sradica le cose. Porta gli odori e i profumi e i mutamenti del tempo. Non sono sempre necessari i grandi poeti per dire cose intense. Uno dei pensieri più belli sul vento lo sentii dal nonno di Heidi. Era nel cartone giapponese sulla bimbetta svizzera. Il nonno ascoltava la voce del vento. Il vento per parlare deve passare attraverso qualcosa. Ve lo dicevo che il vento è come l'amore. Se non passa attraverso un'altra persona l'amore non può parlare. Il nonno di Heide ascoltava la voce del vento filtrata dagli aghi del pino. Non ricordo più bene se diceva di ascoltate l'albero o il vento. Ancora come l'amore. Non sai mai se sta parlando l'amore oppure la persona che ne viene attraversata oppure addirittura se stai parlando tu stesso. Mi dicevo che il nonno di Heidi era abbastanza rimbambito. Ma anni dopo il vento fra gli aghi del pino l'ho ascoltato davvero. E mi sono dato del rimbambito io per essermi perso fino ad allora quella melodia. Non importa che temperatura ci sia in quel momento. Il suono del vento fra le chiome del pino lo senti sempre caldo. Il vento è l'alito della terra. Sono i ricciolo del mondo. Il vento è inutile che ti chiedi dove si è formato. Ma non puoi farne a meno perché quando soffia lui te lo domanda sempre.


domenica 24 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 32 - "Suggestioni di ritorno"

"Un pensiero al giorno"

32 - "Suggestioni di ritorno"

Da "La pelle" (1949) di Curzio Malaparte: "...Qualcosa di quel che d'immoto, di gelido, di crudele, ha la fotografia, era in quegli occhi sbarrati e fissi, in quei volti intensi, nelle facciate delle case, negli oggetti, e quasi nei gesti...".

Questo passo suscita bellissime riflessioni. Le "conquiste" fatte col tempo dall'uomo nell'ambito della propria presa d'atto del mondo, non sono solo nuovi modi autonomi di consapevolezza. Esse possono bensì imboccare anche, per così dire, un percorso a ritroso, e estendere la propria influenza persino su modalità precedenti di acquisizione di informazioni dalla realtà.

Suona forse un po' contorto, ma se lo applichiamo giusto allo spunto di Malaparte, si vedrà che non è nulla di complesso. La fotografia ha introdotto un modo di vedere le cose che un tempo non esisteva. Può capitare che le implicazioni conoscitive della fotografia (ora che le sue potenzialità ci sono familiari) vadano a influenzare "di ritorno" anche il modo più tradizionale di considerare la realtà, ossia la semplice osservazione delle cose dal vero.

Ecco allora che guardare le cose vive, ricche del loro dinamismo, dei colori e di tutte le mutevolezze spazio-temporali possibili, con il filtro osservante della fissità fotografica, può dare adito a inusuali "acquisizioni percettive".

Un campo multi-cromatico di fiori carezzato dal vento, immaginato come fisso in uno scatto in bianco e nero, si arricchisce di sfumature inedite di significanza estetica.

In modo analogo, la realtà vista con le "modalità osservanti" a cui ci ha abituato ad esempio il cinema, oppure letta come un racconto scritto, può assumere ulteriori implicazioni di senso.
Il discorso si fa poi ancor più affascinante se ci riferiamo all'ambito artistico tradizionale. Potremo allora osservare ciò che ci circonda indossando virtuali occhiali che consentano una interpretazione del reale da un punto di vista picassiano, oppure caravaggesco, o bruegheliano, e così via.

Le forme dell'osservazione (nel senso più ampio della parola, non solo connessa alla visione sensoriale semplice) possono dunque influenzarsi, contaminarsi fra di loro e arricchirsi a vicenda, aderendo sempre meglio a una comprensione più raffinata della complessità intorno a noi.

Ne deriva inoltre che non esistono forme di "presa sul reale" meno importanti: tutte hanno uguale dignità, perché ciascuna apporta un contributo che le è proprio ed esclusivo. Per lo stesso motivo, anche nell'epoca della sofisticazione delle immagini più raffinata (visione 3d, grafica computerizzata, realtà virtuale, ecc.) continua ad avere senso (e molto anche) scrivere una semplice poesia o dipingere un quadro con l'acquerello.


sabato 23 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 31 - "Perché annoi l'accultura no?"

"Un pensiero al giorno"

31 - "Perché annoi l'accultura no?"

La gente sono stupidi. Essa si sollazzano di violenza e tutto, e in della cosa più volgare che gli rieschino di ravanare. Se io fossimo la gente, proprio non vorrebbimo fosserla. Stanno lì, tutti spaparenzati in che agguardano alla tele. Chettelo dico, gli abbasta che c'hanno nunghia incarnita o un bosone indu n'occhio, e son tutti pronti a friggnettare. Ma quando che si tratta di stare male agli altri, e ci passerebbeno le giornate a farselo raccontare.

E con allora, ecco che ci van giù dimatto a scoltare agli ammassacramenti, ai sassini e agli omiaccisi. Mica gliene affrega un'affava alloro, alla gente, che gli passerebbeno addosso per fino con li camion, tanto la pellaccia gliela mettono degli altri.

Che se io mi affossi uno di quegli che fanno i programmi in della tele, ce li ammanderei in miniera attutti agli presentatori affissati a menarla coi ammassacri. Che ci tornerebbeno a casa solo indove che gli affosse passata l'affissa dell'appaura da fare in della gente, e fuori dalla miniera parlerebbeno esoltanto di quanto è buono il grande Appuffo e che la vita è tutta arrose effiori.

Eppoi dopo sen'andrebbeno affà la punta all'ematite, prima che addargli ancora la carta da scriverne, che gli acchiamano aggiornalisti, ma non fusseno neanche giornalai.

Ecchè annoi, appopolo e bue, e forse non ci appiacerebbe a farsi un'accultura? Che poi con l'accultura ci farebbimo arrestare la morosa con l'abbocca aperta, e già si fossimo avante coi lavori. Che invece così non solo l'attiene chiusa, ma appoco ci cala che ci dà un mozzico.

In soma, l'accultura ce l'avvogliamo anche annoi, almeno una fetta da espalmare sul pane, che alla sera poi ce ne andebbimo a letto belli digeriti e non con la mappazza di gnoranza eppaura a pesantirci tutto in della panza.


venerdì 22 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 30 - "La pregnanza del nulla accadente"

"Un pensiero al giorno"

30 - "La pregnanza del nulla accadente"

I film di fine anni '60 e soprattutto poi del decennio '70, hanno sdoganato per il grande pubblico un concetto estetico-esistenziale importante. Più che concetto, si potrebbe dire una dimensione. Questi film hanno portato maggior consapevolezza rispetto al fatto che la vita di ciascuno è formata prima di tutto da quella gran parte di tempo in cui non accade assolutamente nulla di significativo.

Già la letteratura (Sartre, Proust, Joyce, Melville), la poesia (Montale, Saba), il teatro (Arthur Miller, Tennessee Williams) avevano conferito dignità al nulla nel suo accadimento. Ma si offrivano su canali riservati a un pubblico tutto sommato ristretto.

Col film "di crisi" fine anni '60 - '70 invece, il "non succedere" viene democratizzato e reso accessibile praticamente a tutti. "Il laureato", "Un uomo da marciapiede", Non si uccidono così anche i cavalli?", "Questa terra è la mia terra", sono solo alcuni dei primi titoli che vengono alla mente.

Ma la cosa interessante è che in quel periodo il "non succedere" rosicchia spazio anche in certi film d'azione o di pura trama, nei quali non ci si aspetterebbe nulla di non assolutamente necessario alla stretta "economia accadente" della storia. I western di Sergio Leone, oppure "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", "Dersu Uzala" e "Dodeskaden" di Akira Kurosawa, persino alcuni polizieschi con Clint Eastwood, proclamano chiaramente che il "non succedere niente" è parte consustanziale del vivere.

La cosa è abbastanza notevole per dei film, essendo il film l'opera di finzione per eccellenza che più tende per sua "natura" alla soppressione dei tempi morti. Tale prerogativa è tecnicamente e concettualmente insita nella "filosofia" stessa del meccanismo narrativo che ha inaugurato la storia del cinema moderno: il montaggio.

Il montaggio è una sommatoria di tagli. Si filtra, si epura, si scarta, ciò che è noioso, ridondante, non degno di nota. Il montaggio è un inganno spazio-temporale realizzato con la nobile finalità di rendere avvincente e divertente una storia.

Un'altra dimensione verso cui sempre i "film di crisi" ci hanno traghettato in massa è l'aleatorietà dell'accadere. Le cose della vita infatti non solo accadono con scarsa rilevanza, ma altrettanto difficilmente seguono un vero e proprio filo narrativo ordinato, una sequenza sensata e articolata nella logica di un racconto vero e proprio (salvo certe direttive generali dettate da una coerenza di massima).

I "film di crisi" ci riportano insomma un po' coi piedi per terra. Ci avvisano: attenzione, se una volta terminate queste due orette di proiezione, rincasando ti accorgerai che di "non accadere" sono impastate le tue giornate, i fatti notevoli sono soltanto una minima, trascurabile parte, e per di più capitano un po' anche a casaccio, ebbene non ti lamentare...noi te lo avevamo detto.


giovedì 21 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 29 - "Dialogo sopra i massimi terreni"

"Un pensiero al giorno"

29 - "Dialogo sopra i massimi terreni"

In italiano si chiamerebbe "ceppo", ma mi viene più spontaneo dire "sòca", in dialetto. "Sòca" è anche un modo alternativo per indicare rozzamente la testa. Se dici a qualcuno: "At ghè 'na bèla sòca", praticamente gli dai del "testa di minchia".

In giardino erano rimasti due ceppi di pino. Tagliati tanti anni fa, che ormai le piante stavano morendo. Un albero è relativamente facile da abbattere, ma te lo scordi di sradicare il suo ceppo. È ancorato alla terra con gran diffusione di appigli. Dal grosso delle radici fino ai loro baffettini più ramificati, il ceppo è come una vasta mano dalle mille dita che stringe forte la sua gran manciata di terra compatta.

Se non c'è allora particolare fretta e l'ingombro non dà troppa noia, il ceppo può rimane dov'è. I miei due erano piccoletti, ma bei tignosi e conficcati. Sono rimasti anni a prendersi piogge, nevi, rugiade, climi miti, martellate d'afa e fitte di gelo micidiali.

Stavano un po' fra i piedi, nel tagliare il prato, ma sempre col loro fare da ceppi discreti. Poi un bel momento, passandoci a fianco col rastrello, i denti di questo sono incappati in una radice affiorante, che si è levata con un sordo "crik-crok", molle come fosse di burro. Era giunto il momento di invitare i due ceppi vecchietti ormai, a mollare la presa in quella loro stretta di mano alla terra.

Potrà suonare esagerato, ma vi garantisco che è stata un'emozione. Armeggiando con vanga e zappa per scoprire il rimasuglio di radici, mi sembrava veramente di essere lì a convincere due vecchi amici, l'albero e la terra, a lasciare quel loro decennale mano nella mano.

Con un ceppo ("'na sòca"), lo so, non si scherza mai. Bisogna portargli rispetto sempre. Ho dosato le mie forze sulle sue residue resistenze, scoprivo piano il terreno, forzavo qua e là per capire dove la cedevolezza cresceva. Le dita delle radici mollavano piano l'appiglio, tra impercettibili frusci e scricchiolii legnosi. E poi, nel momento esatto in cui doveva essere, legno e terra si sono eruttati via, in placido abbandono. Un piccolo suono sordo nel distacco, e mi è parso di penetrare nel mistero che ci tiene attaccati alla terra. In heideggeriana suggestione, il rimasuglio d'albero era "l'ente" che si staglia contro "l'essere" sullo sfondo, ma senza mai poterlo abbandonare, perché nella sua ormai avanzata marcitura è già pronto a fare ritorno alla terra stessa.

Il frutto del mio lavoro erano alla fine alcuni blocchetti lignei spugnosi, invasi dalle formiche. Un focherello penserà a farne giuste porzioni di calore, fumo e cenere, da spartire un po' fra il cielo e la terra. Così la stretta di mano fra gli elementi non cesserà mai, ma avrà solo cambiato modi e forma.



mercoledì 20 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 28 - "Maple leaves"

"Un pensiero al giorno"

28 - "Maple leaves"

Ho colto in foto queste rossissime foglie d'acero. Ve le presento in alcune varianti. Secondo me sono belle da togliere il fiato. È importante vedere almeno un cosa bella al giorno, provare almeno una sensazione particolare, fare almeno un sorriso, annusare almeno un buon odore, pensare almeno un pensiero intenso. Se poi di ognuna di queste cose, ne capita più d'una durante la giornata, tanto meglio.

Non molto tempo fa, questi aceri non erano diffusi nelle mie zone. In compenso il rosso si vedeva spesso sventolare sulle bandiere. Da bambino non avrei immaginato che le cose sarebbero cambiate così tanto. È quasi il 25 aprile, sto leggendo "La pelle" di Curzio Malaparte e le foglie d'acero sono la cosa più rossa che si veda in giro fra i vivi.

Allora i rossi li guardavo con timore. Oggi credo che un po' di rosso dovrebbe scendere dagli aceri e tornare a scorrere fra la gente, per far capire in giro come si stanno perdendo di vista tante cose fondamentali nel poter continuare a dirsi umani.

Ma le foglie d'acero sanno fare un mestiere soltanto: quello di frusciare al vento nella loro sgargiante livrea. E già starle ad ammirare è un incanto che riempie il cuore.







martedì 19 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 27 - "Quorum vadis?"

"Un pensiero al giorno"

27 - "Quorum vadis?"

Riflessione un po' prosaica, oggi, sui benedetti referendum. Ho letto da più parti che il meccanismo del "quorum" (consultazione valida solo se ha votato il 50% più uno degli aventi diritto) sarebbe un dispositivo di tutela per evitare che una minoranza imponga la propria volontà decisionale alla maggioranza. Personalmente, questo ragionamento mi sembra alquanto capzioso. E anche se riconosco a esso una parte (piccola) di verità, mi pare di poter dire che gli svantaggi pagati sopravanzano di gran lunga il beneficio ottenuto.

Ipotizziamo che non esista il quorum.

Cosa succede? Una minoranza (cinquecentomila cittadini o cinque consigli regionali - ex art. 75 della Costituzione) propone di abrogare un articolo di legge.

Attenzione: "propone", a questo punto dell'iter, non "impone" nulla a nessuno. Forse che le ragioni di una minoranza non sono degne di essere ascoltate e valutate dalla maggioranza?

Secondo passo: si va a votare (e, abbiamo ipotizzato, senza quorum). Chi è veramente interessato a far sì che una minoranza non gli imponga alcunché, va a votare NO. Chi aderisce alle ragioni di quella minoranza va a votare SI. Chi invece si astiene non si potrà poi lamentare se altri hanno deciso per lui.

Risultato: ciascuno ha espresso la propria volontà e nessuna minoranza ha imposto nulla a nessuno.
Cosa succede invece col quorum? Forse non cambia nulla all'atto pratico: chi si è valso dell'opzione (tacitamente sancita in questo caso) di non votare, avrebbe probabilmente votato NO, e l'esito finale sarebbe stato il medesimo.

Ma molto cambia sul piano, diciamo così, "civico-morale" della questione. Si mortifica uno strumento di partecipazione popolare molto importante, facendolo apparire all'opinione comune (soprattutto dei meno attenti e sensibili) quasi come uno strano capriccio di alcuni eccentrici (nella classifica della dignità riservata dalla gente alle cose, il referendum si attesta ormai al novantaduesimo posto, appena dopo le mezze stagioni e un gradino prima dei pallini di lana accumulati nell'ombelico).

Non bastasse questo, tocca poi anche assistere all'aberrante spettacolo di uomini delle istituzioni che invitano a non votare. Per carità, formalmente mantenendosi essi pur sempre nell'ambito di un diritto previsto dalla legge, ma "umanamente" tanto stiracchiato da sembrare come se, ai suoi tempi di parlamentare, l'onorevole Ilona Staller avesse promosso un disegno di legge per rendere illegale la pratica del farsi le pippe.

Dulcis in fundo, grazie al caro quorum, buttiamo al cesso milionate di euro per volta (trecento è costato questo ultimo).

Ora, sarò ingenuo io, oppure mi sfuggono aspetti troppo complessi o sottili per il mio grossolano comprendonio. E nello stesso tempo, quasi mi sembra di dovermi vergognare, per aver scritto una sequela di banalità talmente lampanti. Ma non è arrivato forse il momento di sbatterci, al cesso, proprio il famigerato quorum?


"Un pensiero al giorno" 26 - "Cesellature"

"Un pensiero al giorno"

26 - "Cesellature"

Oggi il mattino
alitava di eterno.
Nell'abbraccio totale 
un'estate d'inverno.
Dalla testa un 
principiar di coda.
Dalla bocca un 
congedar si oda.
Ombra scolpita
di sé nel bagliore,
ghermita a spazio,
filo sottile, colore.
Precisione di schegge!
Grattugia di trecce!
Dolci velli dal gregge!
Raggio solitario
germoglia uno, dal centro,
deflagra mille, nei cieli. 
Tutto importa,
di ogni adesso.
Nell'attimo stesso del 
capirlo
la ciccia cutrettola
fa cip
al merlo.


lunedì 18 aprile 2016

“Wasting time” - 3

“Wasting time” - 3

Sulle coste dell'odorato
Sbocciava ardor proboscidato
Nasi bradi a scorrazzare
Libere ascelle sino al mare
Fioriture in jungle oscure
Sortilegi di purpurei fregi
Il profondo ci sopravanza
La nudità si muta in stanza
Ognun d'essa ha la chiave
Ma della tasca smarrisce il dove
Si fa un cartoccio d'emozione
Da serbare in magra stagione
Malia di rima non si brama
Senza un briciolo di trama
Già banale da quel dì
Barattare ti per bi



"Un pensiero al giorno" 25 - "Ronfeo ergo sum"

"Un pensiero al giorno"

25 - "Ronfeo ergo sum"

Non si riflette forse mai abbastanza sui risvolti filosofici del dormire. Perlopiù si liquida superficialmente la "questione sonno" come una pratica da sbrigare, un'incombenza che ci tocca tutte le sere, per poter riconquistare la dignità di fronte alla luce del giorno a seguire.

Ma il sonno non è solo questione di riposo materiale. Nel sonno cerchiamo prima di tutto di fare un ritorno ciclico all'unità dell'essere, che giocoforza dobbiamo poi ri-abbandonare a ogni risveglio.

Quando ci addormentiamo, ci svestiamo dei panni da "individuo" e aneliamo ad inoltrarci nudi e indistinti nella totalità dell'essere.

La parola "individuo", se si risale alle sue radici significanti, indica lo stato di non ulteriore divisibilità: l'essere condotto a un punto in-divisibile, non divisibile oltre. L'individuo è come l'atomo dell'essere.

Voglio però giocare un po' con le parole e mi creo una mia etimologia fantastica (sottolineo a tre righe: si tratta di pura invenzione, al limite del non-senso, e mi prendo tutta la libertà immaginativa che voglio).

Dividendo la parola con diversa scansione rispetto a quella corretta, ne viene fuori un curioso "indi-viduo", che mi diverto a deformare ancor più in "indi-video".

Come si sa, "indi" significa "da quel momento", o anche "da quel luogo". Nella mia fantasiosa ipotesi etimologica, "indi-video" vuol dire allora "da quel momento" e "da quel luogo", "io vedo".

Se lo stato di veglia lo affrontiamo da individuo, ne consegue che nel sonno ciascuno è "ubiquividuo", "utopividuo", ucronividuo", "onnividuo", "multividuo".

Ecco allora come ci si svela tutta la bellezza del dormire, che è un vedere a partire da nessun "quando" e da nessun "dove" particolari. Un vedere, di conseguenza, da tutti i luoghi e da tutti i tempi possibili.


sabato 16 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 24 - "Non-pensiero"

"Un pensiero al giorno"

24 - "Non-pensiero"

Oggi mi è venuto soltanto un piccolo"non-pensiero" agreste-zen.

Quando si taglia l'erba di un prato non propriamente all'inglese, si mette festosamente fra i piedi tutta una varietà anarcoide di essenze vegetali.

Se fra queste abbonda il tarassaco, o dente di leone, al momento di radunare la tosatura erbosa col rastrello o altri ammennicoli rurali, succede una piccola epifania floro-ritmica. Gli steli cavi del dente di leone si fracassano pigramente fra i rebbi emettendo una miscellanea di scoppiettii. "...Krikki...kiri...kri..." canticchiano caciarone le stanghette d'erba, corredate in cima dal loro globo di soffice promessa ventosa.

Propongo quindi che il tarassaco o dente di leone, detto anche dente di cane, soffione, cicoria selvatica, cicoria asinina, grugno di porco, ingrassaporci, insalata di porci, pisciacane, lappa, missinina, piscialletto, girasole dei prati, possa venir chiamato anche "schiopparino".

Tutto questo non ha alcun significato, ma proprio per questo mi sembrava molto importante dirvelo.


venerdì 15 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 23 - "That's art folks!"

"Un pensiero al giorno"

23 - "That's art folks!"

Le foto che accompagnano ogni volta le mie parole non sono soltanto piacevoli da scattare. Fanno anche da spunto a una bella riflessione. L'idea sarà particolarmente familiare a chi ama fare foto, ma si può estendere a un panorama molto più ampio del discorso.

Chi conosce il piacere del cogliere immagini fotograficamente sa che alla gratificazione principale si accompagna un lieve "tormento" (uso il termine in senso molto figurato...per fortuna non è nulla di drammatico). Mi riferisco a quella specie di rovello (a suo modo anche gradevole) che ti accompagna spesso lungo le giornate e che ti fa vedere in diversi ambiti, oggetti, situazioni, scenari osservati, una potenziale bella foto.

Come accennavo, credo che il fenomeno riguardi non solo la questione fotografica (anche se in esso si evidenzia e si esalta con particolar chiarezza). Riguarda invece in qualche modo l'arte e il vivere in generale.

Essere immersi nella vita vuol dire gestire un'infinità di stimoli. Non solo visivi, ma provenienti da una miriade di altre fonti sensoriali, emotive, sentimentali, affettive, "empatiche" o "anti-empatiche", razionali o inconsce, e in non trascurabile porzione persino oniriche.

Se non avessimo appreso una "modalità" di filtrare questo flusso immenso di sollecitazioni, facendone "pacchetti" di significati trattabili ai fini esistenziali, ne verremmo irrimediabilmente travolti, soccomberemmo sotto i marosi del caos. Questa esperienza nell'impacchettare stimoli non è altro che il vivere stesso.

L'analogia con il fare foto è molto suggestiva. Attraverso il "rito" della foto (l'inquadratura in primis e poi tutte le possibili altre "abilità iconografiche" richieste dal caso) si "estrae senso" dall'indistinto. Si isola una parte di realtà dal suo generale flusso, si frappone una piccola "diga significante" condivisibile fra umani.

Dunque, se già soltanto il mio modesto "fotografeggiar" qua e là può suscitare queste riflessioni fascinose, figuriamoci le meraviglie riservate dall'arte vera. Immaginiamo quale fantastico lavorio mentale, visivo-sensorial-meditativo doveva accendersi nell'animo di Monet, di Ingres, Picasso, Klee, e così via. Quale mirabile portento di selettività esistenziale si metteva in moto nel loro intimo per congelare quel "quanto" di mondo così ricco di grazia da meritarsi di venir immortalato in una delle loro opere.

E non dobbiamo essere nemmeno troppo invidiosi nei loro confronti. Basta ricordarsi che ogni atto del nostro vivere è a suo modo un'opera d'arte in formato tascabile. Ulteriore consolazione, poi: i "pacchetti" virtualmente isolabili (ossia le foto scattabili al gran spettacolo della vita) sono infiniti. Insomma ce n'è tanto, da divertirsi per tutti.



giovedì 14 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 22 - "Il mio regno per un po' d'umano"

"Un pensiero al giorno"

22 - "Il mio regno per un po' d'umano"

Per dirla con locuzione un filo usurata, talvolta "mi sorprendo" a guardare programmi televisivi davvero scadenti.

Mi sorprendo proprio, perché colgo me stesso nel mezzo della visione e mi domando: ma perché guardo questa roba?

Per fortuna non capita spesso. Di solito prediligo qualche bel film, o cosette culturali su raistoria o rai5. Ma poi vengo attirato anche da certo ciarpame tipo aste di box pignorati e banchi dei pegni vari. Eppure perlopiù i vari personaggi passati in rassegna sono antipatici (per usare in eufemismo), le situazioni sono odiose, spesso e volentieri costruite ad arte. Come mai allora scatta la molla attrattiva?

Le motivazioni saranno tante e variamente sfumate. Credo tuttavia che un po' tutte le tipologie di trasmissioni classificabili sotto l'etichetta di "reality", contengano ingredienti della narrazione in grado di far leva soprattutto sul desiderio di "condivisione umana" nutrito dal pubblico.

Sempre ammesso che sia così davvero, non sembra tanto una buona cosa. La gente ha bisogno di contatto con gli altri, di interazione, di condividere sentimento, emozione, vicinanza, empatia. Ma questi obiettivi si sono fatti ardui da raggiungere, in generale. Un po' per come si sono andate strutturando le dinamiche sociali. Ma chissà, forse no. Non saprei, forse è sempre stato così in ogni epoca attraversata dall'uomo. Forse le difficoltà di relazione sono mutate nella forma, ma rimaste costanti nella sostanza lungo i secoli.

Di fatto, ci si "affeziona" a questi personaggi, anche se parecchio antipatici. Gente che dal vero eviteremmo come un acquazzone con grandine, ci diventa familiare, gradiamo rivederla giorno dopo giorno. Forse (il forse è un leitmotiv d'obbligo per questo mio pensiero odierno) la nostra necessità di umano è talmente vasta, che ci vanno bene pure loro.

Ma non bisogna dimenticare che si tratta sempre di un contatto "simulato". Non si ha a che fare con vere persone, caratteri e presenze concrete, bensì con loro "larve" effimere rappresentate. Il bisogno di umano infatti si accompagna inesorabilmente anche a un contraddittorio e compresente timore per l'umano.

L'umano reale è difettoso, ci impegna, costa fatica nel confronto, obbliga a mettersi in gioco, a sacrificare convinzioni e parti di sé.

L'umano "televisivizzato" invece è più facile, non richiede sforzo, ci viene servito bello e confezionato, lo consumiamo e chi s'è visto s'è visto.
Anzi, se si tratta di individui rognosi, quasi respingenti, tanto meglio. Per un perverso motivo inconscio, è così.

Forse (ancora forse) perché uscire indenni da un'interazione personale con soggetti che nella realtà ci metterebbero in estrema crisi, in qualche modo ci gratifica. O forse ancora, perché siamo attratti da tutto l'umano, anche dai lati più squallidi, e in sede televisiva è possibile consumare la propria dose omeopatica di squallido, assumendone solo i componenti più innocui.



mercoledì 13 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 21 - "Scriver vite"

"Un pensiero al giorno"

21 - "Scriver vite"

Potremmo considerare la vita come la più pervasiva e alta forma di espressività. Paragoniamola ad esempio alla scrittura.

Vivere significa scrivere gli eventi che ci vedono coinvolti, sul libro del tempo (l'ho sparata un po' stucchevole, come immagine, ma era giusto per introdurre la mia metafora). La vita di ciascuno è allora la sua propria "scrittura totale".

Ci sono però due modi possibili di scrivere: si possono usare i caratteri preconfezionati disponibili su una tastiera; oppure ci si può creare da sé le proprie lettere.

Il modo più immediato per seguire la seconda strada è naturalmente prendere in mano la penna o la matita. Ma il vivere la vita ci s'impone spesso come un'esigenza intima che vuole esser scritta con caratteri dalle forme più elaborate, raffinate, personalizzate. Le frasi della vita si possono scrivere così anche con lettere plasmate come la creta, scolpite come legno o marmo, dipinte con colori a olio o ad acquerello.

Non sempre però siamo liberi di scrivere come ci pare. Se lasciassimo fare al nostro sentire più genuino, spontaneo, diretto, vorremmo sempre scrivere cambiando di continuo la forma delle lettere, adeguandole di volta in volta agli stati d'animo, facendole uscire con la sagoma che intendiamo davvero in quel momento, per far capire agli altri chi siamo, come ci sentiamo, qual è davvero la verità dentro di noi, secondo noi.

Invece tante volte dobbiamo scrivere con la tastiera. Tanti casi della vita ci vogliono scriventi "prefabbricati". Abbiamo a disposizione quella manciata di fisionomie tipografiche e dentro la loro griglia ci dobbiamo adattare.

Ma dentro noi qualcosa grida forte, vorrebbe sempre cantare, e le sillabe di quel canto sono scritte di marzapane, tela di juta, fronde di rododendro, ciuffi d'erba, seta, refoli di fumo, velluto, mazzetti di viole, lievissime orme di gatto, o persino di leprotto.



martedì 12 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 20 - "Le cose, nelle cose, nelle cose, nelle cose..."

"Un pensiero al giorno"

20 - "Le cose, nelle cose, nelle cose, nelle cose..."

Oggi un pensiero semplice (forse) e un po' strano, che nasce da questa foto. Non è bello rovinare l'incanto ottenuto con la fantasmagoria fotografica (inquadratura, effetti correttivi, piccoli ritocchi e così via), ma per il mio discorso mi serve dire che si tratta di un umile cespo di insalata. Rigogliosa, ubertosa, ricca di eleganza finché si vuole, ma pur sempre insalata.

Il bello è che invece, per come si pone in questa immagine, potrebbe essere una grossa rosa spaziale, una medusa dei cieli, un nuvolone carico di piogge visionarie, l'ombelico di una creatura fantastica, un buffo asteroide, una preziosissima gemma grezza gigante...

Questo mi suggerisce un pensiero: tutto prosegue sempre nel tutto. Ogni cosa si completa nelle altre, nella grande festa della compenetrazione universale.

Se mi è concesso l'ardire, il pene è soltanto una clitoride che s'è incamminata per una strada più chiassosa; il torace virile, quando distribuivano la grazia, è arrivato in ritardo, e le tette erano ormai terminate; un ricco è un povero con meno fantasia; la luna è un sole che ama far baldoria mascherandosi di notte; un bacio, non si capisce mai bene fra i due chi lo sta dando e chi se lo prende...

Così succede per ogni cosa al mondo. Una entra dentro l'altra, si muta in essa e lì assume nuovo sembiante, che al tempo stesso è ancora quello di prima, eppure diverso, e avanti così. Tutto questo grande spettacolo sembra pensato quasi per noi. Perché possiamo nutrire il nostro stupore, e continuare a dire: ma io questa cosa...bah, mi sbaglierò, eppure mi sembra di averla già vista da qualche parte...

È la grande danza delle forme e della sostanza, che ci invita ogni istante a fare un ballo. È la parola in bilico perenne sulla punta della lingua: a volte affiora alle labbra, a volte no, ma sappiamo che un giorno o l'altro qualcuno la pronuncerà.



lunedì 11 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 19 - "Florilegi puzzolèi"

"Un pensiero al giorno"

19 - "Florilegi puzzolèi"

Una "puzzola" si era stancata di fare "fuffa" da mattina a sera nel bosco.

- Questo posto diventa sempre più "fuffigno" ogni giorno che passa - pensava - non c'è altro da fare che grattarsi la"pancia", o andare a piedi fino alla cima della montagnola a "tetta", ma una volta giunti sul "capezzolo", è sempre lo stesso panorama.

Si mise allora a "rimuginare" su come avrebbe potuto "sgattaiolare" via. Ma essendo "puzzola", convenne che le si addiceva meglio "spuzzolare" da qualche parte. Avrebbe scoperto il posto "posticcio" in cui si nascondeva il mistero del suo "afrore".

Dalla riva del ruscello, vide passare un "ceppo" di "mogano" "fluitato" dall'acqua. Con impeto "balzano", si lanciò a bordo. Non aveva mai provato tanto "gaudio". "Spruzzi" d'acqua "ciccia" le "lambivano" la "pelliccia", in uno "sciabordio" talmente delicato da sembrare bello "pellicciato".

Durante il viaggio, avvistò tanti amici, magari affacciati fra i "ciuffi" d'erba, appesi "penzoloni" a un ramo, o "sguazzanti" con soddisfazione dove l'acquoreo corso fa un "giubbotto" alle caviglie. Sotto la cupola "frondosa" d'una rovere, intravide persino la "lontra" e la "moffetta" lanciare una "sfida" di "briscola" alla "donnola" e al "furetto".

La "pellicciosa" crociera si protraeva ormai da varie "pelliccevoli" ore, e la faccenda si stava facendo oltremodo "pellicciata", anche per una "pellicciarda" adusa alle espressioni più "pelliccione", qual era la "puzzola".

Fortuna che lungo il tragitto, la "puzzola" ingannò il tempo "sbocconcellando" pezzetti di "zenzero", frutto da lei assai gradito perché privo di "picciuolo". Vinse così la fame e la sua "insidia", fino a quando il "ceppo" incappò in un'"ansa" arrestandosi. Poco distante, un gruppetto di lavandaie se ne stava, dando sfoggio della propria alta maestria nell'arte del "se ne starsene", e curandosi nel frattempo anche del bucato.

Nascosto fra le "frasche" appena dietro le "ragazze", la "puzzola" notò un giovane. Non ci voleva la sapienza "olezzante" di suo cugino lo "zibetto" per capire che il ragazzo si stava "struggendo" per una delle belle lavanderine.

- "Peli", "alito", "polpastrello", "pollice" e "mignolo"! - pensò la "puzzola" - quel "giovinotto" di certo mira il "ricciolo" a rimirar di qualche "donnesco" "pertugio"! -
Si avvicinò un po' circospetta, un po' "circospuzzola", e vedendo il ragazzo a quattro zampe, lo interrogo circa il suo portamento "arcano".

Quegli si mise a "sciorinare" doglianze d'amore: 
- Son perdutamente invaghito di quella giovane lavandaia, ma per la vergogna non oso dichiararmi, perché oggetto supremo del trasporto mio è il suo "cavo popliteo" -

La "puzzola", all'udir simili titubanze, si sentì d'incoraggiare lo spasimante: - Non tentennare qui nel "muschio", falle vedere quanto sei maschio! Vai, non essere "orso", di vasta audacia inghiotti un bel "sorso"! -

Preso il toro per le corna, il giovane s'inoltra verso la bella, ma nella "miscellanea" d'emozioni, lo tradisce un "borborigmo". Giunto infine al cospetto di lei, intimorito come al portone d'una reggia, non sa trattenere una gran "scoreggia".

Ma qui mirabile, inusitata è la sorpresa. Come per telepatico intendimento, cagionato dall'anti-impresa, ecco la donzella proclamare:
- Oh ipersensibil cavaliere, farvi dono del mio poplite è per me dolce dovere! -

E giù la la "puzzola" a "gigioneggiare", "burleggiando" fra di sé:
- Mamma mia che eccelso "sfiato"... e io che mi credevo in gran difetto, se ogni tanto mi scappa un "fumetto"! Di certo lui non le ha suonato il "liuto", ma l'ha presa diretta per il "fiuto"! Non sarò più fuori moda, se sollevo un po' la "coda"!

E dopo averne così viste un sacco e una carrettata, verso casa la "puzzola" si lancia ch'è una "schioppettata". Non vede l'ora di raccontare al "ghiro", al "lattonzolo" e alla "faina", che "sinfonia" si suona laggiù in fondo alla stradina, sotto la cappa della foresta tremula, giusto svoltato l'ultima "primula".


domenica 10 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 18 - "Piccoli lampi di felicità linguistica"

"Un pensiero al giorno"

18 - "Piccoli lampi di felicità linguistica"

Certe parole le adoro, perché sono capaci di fondere insieme una sonorità elegante e il gioioso rimando innescato dal loro significato vero e proprio. A volte mi piacciono invece perché trovo il loro suono irresistibile, così, senza troppa preoccupazione per il senso.

Vado matto ad esempio per la parola "puzzola". Non ne ho mai vista una dal vero e mai gradirei trovarmi nel raggio d'azione delle sue ire gassose, ma questo per me è proprio uno dei casi in cui la grazia della parola si riverbera in simpatia sulla bestiola relativa. Fra i miei beniamini, c'è anche il termine "fuffa": una delle etimologie possibili pare essere "garbuglio di fili", da una parola d'origine toscana ancor più bella, "fuffigno".

Mi strapiacciono tante parole legate a parti del corpo umano. Qui il significato gioca un ruolo decisivo, ma non sempre. Irresistibile è "pancia", una parola che solo a sentirla pronunciare o a vederla scritta, ti mette il buon umore. Di stratosferica bellezza anche "tetta", una parola, mille mondi: l'infanzia, la sensualità, la vita, l'eros. A tal proposito, per dimostrare di non essere "di parte", bensì di stare facendo un discorso sulle pure parole, aggiungo che non mi garba tanto la parola "capezzolo", pur ammirando a dismisura il corrispettivo anatomico concreto reale (e femminile).

Sempre in ambito corporale, mi piacciono un sacco "peli", "alito", "polpastrello", "pollice" e "mignolo" (meno gli altri tre, anulare e compagnia, hanno nomi troppo burocratici).

Una delle parole-meraviglia più intense per i miei gusti deriva sempre da "pelo" o "peli", anche se esula dall'umano in senso stretto. Mi riferisco a "pelliccia": non so come mai, ma "pelliccia" mi fa letteralmente impazzire (sempre e rigorosamente se immaginata indosso al corrispettivo animaletto vivente). "Pelliccia" è gioia verbale concentrata, con tutte le sue varianti ancor più acrobatiche per profilo sillabico: "pellicciotto", "pelliccetta", "pelliccione", oppure anche sotto forma di neologismi che non fanno troppe difficoltà nel lasciarsi creare, come"pelliccioso", "pelliccevole", "pellicciato", "pellicciardo", e come questi se ne possono creare a volontà.

L'italiano è già una lingua strepitosa di suo, e poterla parlare da "nativo" credo sia uno dei più grandi privilegi che possano toccare in sorte su questa terra. Ma a volte penso di avere una particolare fortuna nella fortuna, a essere un parlante italiano, perché mi offre il gusto di poter pronunciare la parola più bella al mondo per indicare una delle bestioline a me più care: il "gatto". Tra "gatto" e "pelliccia" non so quale mi rapisce di più. La "pelliccia"del "gatto" è il massimo dei massimi espressivi.

Si danno poi casi di parole non propriamente esaltanti per il significato, ma molto simpatiche in virtù di un equivoco non detto, serpeggiante in sottofondo. Suonano infatti simili ad altre parole, seppur del tutto diverse; magari sembrano una loro versione stropicciata, e ne nasce una giocosa confusione. Un esempio è "posticcio". Non indica nulla di lusinghiero, dà un'idea di fasullo, di camuffato. Eppure, confuso con la parola "posto" (che di certo etimologicamente c'entra qualcosa), può suggerire espressioni scherzose, tipo: vieni che ti porto in un bel posticcio.

L'elenco di parole fascinose sarebbe sterminato, ma non voglio dilungarmi oltremodo. Chiudo allora con una raffica di commiato, come nella miglior tradizione degli spettacoli pirotecnici: "rimuginare", "fluitato", "ciccia", "sciabordio", "donnola", "ricciolo", "gaudio", "afrore", "orso", "donna", "sciorinare", "sfiato", "furetto", "pertugio", "lontra", "schioppettata", "zibetto", "giubbotto", "gigioneggiare", "moffetta" (altrettanto bello di "puzzola"), "liuto", "coda", "faina", "muschio", "olezzo", "insidia", "lattonzolo", "sinfonia", "primula", "ghiro", "miscellanea", "borborigmo" e, per armonica conseguenza, "scoreggia".


sabato 9 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 17 - "Al riparo di una cappa di nulla sottovuoto"

"Un pensiero al giorno"

17 - "Al riparo di una cappa di nulla sottovuoto"

Ci sono giornate che dal cielo viene giù il massimo dell'indecisione, sotto forma di pioggerellina a singhiozzo. Il tempo si rotola stancamente sul suo divano di nubi grigie e latte, in un ondivago "piovo-non piovo". Quando questo diffuso sentimento etereo coglie a terra talune personalità che hanno fatto della titubanza quasi una filosofia di vita, ne conseguono buffe cose.

Per chi è solito spostarsi in bici, si pone il primo arduo dilemma: portarsi dietro o no l'ombrello. A me due gocce in realtà non darebbero fastidio (se rimane nei patti che si limitino a due). "...Rain rain rain / I don't mind / shine shine shine / the world is fine..." non a caso sosteneva il poeta ("Rain" - The Beatles - 1966).

Il cruccio maggiore è per gli occhiali. Non sopporto che si infiocchettino di pallini umidicci. La mia condotta etica di uomo della pioggia, al primo articolo del proprio codice, recita dunque: ombrello sempre.

Il fatto è che con la pioggia molto rada, si esce spesso dallo stradello di casa mentre cadono dieci gocce a chilometro quadro, e dopo ventitré pedalate di numero, l'elargizione pluviale cessa del tutto.
A quel punto, secondo amletico dissidio: chiudere l'ombrello oppure proseguire nel proprio vagare a paratia spalancata, rinfocolando vieppiù la nomea di fesso accreditato, conquistata con anni di condotta da irreprensibile individuo assai poco normale?

Quasi sempre scelgo la seconda soluzione: la mia marcia continua fieramente a ombrello sbandierato a riparo del nulla. Non solo per la pigrizia di fermarsi e chiuderlo. Ma per una motivazione più intima, legata al desiderio di porsi in sintonia con le onde armoniche del surreale puro.

Anche se non portano al suolo nulla di idrico infatti, queste giornate dal tempo temporeggiante recano con sé di solito un'aria alquanto fresca. Sotto il tubo volumetrico di quel tetto di tela con frange a lembo di pipistrello, si forma allora un'immaginaria cabina di tepore.

È bellissimo proseguire la pedalata nella fierezza di ostentare la propria stupidità agli occhi dei passanti. Perché se già fare una cosa inutile può riempire d'orgoglio, farne una poetica aggiunge un valore inestimabile al gesto.

E ci vuole un attimo a quel punto a pensare di essere un "supereroe termico" protetto dalla sua cortina di protezione, in grado, fra le tante sue speciali proprietà, di frapporsi alle frequenze del visibile. La tentazione del fantastico sfiora vette tali, che ancora un po' e ci si azzarderebbe a far gestacci o smorfie assortite, oppure ad aprirsi la patta di fronte a chiunque s'incontri, tanto intensa è ormai la "quasi certezza" di non poter essere visti da nessuno.

Alla fine, giunge puntuale e impagabile la soddisfazione di sapere che la gente ti ha contemplato come un idiota vagante ad ombrello aperto per "non bagnarsi di asciutto", mentre invece stavi solo completando una tappa del tuo tour di ciclo-poesia.