domenica 31 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 126 - "La miglior difesa è l'assurdo"

"Un pensiero al giorno"

126 - "La miglior difesa è l'assurdo"

Cambiano le stagioni, passiamo attraverso afe, geli, piogge, nevi, cieli tersi o bigi, ma quelli che non passano mai sono i rompicoglioni telefonici che ti vogliono vendere qualcosa.

Lo saprete meglio di me, come funziona. Chiamano cento volte, anche se per novantanove gli avete già detto di no. Vogliono sapere la rava e la fava: e ci tiri fuori la bolletta (che se abitate in zona dialettale dove "bolletta" vuol dire anche "timbro" personale impresso sulle mutande, non è un gran bel sentirsi chiedere), e chi è il titolare della linea, e chi usa il pc, e chi insuffla la potassa, e chi stasa i tubi, e l'accidente de li migliori tuoi (come avrebbe detto Brancaleone da Norcia).

Insomma, alla faccia dei diritti dei consumatori (una delle parole più brutte della storia dell'umanità), della privatezza, ma anche solo della logica umana, questo sistema mi appare sempre più come un'assurdità bella e buona.

Come ci si può difendere dall'assurdo? Forse il solo modo sarebbe controbattere con altrettanto assurdo. Non credo che avrò mai il coraggio, ma sarebbe molto bello, le prossime volte che chiamano, sfoderare certe perle surreali, da farli rimanere di stucco (se fosse stucco, ciò che depositiamo ogni mattina nel gorgogliante fondo del trono di ceramica).

Ci sarebbe da sbizzarrirsi, un po' per tutti i gusti.

- Pronto? In esclusiva per lei il nuovo abbonamento a Spatafly Tv, a soli 25 euro 99 centesimi e uno sputo al mese: film, serie tv, sport, documentari, tutto...
- No, grazie, vede...il mio Comune è molto avanti, ha organizzato un servizio gratuito di ombre cinesi a domicilio...quasi tutte le famiglie stanno dismettendo la televisione...vengono casa per casa questi addetti comunali, che mimano contro il muro, con le mani, le storie più emozionanti...non tornerei indietro per niente al mondo: Hd? Streaming? On demand? In der cul? No, no...Niente da fare...le ombre cinesi e nulla più!!!

- Pronto? Le proponiamo internet ultraveloce...quasi non dovrà nemmeno cliccare, scaricherà dati alla velocità del pensiero...
- No, guardi, non mi interessa, si figuri...il mio paese sta promuovendo un ritorno graduale all'età della pietra...abbiamo ricominciato a scrivere coi caratteri cuneiformi, su tavolette di ardesia...c'è una grossa discussione, ogni sera, nel consiglio dei dieci saggi, se mantenere la ruota, o riprendere l'uso del traino su tronchi allineati...nei negozi, vanno per la maggiore l'acciarino e lo sbuccia patate in ossidiana...anzi, scusi, ora la lascio, devo scappare che il brontosauro mi reclama la biada...

- Pronto? Qui è la "Flash'n Spuss", società fornitrice di luce e gas sul mercato libero e bello...parlo col titolare della bolletta?...
- Cosa, scusi? La ricetta?...
- La bolletta!!! Della luce!...
- C'era il duce? Allora è passato un bel po' di tempo...
- L'ULTIMA FATTURA!!! LA FATTURA DELL'ELETTRICITÀ!!!
- La cintura di castità?...ma siamo andati ancora più indietro adesso?...

Eh già...sarebbe bello. Il fatto è che non avrò mai il coraggio. Ma per essere bello, sarebbe bello.


sabato 30 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 125 - "Trans-bodale"

"Un pensiero al giorno"

125 - "Trans-bodale"

Quanto ho scritto stavolta fa davvero schifo. Capita a tutti una giornata no.

Volevo fare una robetta in forma quasi-poetica. Non sono un poeta, non voglio offendere chi lo è veramente. Diciamo che mi piace ogni tanto mettere giù sequenze di parole, andando a capo a sorpresa e seminando rime qua e là. Questo faccio io, che è ben diverso dal fare poesie.

Ad ogni modo, la quasi-poesiola ce l'avevo già tutta in mente. Solo che col caldo che fa, e un po' per pigrizia, non mi usciva. Sentivo di possederne il senso, ma non si lasciava mettere dentro la forma che mi sarebbe piaciuta.

Allora, farò una cosa che con le poesie, dicono, non si dovrebbe mai fare. Ve la spiegherò, ve la racconterò. Perché se questo è vivamente sconsigliato con le poesie già fatte, mi sento almeno di poterlo fare con una che manco è mai nemmeno venuta alla luce.

Il titolo in realtà ce l'avevo. Doveva chiamarsi "Trans-bodale". Sarebbe stato un neologistico gioco di parole (un po' bruttino) con il termine inglese che indica il corpo, "body". Oltre il corpo allora, "trans body", a significare lo stupore del poeta di fronte alla meraviglia del corpo femminile.

In realtà ancora, avevo ipotizzato anche i primi versi. Facevano così:

In te tutto è paesi esotici 
onda di risacca e sobborghi erotici
mille e un continente 
dall'ovest di una spalla,
sino all'altra, in oriente.
Dall'Europa della tua bocca
traspirano frasi 
Dall'Africa della tua lingua
sospiri umidi e pensieri
L'Asia dei seni è un arabesco
la punta al caramello
sapor di pesco.
Colonne d'Ercole le gran cosce
chi naviga oltre non teme ambasce.

E tuttavia qualcosa qui s'inceppava. Tutti immaginano dove si sarebbe andati a parare. L'inaffferabilità del contrasto tra fisico e angelicato, in una sola unica creatura: la donna.

Ma ogni parola usata sarebbe stata impotente di fronte al mistero. Un mistero veramente tale, chiede forse soltanto di essere taciuto. Certo, è dovere e vanto di ogni poeta e artista, non arrestarsi mai di fronte a nessun "ineffabile".

Il poeta vuole dire anche ciò che è sommamente inenarrabile. Gli enigmi della vita sono il suo pane, se ne ciba avidamente. Il mistero della femminilità, lo hanno indagato per secoli, eppure per ciascuno rimane sempre una parola ulteriore da dire.

Ma oggi, nella sfida tra il non dicibile e le parole, ha vinto il non dicibile (...anche se questo finale fa un po' "Man vs. food").




venerdì 29 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 124 - "Romanzotti e oltre"

"Un pensiero al giorno"

124 - "Romanzotti e oltre"

Riprendo un piccolo esperimento narrativo già tentato tempo fa. La sfida consiste nello scrivere minuscoli "romanzi", utilizzando al massimo otto parole. Se poi sono meno, tanto meglio. Come vedrete leggendo, per l'occasione credo di aver stabilito il mio record: un romanzo pulce di sole due parole (è il numero 12).

In tutto ho scritto 21 romanzotti. Per ciascuno, ho specificato il genere e ho messo ovviamente il titolo, dandomi in questo caso la regoletta di un massimo di due parole per titolo.

Buoni romanzotti a tutti voi!

1) Romanzotto neorealista 
"Domesticare"
Pioveva da giorni. Minestrone...

2) Romanzotto neomoderno
"Visuali"
Si ritrasse davanti e dietro, era biselfie.

3) Romanzotto algebrico
"Quadrilateri"
Abbracciati sotto la radice quadrata, estraevano amore diagonale.

4) Romanzotto dell'amor sensuale
"Rimembro"
Sulle unghie, l'universo, fragranze di una notte.

5) Romanzotto labirintico
"Alterazioni" 
Osservo la radio, l'immagine è sfocata.

6) Romanzotico 
"Salotto globale"
Col pene in mano, praticava sport.

7) Romanzotto fantascientifico 
"Mutazioni"
La giraffa blu squittì. L'astronave fece rientro.

8) Romanzotto onirico
"Salda mente"
Stringo l'infinito in pugno. Fuori, l'aria.

9) Romanzotto generazionale
"Eroicismo"
Per scaldarci, in inverno, osavamo.

10) Romanzotto intellettuale 
"La via"
Libri, libri, libri, libri, libri, libri, libri...espansione.

11) Romanzotto d'appendice 
"Il puro"
Non aveva cuore, né fegato. Solo naso.

12) Romanzotto surreale 
"..."
"Precipitevolissimevolmente!". Zitti...

13) Romanzotto situazionale 
"Pelle"
Tenne la conferenza nuda. Mille ascelle fradice.

14) Romanzotto di viaggio 
"Orizzonti" 
Un cagnolino pisciava sull'uscio; in rada, il transatlantico.

15) Romanzotto erotico 
"Ambo lessi"
Fusi in uno, orgasmarono paludi.

16) Romanzotto simbolista 
"La traccia"
Introduzione, svolgimento, epilogo. Il tema umano.

17) Romanzotto di formazione 
"Rivoluzioni inchiostrate"
Scrivevano frasi sui loro corpi, per sentirsi libri.

18) Romanzotto eromantico 
"Agnizioni"
Un fremito al perineo, li sorprese anime gemelle.

19) Romanzotto western 
"Predestinato"
La pallottola sfiorò Jack Afternoon. Scoccava mezzogiorno.

20) Romanzotto horror 
"Bruttura"
Scricchiolavano i cardini. La mano sbucò. Era pelosa.

20) Romanzotto metafisico
"Sentori"
Scalpiccio inatteso, nel buio. Le pareti respirano.

21) Romanzotto ermetico 
"Battiti"
Nel cuore della notte, pulsa: ventricolo di ansie.


giovedì 28 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 123 - "Paese diffuso"

"Un pensiero al giorno"

123 - "Paese diffuso"

Si parla di tessuto sociale, ed è una buona metafora. Il tessuto si presenta in più parti lacerato. La sua trama è troppo larga. Eccessivo è lo spazio tra la dimensione individuale e quella collettiva (ovviamente, facendo un discorso general-paradigmatico).

Per molti, per troppi, dallo stato di individuo, o se va bene di famiglia, o di componente di una piccola cerchia di amici, si balza direttamente al panorama sociale vasto. Manca quella dimensione intermedia di comunità ristretta (ma al tempo stesso completa) di riferimento.

Non si tratta del solito ragionamento ritrito e limitativo che contrappone vita di provincia a vita di città. Il fenomeno riguarda entrambe le realtà. Gli individui o i loro gruppetti ridotti, si sentono isolati in campagna quanto nelle grandi metropoli.

Se la trama sociale non viene rammendata, rimarrà sempre costellata di falle e tenderà alla fragilità che conduce a una miriade di strappi. Ovviare alla cosa appare quasi come la più grande delle utopie. Servirebbe uno sforzo immane, politico e culturale innanzitutto.

A parte alcune grandi personalità eccezionali, l'uomo comune può incidere esistenzialmente su un perimetro ridotto. Le sue azioni portano cambiamenti piccoli, ma hanno bisogno di un riconoscimento proveniente da una dimensione sociale proporzionata ad essi.

L'uomo comune ha bisogno di vedere che i suoi piccoli contributi quotidiani, nel lavoro e come figura sociale, producono un esito costante. Questo può avvenire solo se c'è un "intorno" sufficientemente commisurato ai limiti individuali di cambiamento delle cose. Così si alimenta il circolo virtuoso della fiducia in sé.

Questo, ribadisco, si può ottenere solo se c'è una comunità a misura di vita comune, ben riconoscibile da parte degli individui, e in grado di suscitare in loro senso di appartenenza.

Poi, ciascuna di queste piccole comunità in sé complete, efficaci e identitariamente armoniche, andrà a formare il cerchio sociale più vasto delle città, delle regioni, delle nazioni, e così via. Ma se mancano quei mattoncini di dettaglio, l'edificio scricchiola, vacilla e rischia crolli qua e là, lungo il suo tessuto murario.


mercoledì 27 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 122 - "Pasticche filosofiche per il mal d'amore"

"Un pensiero al giorno"

122 - "Pasticche filosofiche per il mal d'amore"

A tutti nella vita prima o poi capita di salire sulla corriera dell'amore. C'è chi non ha il biglietto, chi ha l'abbonamento, chi è esente da tariffa e chi proprio tenta la truffa. Ma quasi a tutti capita prima o poi di soffrire di "mal d'auto amoroso". Allora non si sa bene cosa fare: se si rimane a bordo, si aggrava la nausea; se si scende a terra, ormai il malessere è avviato e in ogni caso c'è da patire.

Da qualche anno tuttavia (circa 2500...anni, voglio dire), sono a disposizione delle pratiche pasticchette filosofiche, per alleviare il disagio del passeggero della corriera dell'amore.

Una delle più diffuse ed efficaci è la Berkeleyina, nota anche come il cachet del "esse est percipi". L'innamorato respinto sa che la sua lei vive ormai bene soltanto dove non c'è lui (il discorso vale ovviamente anche scambiando la polarità del femminile con quella del maschile). Viceversa, lui starebbe bene dove c'è lei. Ma se lui non percepisce quel "dove", esso non esiste, e di conseguenza si attenua un po' la nausea da corriera.

Altra portentosa pastiglietta è lo Humezil, che contiene principi attivi estratti direttamente dall'albero della critica del concetto di causalità. Chi si ritrova abbandonato per l'ennesima volta sulla corriera dell'amore, patendo la nausea più fastidiosa, con una compressa di Humezil può innanzitutto sapere che se una causa A ha prodotto l'effetto B per un milione di volte, la milionesima volta e una, potrà produrre un effetto diverso, e questo fa calare già un po' la nausea.

Per completare l'effetto dello Humezil, occorre abbinarlo a qualche goccia di Epicurello spray nasale. Inalato ben a fondo, quest'ultimo inonda tutto l'intimo di una salutare consapevolezza: quando c'è l'innamoramento, non ci siamo noi (perché attraversiamo una fase fuori di testa); quando invece non siamo innamorati, siamo presenti noi, e in qualche modo anche questo ha i suoi aspetti positivi.

Con questa pratico "kit lenitivo", si può insomma salire sulla corriera dell'amore con un po' meno d'ansia. Non "troppo meno", tuttavia. Perché se sulla corriera scegliamo di salire, alla fine lo facciamo anche per il gusto di assaporare un po' di patema e batticuore.



martedì 26 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 121 - "Mel Anzana"

"Un pensiero al giorno"

121 - "Mel Anzana"

Oggi solo due pensieri strani su una foto. L'ho già presentata ieri, ma la recupero (solo con una variante di sfumature) per la curiosità che credo susciti.

Si tratta di melanzane, ovvio, ma del tutto casualmente sono uscite in una posa bizzarra. D'accordo, la malizia starà anche tutta nell'occhio di chi guarda, però non c'è dubbio che le due violacee sagome globulose risultino ammantate da una sorta di metafisica sensuosità.

Ricordano un po' una scultura di Henry Moore, e al tempo stesso evocano penzolamenti e impennate che possono essere comuni sia alle peculiarità intimo-gravitazionali femminili, sia a quelle maschili.

In queste melanzane, c'è anche qualcosa del Picasso delle corpulente "Due donne che corrono sulla spiaggia" (1922). Oppure, ricordano la levigata, quasi immateriale anatomia tondeggiante di Fernand Leger, o ancora l'opulenta carnalità di un altro Fernando pittore: Botero.

Se fossero una scultura o un quadro, e non due melanzane...anzi no: se fossero due melanzane, anziché una scultura o un quadro, mi divertirei a intitolarle così: "Amplesso metafisico gino-andro-clitoglando-natichiappo-tettipendulo-caperezzolo-virilirto-violamore".

Sono due semplici melanzane, ma nel loro placido rigoglio vegetale ci ricordano l'essenza comune, di fondo, da cui tutti abbiamo tratto origine. Siamo maschi e femmine, nella nostra identità esistenziale in formato conscio e vigile. Questo sarebbe ingiusto e pericoloso scordarlo. Ma nel nostro remoto profondo, proveniamo tutti dalla stessa, unica fonte dell'"Essere".

Tanto che i nostri tratti, le caratteristiche e le propensioni esteriori, ancora si confondono in una gioiosa sarabanda d'anatomie incrociate e di attitudini spirituali mescolate.


lunedì 25 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 120 - "James Bondaggio"

"Un pensiero al giorno"

120 - "James Bondaggio"

Non sarà la stessa cosa, ma se Picasso diceva: "...A dodici anni sapevo disegnare come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino...", dal canto mio, mi sento invece di poter dire che ci ho messo pure io un sacco di anni per riuscire ad apprezzare un po' i film di James Bond.

Non mi erano mai piaciuti, li ho sempre trovati stucchevoli e noiosi. Ma forse era solo perché non avevo mai azzeccato la chiave di lettura giusta. La quale, forse finalmente l'ho capito, non è nient'altro che la "chiave di vacca". Nel senso che i film di 007 sono delle gran "vaccate di spirito" e come tali vanno presi.

James Bond sta a metà strada tra l'assurdo, il surreale e le atmosfere da ganassa milanese (o sborone romagnolo, a scelta). Quando ordina un Dom Perignon del '57 e caviale del Volga, ti fa quasi tenerezza, e vorresti essergli vicino per potergli domandare: "...Ti posso toccare?...", e poi, assettandogli una gran manata d'affetto sulla spalla: "...Ma vai a cagare, va'!...".

In questo quadro, sono stato letteralmente affascinato dai nomi dei vari personaggi. Sono un vero e proprio florilegio di sonorità barocche, ridondanti, grottesche, beffarde e un po' stupidine quanto basta.

Sotto questo profilo, si distinguono due categorie peculiari. Quella dei nomi delle fatalone, e quella dei nomi dei cattivoni.

Fra le prime, alcuni esempi memorabili sono Pussy Galore, Tiffany Case, Mary Goodnight, May Day, nonché l'inossidabile segretaria eterna sospirante per Bond, miss Moneypenny.

Fra i birbaccioni invece possiamo annoverare i clamorosi Marc-Ange Draco, Ernst Stavro Blofeld, Emilio Largo, Grunther, Dr. Julius No, Saxby, Dr. Kananga, Francisco Scaramanga.

Con nomi del genere, l'intento sarcastico, caricaturale, espressionistico-buffo-bizzarro è più che evidente. Mi sono divertito allora a immaginare nomi di mia invenzione, per andare ad arricchire il giardino gino-andrologico jamesbondiano.

Fra le bellone non potrebbe mancare la duchessa Ascellia Spieziovna, femmina fatale che attira i maschi nella sua trappola dei sensi, grazie alla possanza aromatica del suo fascinoso fisico. Flufy Fluffensteinberg, graziosa ereditiera della fortuna del multimiliardario magnate della produzione mondiale di cotton-fioc, Gheodevo Fluffensteinberg. E poi, Codigna Fredgnafi, esperta di arti marziali e cuoca sopraffina di pietanze piccantissime. E ancora, Florilú Bulabelle, dalla parvenza molto ingenua, ma che si rivelerà l'amante più focosa mai incontrata da Bond (dopo una sessione a letto con Florilú, 007 dovrà concedersi due settimane di ricovero alla casa di cura "Mandrillo Mojo").

Tra i birbaccioni non potrà mancare Goduro Svienner, ex venditore a domicilio di aspirapolveri, incattivito e instupidito dal mestiere, con la fissa di sommergere il mondo di spazzatura. Jolando Seghbubo, già agente del KGB, attualmente ha costantemente problemi col WC. Sfinterugo Kratabanz, un pazzoide convinto che per il bene dell'umanità, sia auspicabile l'avvento di un dominio planetario della mela come razza padrona. Leozepp Milong Zippo, contrabbandiere di biancheria intima sexy, per conto dei trafficanti abusivi del repressivo staterello di Smutandonia.

Questi sono i pochi che sono venuti in mente a me, ma ciascuno si può divertire, da solo o ancor meglio in compagnia, a inventarsi le sue bellone e i suoi birbaccioni di James Bond fatti in casa.

domenica 24 luglio 2016

"Un pensiero al giorno"

119 - "Chi cura la malattia, se la malattia è la cura stessa?"

Oggi non ho nessun pensiero particolare, mini-racconto o facezia da riferire. Senonché, la mente è stata occupata molto in questi giorni dai gravi fatti che si sono susseguiti, sino all'ennesimo scempio di ieri, a Monaco.

Non si sa davvero dove sbattere la testa. Il fenomeno è di una complessità sconvolgente e le acque si sono ancor più intorbidate, dopo la dinamica della strage nel centro commerciale tedesco. Senza voler negare o fraintendere o confondere le effettive responsabilità, laddove le si possono individuare con precisione, viene però da domandarsi: dove sta davvero il nemico, se un qualsiasi depresso, instabile, fragile di mente può andare e sfogare le sue frustrazioni facendo una carneficina?

Ci tengo a sottolineare: io son solo un comune osservatore, la mia opinione vale più o meno quella di un normale "pontificatore" da bar, ma un paio di cose mi sento di dirle.

Pur nella differenza abissale fra i due fenomeni, c'è anche un'inquietante similitudine tra la follia terroristica e quella che esplode nell'uccisione di mogli, fidanzate o altri congiunti strettissimi. D'accordo, la prima è frutto molto spesso di fredda pianificazione, mentre la seconda scaturisce da raptus improvvisi. Ma in entrambi i casi, ci sta dietro un disprezzo assoluto, nichilistico all'ennesima potenza, per la vita umana. L'attentato di Monaco rappresenta, in un certo modo, uno "scatto di complessità": ha fuso con ancor più indistinzione le due tipologie di fenomeni. Alla base c'è l'insensatezza pura, la volontà di distruzione totale del proprio orizzonte esistenziale. Così come in quasi tutti gli atti di "autolesionismo familiare", lo sconvolto giovane attentatore si è alla fine suicidato. Siamo di fronte a una vera e propria volontà di annientare la realtà.

Se mai si giungerà a una soluzione di questo che si profila come uno dei più profondi intrichi nella storia dell'umanità, ci si deve sforzare dunque innanzitutto di ricalibrare il punto di vista da cui considerare il problema. È umano (troppo umano, avrebbe detto qualcuno) cercare di individuare un "nemico esterno", il classicissimo capro espiatorio che ci dia l'illusione di stare combattendo contro qualcosa di tangibile, di avere di fronte un qualche bersaglio concreto da abbattere.

Ripeto: le cause concrete ci sono anche, eccome. L'Isis non è una barzelletta, la questione migratoria è un problema immane, e altrettanto gravi sono le condizioni di ingiustizia patite da tanti popoli soggetti a regimi disumani. Questi e tanti altri fattori sono tra le principali concause.

Ma il corpo sociale cosiddetto occidentale, dovrebbe prima di tutto rendersi conto che una considerevole parte della magagna ce l'ha in seno.

"Ineguaglianza" credo sia una delle parole chiave. La quale passa a sua volta attraverso un'altra espressione cruciale: "ricalibrazione dei valori". Troppe persone vivono vite da "funzionari di un apparato". Non trovano senso alcuno nel ruolo in cui sono inquadrati, perché spesso il senso stesso a cui sono asserviti non ha nulla a che fare con i desideri, le aspirazioni, le intime speranze genuinamente tipiche della natura umana.

Una volta assicurate le condizioni per dignitose condizioni di vita (e le attuali ricchezze disponibili al mondo potrebbero con ogni probabilità essere sufficienti per tutti), l'uomo non può vivere senza il riconoscimento dell'altro, senza fusione armonica in una comunità, senza amore dai suoi simili, senza poter esprimere e riconoscere il proprio contributo al mosaico umano in cui è incasellato.

Più di ogni altra cosa, forse, è necessario rivalutare i punti di riferimento a breve raggio, quella dimensione "rionale" del vivere, che tanto nel paesino, quanto nella grande città, faccia sentire ciascuno davvero parte di una rete di piccoli nuclei umani solidali, compatti, omogenei, a loro volta ben amalgamati alle dimensioni comunitarie di più vasta portata (regioni, stati, realtà internazionali).

Come di fronte a tanti problemi, allora, è questione di direzione da prendere: non solo verso l'esterno, ma anche e soprattutto verso "l'interno" di noi stessi.


sabato 23 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 118 - "Passatismi post-moderni"

"Un pensiero al giorno"

118 - "Passatismi post-moderni"

Icq, o "I seek you" ("Io cerco te"), era un programmino sul quale tanti hanno iniziato a prendere confidenza con il tipo di comunicazione scritta in stile chat-line. Mi pare che Icq esista ancora, ma è stato pressoché soppiantato del tutto da altri strumenti più evoluti, come Skype, whatsapp, Messenger, e così via. Per me icq è stata la prima chat. Mi piacevano tantissimo le sue faccine, gli emoticon, in particolare quelle delle prime versioni del programma.

Ora, io non faccio testo, perché sono un nostalgico militante, e rimpiango persino le unghie dei piedi che mi son tagliato ieri, ma le faccine di icq vecchio stile mi mancano. Anche qui la storia sembra ripetersi. Come nel passaggio dai film muti a quelli col sonoro, si lamentava una perdita di espressività, nonostante una povertà tecnica più marcata nelle primitive pellicole (ma in realtà, in virtù di essa); così mi pare sia successo con le faccine.

Colorite, vivaci, comunicative come quelle di icq dei primordi, per me non ce ne sono più state. L'iper-specializzazione tematica delle emoticon di adesso ha sollevato l'utilizzatore dal contributo di fantasia che doveva aggiungere di suo, per completare il portato emotivo di una emoticon. Icq aveva fondamentalmente un unico sorrisino standard, eccettuando le varianti sghignazzanti o simili, che riguardavano però altre espressioni. Il sorriso puro era uno, ma tra i due chattanti poteva assumere mille sfumature, a seconda del dialogo in atto e del clima comunicativo in corso.

Quel sorrisino possedeva poi un requisito quasi "magico". Naturalmente tutto era frutto della suggestione del momento, dell'entusiasmo di stare partecipando a una sessione di chat emozionante. Ma sta di fatto che, quando l'interlocutore (meglio se interlocutrice) ti lanciava un sorrisino e tu rispondevi col medesimo, le due faccine, pur essendo uguali spiaccicate come due gocce d'acqua lì affiancate sullo schermo, immancabilmente sembravano diverse. Molto più carina, graziosa, gentile, quella vicina al nome dell'interlocutore (...trice); goffa, impacciata, un po' imbarazzata, titubante, la propria.

Il sorrisino icq aveva un po' gli occhi di fuori, come se tutta la faccina fosse stata amabilmente strizzata, ma anche questo dettaglio sembrava diverso tra il proprio emoticon e quello altrui. C'era sempre un'impercettibile differenza di strizzamento oculare, che rendeva il tutto più faccinisticamente affascinante.

Poi, nel giro di poco tempo, iniziò la moda delle faccine in movimento. Le faccine icq classiche mie preferite erano assolutamente statiche. L'introduzione del movimento fu letale per loro, come quella del sonoro per il cinema muto.

In seguito, mi sono adeguato alle evoluzioni emoticali anche più sfrenate, e non posso negare di apprezzare tutte le attuali forme di faccinismo multi-variegato.

Però nel mio intimo, rimango un fedele nostalgico delle vecchie faccine di icq. Come Harold Lloyd non ha mai pronunciato una sillaba, loro non si sono mai mosse di un pixel, ma hanno sempre saputo dire molto, ma molto di più.



venerdì 22 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 117 - "Innominazioni degne di nota"

"Un pensiero al giorno"

117 - "Innominazioni degne di nota"

Ci sono tante emozioni, sensazioni, impressioni (definibili anche come "dimensioni interiori") ben classificate con un loro nome appropriato e circostanziato. Ansia, gioia, apprensione, stupore, insensatezza, e così via. Tutti abbiamo più o meno idea di cosa si parla, quando sentiamo simili parole.

Ci sono poi certe sensazioni che sono così articolate e complesse, ma al tempo stesso legate a circostanze estremamente particolari, da non essere ancora state riassunte in una parola precisa a esse dedicata.

Una di queste la definirei "sensazione del ritorno da una gita scolastica in pullman, fermi in coda in autostrada, all'imbocco di una galleria fra gli Appennini, mentre fuori cala l'imbrunire, col pensiero rivolto al giorno dopo, e il corpo tutto immerso in struggimenti esistenziali".

Per rendere conto di sensazioni troppo composite, ovviamente occorrerebbe scrivere una poesia, o un racconto, o un romanzo. Ma questa del ritorno dalla gita credo possegga una sufficiente portata universale e sintetica, da poter essere condivisa da molti.

La gita scolastica ci coglieva in un'età particolarmente contorta e spensierata insieme. Alla partenza, si era colmi di speranze e apprensioni. Al ritorno, una sorta di pace interiore mista a rimpianto, con un pizzico di delusione, ci sorprendeva immancabilmente. Per le troppe paure coltivate prima di partire. Per come avremmo potuto goderci meglio certi momenti trascorsi durante quel viaggio. Per come tutto sommato le cose erano filate discretamente, e andava bene così.

La fermata davanti alla galleria, per un qualche intoppo del traffico, che si sapeva tuttavia si sarebbe risolto presto (ma un minimo di dubbio persisteva sempre), calava poi su questo generale clima dell'animo, come un elemento di sospensione spaziotemporale particolare. Il pullman non si muoveva; l'autostrada, col suo carattere claustrofobico, impediva momentaneamente di immaginarci un altrove possibile; e tutto ristagnava di chiacchiere stantie che ormai non riuscivamo più a tirar fuori dalle labbra, fruste ormai come una cicca troppo a lungo masticata.

Con gli amici-compagni di viaggio avevamo passato fin troppo tempo, esaurendo ogni argomento di dialogo, e non si vedeva l'ora di essere di nuovo con persone diverse, almeno per un po', oppure di poter stare addirittura in sacrosanta solitudine.

Si prendeva per le prime volte confidenza con la sciagurata realtà, secondo la quale il tempo, sporadicamente trascorso con diletto insieme a certe persone care, si può tramutare in uno snaturato macigno, quando la compresenza si allunghi oltre una certa misura.

Avevamo potuto vedere amici e insegnanti sotto prospettive diverse da quelle che riconoscevamo loro sino a quel momento. E questo, al di là della fattispecie legata al momento in atto, era un importante insegnamento generale: le persone sono più complicate di quel che sembra e hanno mille sfaccettature.

Ecco insomma spiegato come mai, in virtù di tutte queste sue implicazioni fondamentali (e tante altre ciascuno ne potrà aggiungere di proprie, secondo la sua personale sensibilità), la sensazione denominabile "da ritorno da una gita scolastica" mi sembra degna di essere annoverata fra le più alte esperibili da animo umano.



giovedì 21 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 116 - "Nutria blues - FF SS - Fucking Fortunate Sixteen Summer"

"Un pensiero al giorno"

116 - "Nutria blues - FF SS - Fucking Fortunate Sixteen Summer"

Estate per caso
estate del caso
Estate refrigerata
a merda condizionata

Estate democratica
estate un po' selvatica
E intanto la Turchia
che ti epura anche la zia

Non si era mai bestemmiato
col nome d'un capo di Stato
Democrazia, democrazia,
per piccina che tu sia...
meglio che aver epurata la zia...

Saremo anche poco astuti
ma almeno facciamo la cacca seduti

- Se in unione volete entrare
fate la cortesia di non fumare
- Da noi cavi soldi come in miniera,
fumiamo e pipiamo a ciminiera
- Ops già, è vero, ma che sbadati
fumatevi pure i diritti calpestati!

E in lontananza fa eco la Turchia
ha fatto il purè epurando la zia

Preparo un bel golpe
e poi spando le colpe
Ben più efficace
di quintali di letame
Mezza nottata
e ti smerdo un reame

Volevo andarci con zia in vacanza
meglio di no
me l'epurano a oltranza

Colpe, colpe sparse
con otto mani imbastisco farse

- Ti diamo tempo fino a domani
per riportare i diritti umani
- Golpo e rigolpo,
sto in casa mia
- Ah...allora va beh, ma almeno
lascia in pace la zia


mercoledì 20 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 115 - "La giustezza"

"Un pensiero al giorno"

115 - "La giustezza"

Perché è importante, irrinunciabile, continuare a far studiare nelle scuole il greco, il latino e tutte le materie che potremmo ricondurre alla categoria della conoscenza "non applicata" (includendo anche la filosofia, la letteratura, la storia dell'arte e la matematica nei suoi aspetti più "puri")?

Prendiamo l'esempio di un ragazzino che debba vedersela con la scomposizione in fattori, con i quadrati dei binomi, coi radicali, le equazioni di primo e secondo grado, e così via. Questo giovane sarà chiamato a confrontarsi con la "giustezza" insita nelle cose della realtà. Nulla importa se poi nella vita mai più gli capiterà di risolvere un'espressione algebrica o un problema di geometria. Conta invece che acquisti la consapevolezza di un certo "senso di verità" scaturito dal secolare confronto intellettuale della mente dell'uomo con gli elementi in cui sta immersa la sua esistenza.

L'uomo da sempre sente il richiamo della "bellezza compositiva". Le cose della realtà si dispongono di fronte allo sguardo conoscitivo umano con una certa eleganza formale, a sua volta frutto di una effettività stringente di regole e meccanismi del pensiero, sposati agli equilibri rinvenuti nel mondo.

Linguaggi veri e propri, come il greco e il latino, o linguaggi in senso lato, come la matematica o la geometria, sono il frutto del meglio del confronto di altissimi ingegni, col "materiale" di cui l'esistenza è formata. Considerarle materie accessorie, o addirittura pretendere di accantonarle, equivale a un vero e proprio suicidio culturale.

Non si dà un "saper fare" che non sia preceduto da un "saper pensare". La cosa è talmente evidente e immediata da sfiorare quasi l'estremo della banalità. Eppure sembra crescere sempre più il numero di chi non lo capisce.

Conoscenza pura dunque, per una umanità migliore. E se vi trovate per caso di fronte (com'è quasi automatico) il classico frescone, già lì pronto con la ritrita domanda di rito: "...Ma a che cosa serve?...", sentitevi pure autorizzati a rispondere: "...Va bene...stai calmo, non è successo niente...fra poco è tutto finito...".



martedì 19 luglio 2016

"Un pensiero al giorno"

114 - "Matrioske a senso alternato"

Ognuno vive dentro il suo sé.
Dentro la pelle, i peli, i capelli.
Dentro i vestiti.
Dentro l'aria di una stanza.
Dentro quella stanza stessa.
Dentro l'edificio in cui la stanza sta.
Dentro un rione di case.
Dentro una cerchia di persone.
Dentro una comunità.
Dentro un paese.
Dentro una città.
Dentro un regione.
Dentro una nazione.
Dentro un continente.
Dentro l'atmosfera terrestre.
Dentro la galassia.
Dentro l'universo.

Ma in certi momenti, la distanza fra il ditone del piede e la punta dei capelli, la sentiamo più estesa di quella fra il sé e l'estremità dell'universo. Allora la matrioska "fa inversione di marcia" e si rivolge nella direzione contraria.

Tuttavia si possono avere due condizioni molto diverse. Opposte direi.

In un caso, il sé coincide con l'universo. Ne consegue uno stato di grazia, di pienezza, di completezza, un senso di "nulla rimasto fuori", di immensità commisurata a se stessi. A questa condizione non è tanto facile approdare, e tantomeno permanervi. Serve sviluppare un senso dell'equilibrio straordinario. Diventare un filtro esistenziale che soppesa con estrema saggezza e sensibilità il dentro e il fuori.

Poi c'è l'altro senso del "immatrioskamento" ribaltato. L'immenso è compresso dentro noi, ma lo subiamo. La sua potenza sfugge a ogni nostro controllo. Ci sopraffà, forza i nostri confini. Ci va stretto, nonostante sia tutto l'universo possibile. Di più non se ne può dare, di più non se ne può ottenere. Eppure non riusciamo a prenderci le misure, è continuamente troppo, o troppo poco. Nell'altalena di eccessi, di colpo l'universo in noi si auto-risucchia in una capocchia di spillo. Il vuoto di senso che così si crea equivale a una terribile depressurizzazione spirituale, uno svuotamento istantaneo, per cui il sé ci appare un luogo talmente smisurato, che l'universo dentro ci si perde.

La prima prerogativa pertiene ai grandi mistici; la seconda, "agli artisti maledetti". Nel mezzo, ci stanno le persone comuni, che si arrabattano come possono a giostrare, soppesare, convogliare, moderare, indirizzare, il senso del proprio ordine "matrioskale".


lunedì 18 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 113 - "Cammello top"

"Un pensiero al giorno"

113 - "Cammello top"

Io e le nutrie (credo si sia ormai capito che siamo diventati un'entità sola) veniamo spesso presi nel gorgo consumistico. Questo, per dirla nei termini apocalittico-scherzanti delle nutrie. Tradotto, significa più semplicemente che volevo prendermi un paio di sandali e mi sono recato nell'apposito magazzinone a tema scarpiero.

Questi luoghi di accumulo mercatale offrono sempre lo spunto per buffe riflessioni. Prima cosa, fa impressione trovarsi in una immenso stanzone (grosso come un mezzo campo da calcio) pieno zeppo di tutto lo scarpame immaginabile. Ma ancor più bello è considerare la gente, immaginare cosa pensa, osservare se stessi, immedesimarsi con gli altri, confrontarsi, e così via. Tutti lì con in mente la propria scarpa ideale, modello, colore, sagoma, misura, finiture.

Tutti lì alla ricerca del sacro "scarpaal" in cui infilare il piede. Tutti a scartabellare scatole di scarpe (o meglio, scarpabellare), a soppesare con l'occhio, a tastare con le dita, a valutare persino dall'odor di cuoio o di plasticone. Poi via, si dia inizio alla gran sagra della misurazione. E tutti giù, seduti sulle apposite panche a sfoderare piedi: piccoli, grandi, delicati, sudati, affusolati, quadrateggianti, asciutti, puzzettosi o asettici...si scatena un putiferio di piedi al vento, pronti a tuffarsi immantinente nella calzatura scelta, confidando con gran fede nel responso positivo della calzabilità perfetta.

In conclusione, se ci si pensa, si finisce per mettere il piede dove lo hanno messo decine di altri clienti, e il risultato è questo generale "darsi il cinque" podale che affratella tutti nel nome della confidenza più preterintenzionale possibile. Tra una suggestione filosofico-socio-fisica e l'altra, mi unisco anch'io al rito dell'orgia di piedi e comincio a valutare alcuni tipi di sandaletti.

Al momento della prova, le nutrie mi hanno preso un bel po' per il culo. I lavori di giardinaggio eseguiti in ciabatte nei giorni scorsi, mi avevano lasciato un bel ditone con tanto di unghia non proprio immacolata. Hai voglia a spiegare loro che l'avevo lasciata così nel nome dell'esaltazione della mia fierezza contadina: niente da fare, le nutrie hanno continuato a ghignare per dieci minuti buoni.

Ma ancor più ci si è divertiti a leggere il nome di un modello di sandali, riportato sulla scatola: "cammello top". Con le nutrie si è aperto subito un dibattito, quasi uno "scarpa-forum". "Cammello top" si sarà riferito alla parte alta del sandalo, intendendo che era color cammello? Oppure, era una specificazione sul tipo di cammello a cui s'ispira la tinta? Un "cammello al top", un cammello d'élite, un signor cammello, la creme della nobiltà cammelliera?

Il mistero poi si infittito, notando la dicitura su una variante dello stesso tipo di sandalo: "grigio top". Anche qui, era riferito a un grigio di qualità superiore, a una gamma di grigi privilegiati, o era da intendersi più semplicemente come "grigio topo"? E se quest'ultima era l'opzione giusta, c'era forse parentela tra il topo e il cammello? Era tutti e due esponenti di un'eccellenza faunistica momentaneamente prestata al mondo calzaturiero?

Insomma, alla fine mi sono preso il sandaletto cammello, ma una cosa è certa: ad andare a far spesa con le nutrie, il divertimento è garantito. Pensate che nel ritorno, guidando la macchina, avevo in mente il motivetto della canzone "Basket case", dei Green Day, e mi sono messo a canticchiarlo, mettendo al posto delle parole, le due frasette "cammello top" e "grigio top". E sghignazzavo da solo, mentre le nutrie, sedute sul lato del passeggero, mi davano pugni nei fianchi, sgridandomi: "...e piantala di fare l'asino, che il fieno costa caro...". 

Il che è tutto dire...


domenica 17 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 112 - "Creparietà"

"Un pensiero al giorno"

112 - "Creparietà"

Mi sono innamorato di una crepa.
Occhieggiava dal muro
della vetusta dimora.
Amor precario
di un ardore crepario.
Del precario d'una crepa
nulla si spreca.
Starà lì da cento anni
ma pare un attimo, e poi si schianti.
Gran pezzo di murale faglia
parietale maglia
trina sibillina
grafica fessa d'edile cortina.
Attrito di mattoni
mattonaio di torrioni.
L'intonaco intona un canto
trame di cotto per controfagotto.
Fuga nera nel profondo
da un filo d'ebano nasce lo sfondo.
Nel pomeriggio caldo di pece
l'incantesimo sciolse l'invece.
D'infatuazione muratoria
caddi preda
Neppure un minimale
attrito lì si spreca.





sabato 16 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 111 - "Buio"

"Un pensiero al giorno"

111 - "Buio"

Mente buia.
Buiamente.
Anima buia.
Bui'all'anima.
Buio al cuore.
Occhio buio.
Mano buia.
Buio dei sensi.
Buio di senso.
Buio mozzo.
Buio mezzo.
Buio intero.
Buio marcio.
Buio merce.
Buio marcia.
Buio sorcio.
Buio lercio.
Buio macero.
Buio suocero.
Buio degradabile.
Buio diesel.
Buio al cartoccio.
Buio da asporto.
Buio fast-food.
Buio alla moda.
Luce buia.
Buio buio.
Ego buio.
Cielo buio.
Buio culo.
Vita buia.
Buio d'umano.
Buio imploso.
Dio buio.
Sole buio.
Buio solo.
Buio tutto.


"Un pensiero al giorno" 110 - "Stan Chezza"

"Un pensiero al giorno"

110 - "Stan Chezza"

A un certo punto, ti scende addosso quella stanchezza che non è cattiva, e neanche tanto tangibile. Non è del corpo, ma nemmeno dell'anima, e tantomeno psico-fisica. La sensazione di essere un individuo quasi è svaporata via. Non esiste più stacco fra l'infinito delle essenze tutto intorno, e se stessi. Si diviene elemento fra gli elementi, sostanza indifferenziata in continuità col tessuto cosmico. È un tipo di stanchezza vasta, atavica, totale. Si sta come la navicella nel porto riparato, pronti a salpare per ogni dove, ma non ci sono forze per issare le vele. È come aver fatto cento chilometri a piedi, poi si guarda in giro, e non si è mosso un passo dal punto di partenza. Ma non c'è delusione. È svanito via anche lo stesso concetto di delusione. Scivolato nell'indistinto anche il medesimo meccanismo del concepire concetti. Si sta lì, nell'essenza del proprio essenziale. Cosa fanno la pioggia, il vento, la luna, il sole, una mela, un orso? La pioggia pioggisce, il vento ventola, la luna lunica, il sole sollazza, la mela melica, l'orso orsica. Lo stesso capita con questo tipo di stanchezza: non lascia altra scelta che continuare a sussistere in sé, pur nella cancellazione di sé. È una stanchezza che spaventa, ma solo quando non si conosce. Quando diviene familiare, si accetta come condizione inaggirabile. Essa è, e noi siamo lei. La non-senzienza, la non-desideranza, la non-volenza. Si può solo dimorarci in consustanziale stato. Prima o poi diventerà qualcos'altro.


"Un pensiero al giorno" 109 - "Bat night"

"Un pensiero al giorno"

109 - "Bat night"

Quando sta scritto che dovrai dormire poco, metti pure in preventivo grande scarsità di palpebre calate, e non ti sbaglierai.

Per quanto possibile, vista la calura, me ne stavo in relax di metà serata, rimirando un film coreano alquanto cupo. Finestra rigorosamente spalancata, date le premesse. Nel buio esterno, vedo ogni tanto volteggiare i rotanti sfioramenti di qualche giocoso pipistrello.

Ma poi il film mi prende, e dei topolotti alati quasi mi scordo. Se non fosse che ci pensano loro a presentarmi il promemoria. A un bel momento, per chissà quale balzano calcolo ultrasonico, ne piombano due di filato nella stanza.

So che sono bestiole innocue, e per di più, invece dei terrori Draculiani, mi ricordano le buffe atmosfere di "Hotel Transilvania", oppure l'episodio della Pantera Rosa che scacciava col flit il vampiretto nasuto in temporanea forma alata.

Ma vedersi ben due pipistrelli roteare sopra il divano, con te medesimo proprio colà sotto disteso, fa pur sempre la sua signora impressione. Schizzo dunque fuori dalla stanza e per il momento lascio loro campo vinto.

Torno dopo pochi minuti e non c'è più traccia di sventagliate circolari a mezz'aria. Come hanno infilato la finestra a entrare, l'avranno fatto anche ad uscire, e non ci penso più.

Niente, vedo finire il film e poi infilo la via del letto. La mia politica ronfatoria estiva prevede finestre chiuse, nel limite della tolleranza all'afa. Fino alla notte prima, ho bene o male dormito, per cui chiudo ancora senz'altro vetri e serrande.

Ma stavolta il sonno non viene. C'è meno aria del solito in stanza e dalla triplice pila dei libri sul comodino, sento provenire ogni tanto una specie di picchiettio da falena gigante: pat pat pat!

Accendo la pila e rispengo più volte...niente, nessuna traccia di farfalloni di sorta. Provo a ridormire, ma non c'è nulla da fare: pochissima aria e, in sottofondo, ancora "pat pat pat!".

Accendo allora l'abatjour e finalmente l'arcano si dispiega sotto forma di alette a mantello di un pipistrellino. Ecco cos'era!!! E dire che me lo aveva ripetuto più volte: non "pat pat", ma "bat, bat, bat!".

Batto io, ancora in ritirata nel corridoio (sta diventando un'abitudine troppo frequente) e attendo nuove dall'amico pipis, che intanto circumnaviga il lampadario col suo volo radar dinoccolato. Sbircio nella stanza: voli sospesi per un attimo. Entro dentro: ma che gentile! S'è posato su una tenda e con le ali spiegate mi regala un'esclusiva decorazione col logo di Batman.

Ma non c'è tempo di ammirare, che si riparte per un nuovo decollo (e io ancora espulso dalla "mia" stanza: ma allora è proprio un vizio). Poi cessa ogni sentore di bat-sbatacchiamento. Rientro cauto, e lo vedo a terra, ai piedi del comodino. Che sia andato a sbattere contro "Il castello" di Kafka, proprio in cima alla catasta dei miei tomi?

Di fatto sta lì sul parquet, una palletta scura avvolta nella sua mantellina, che fa tenerezza e simpatia. In un guizzo lo copro con la prima canottiera che mi capita sotto mano. Lo avvolgo delicato fra le mani e poi lo libero nel nero della notte, che è il suo regno d'elezione.

Alla fine lascio socchiusa la finestra, il buio sfrigola del cri di mille grilli, e da qualche parte, spazzolando la schiena alle tenebre, un pipistrellino si vanta con gli amici di aver fatto un bel "tre a zero" con quel gonzo di un umano.


mercoledì 13 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 108 - "Oggi silenzio, dietro uno sportellino"

"Un pensiero al giorno"

108 - "Oggi silenzio, dietro uno sportellino"

Avevo scritto una pseudo poesiola surreale, ma dopo aver sentito la tristissima notizia dei treni in Puglia, ho deciso di fare un turno di silenzio per oggi. Sul fatto non ho cose da dire, non saprei nemmeno cosa dire. Solo tanta mestizia e un pensiero per chi è stato colpito dal terribile incidente.

Lo so, succedono tragedie tutti i giorni, e in questo modo si dovrebbero dare due sole strade percorribili: o non scrivere mai nulla, o scrivere solo di tragedie. Ma credo siano questioni che non possono sottostare a un qualche tipo di contabilità emotiva. Si fa un po' come si può, con tutti i nostri limiti di umani. Bisogna pur sempre lasciare spazio alla frivolezza e alla levità, anche quando tutto intorno fa male. Non fosse altro che per puro spirito di sopravvivenza. Ma oggi ho deciso che faccio a fare silenzio.

Metto solo questa foto un po' retrò. Un vecchio sportellino, un cardine fissato alla bene meglio, ruggine, legno segnato dalle stagioni. Ciò che è antico, usurato, levigato dal tempo, spesso consola, trasmette un senso di calma. E il Cielo sa quanto ne abbiamo tutti bisogno.


"Un pensiero al giorno" 107 - "Soddisfatto di scatto"

"Un pensiero al giorno"

107 - "Soddisfatto di scatto"

Sono contento di questa immagine. Di solito, il mio narcisismo fotografico è già elevato di suo. Mi compiaccio, se riesco a cogliere una bella scena, a fermare una buona apparecchiata compositiva. E credo sia giusto così.

Si fotografa per amore di bellezza, per sentirsi meglio, per dire a se stessi che siamo riusciti a vedere il mondo sotto un'angolazione preziosa. E il narcisismo non è tanto un fatto auto-incensante (va beh...un po' è anche quello). Ma soprattutto è la gioia di essere riusciti a entrare in sintonia con quella delicata operazione di filtraggio di uno scenario ordinato, nell'ambito del flusso libero e spontaneo di cose ed eventi.

C'è la miriade di cose intorno, un po' sparpagliate, grezze, casualmente abbinate: arriva il nostro sguardo, ne isola una manciata e costruisce un significato, delimitato con l'equilibrio dei pesi visivi. Questo è fare un foto.

Nella fattispecie, c'era 'sto fiorellone spontaneo, nato sul ciglio della strada. L'avrà portato un uccellino, il vento, il caso, un camion di passaggio, un elfo dei fiorelloni, la fatina "Ascella Birichina", con una stilla delicata del suo sudore alla mirra, caduta giusto in quel punto.

Vicino c'è questa cassetta dell'elettricità, la base di ruvido cemento e lo scatolotto vero e proprio, dove son riposti fili e ammennicoli voltaici vari.

Sullo sfondo, una rete a losanghe, che si inserisce in continuità di trama materica col resto. Nell'inquadratura, sono riuscito a far rientrare anche una scala, in lontananza, che conduce chissà dove. In questo modo, il quadro è diviso nella metà destra, in continuità col mondo inanimato, e in quella sinistra, dove si manifesta un vago sbocco alla dimensione umana civilizzata.

Il confine e la forza visivo-distributiva sono rimarcati proprio dal grande "rotore" del fiore, col suo lungo stelo e accenni di boccioli anarchici sulla cima.

Ho poi provato ad applicare effetti diversi all'immagine di partenza, e il risultato sono le quattro variazioni che vi propongo. Intitolerei questo scatto: "Casualità d'umori, mirra, uccellini e fragori".





"Un pensiero al giorno" 106 - "Ieri, oggi e due mani"

"Un pensiero al giorno"

106 - "Ieri, oggi e due mani"

Per diverso tempo, ho apprezzato poco le mie mani. Soprattutto da bambino, e ancor più da adolescente. Non è che non mi piacessero proprio, ma quantomeno le trovavo strane. Dal mio punto di osservazione, le ho sempre viste troppo grandi. D'accordo, io sono già alto di mio, ma le mani mi apparivano quelle di qualcun altro ancor più lungo di me.

Le dita sono affusolate, però il palmo è piuttosto largo, e alla fine, più che ricordare strumenti da pianista o da pittore, fanno venire in mente due buoni badili. Forse il mio piccolo disagio con le mani, si è a lungo annidato in questa contraddizione. Mi considero una persona dall'animo abbastanza sensibile, di solito propendo per la delicatezza, nelle cose della vita. E ritrovarmi sotto agli occhi ogni volta questi due ferri da stiro, mi ha fatto spesso scattare dentro quel senso di "estraneità manuale", al quale accennavo.

Piano piano, tuttavia, com'è accaduto per tante altre parti di me, sia fisiche sia immateriali, sono arrivato a guardare anche le mie mani con occhio più benevolo. Una cosa l'ho sempre saputa ed è stata decisiva a lungo andare nel farmi mutare opinione: le mie mani sono dei giganti delicati.

Nella loro carriera di "maneggi", hanno dato carezze (in tante occasioni, più che altro, a diversi gatti), hanno scritto parecchio, hanno retto molti libri, hanno esplorato narici con circospezione (le mie, il più delle volte) e altri anfratti (qualche volta anche altrui, per fortuna), hanno grattato, hanno usato di frequente il sapone con loro gran piacere, hanno visitato spesso il "centro città" corporale (dove trovano così naturale l'andarsi a cacciare, per impugnare la sentenza), ma soprattutto hanno imparato il gusto di lasciarsi osservare.

Quando ho capito com'era bello osservarmi le mani, è stato il momento buono che hanno cominciato anche a piacermi. Mani (e piedi), occhi, lingua più labbra, e sesso, sono le parti del corpo nelle quali maggiormente si concentra la nostra "intensità sensoriale" più marcata. Non a caso, nel "homunculus" (il pupazzetto deformato in proporzione alla sensibilità di pertinenza delle diverse zone anatomiche), le mani sono abnormi.

Le mani sono state e sono in assoluto l'oggetto più difficile da rappresentare per i pittori o gli scultori di ogni epoca. Le mani si mostrano, appaiono, ma soprattutto fanno. Ed è attraverso di loro che molte volte si concretizza la scelta del voler stare dalla parte del bene, oppure da quella del male e dell'errore.

Le mani possono essere messaggere palesi, oppure contrabbandiere clandestine, di odori e profumi. In certi casi, e con certi cibi, mangiare con le mani raddoppia la soddisfazione nella goloseria. Succhiarsi le dita, dopo averle usate come forchetta per qualche pietanza particolarmente indicata alla "mangiatoia manuale" (i gamberetti da sbucciare, il salume, le patatine che lasciano il sale sui polpastrelli) è una sensazione impagabile.

In ragione di tutto ciò, ma anche per la loro intrinseca portata estetica, guardarsi le mani è bello. È un po' come specchiarsi, in un certo senso, perché nelle mani è contenuta tanta parte del nostro essere e della nostra identità, che ci si può intravedere proprio se stessi.

Le mani sono come una specie di diario. Non solo perché magari portano con sé segni o rughe del tempo, ma soprattutto per tutti i ricordi posati sulla loro pelle. Tutte le cose fatte con queste mani, sono piccoli capitoli della storia della nostra vita. E quando ci è capitato qualcosa di meraviglioso, o di deprimente, di stupefacente, o di ridicolo, o di surreale, o di importante, le mani erano lì, sotto il nostro sguardo, e in qualche modo hanno fatto la loro parte.

Ecco dunque, ci sono voluti anni, ma adesso l'ho capito. Quando ero piccolo e vedevo le mie mani un po' come quelle di uno scimmione, invece di rammaricarmi, avrei dovuto andarne fiero fin da allora. Perché niente meglio delle mie mani mi rappresenta, nell'essenza di "rarefatto animale scrivente" che più mi è cara.


"Un pensiero al giorno" 105 - "Freaky-freaky, freaky-freak"

"Un pensiero al giorno"

105 - "Freaky-freaky, freaky-freak"

Fra gli ingredienti fascinosi e fastidiosi dell'estate, la cicala è forse il più classico fra i classici. Dal punto di vista del sottofondo bio-faunistico, ogni mia estate è sempre stata la cicala medesima in quanto tale. Estate "è" cicala, e viceversa.

Il suo canto è così permeante, pervasivo, penetrante, onnicomprensivo, da diventare un elemento indistinguibile dall'ambiente diurno estivo stesso. Quel tipo di suono è tanto fitto e intrecciato all'udito che pare sovrastarci come un tetto a cupola di stuoie grattugianti, sotto al quale non puoi fare altro che stare.

Mi sono informato un po' e ho letto una cosa che fa sorriso e meraviglia nel contempo (uso deliberatamente l'impropria, se non errata, espressione "fare sorriso", perché mi garba: "mi fai sorriso", dunque, nel senso di "mi sei simpatico").

La cosa buffa e portentosa della cicala è che tutto quell'ambaradan di suono, quel gran patrimonio rumoroso, quell'ardimentosa architettura di decibel, la mette in piedi per "questioni amorose".

Alla vasta cappa frinente provvede il maschio soltanto, grazie a delle lamelle vibranti, disposte sotto l'addome. Lo fa in forma di richiamo per le femmine, che da parte loro percorrono un'altra strada uditiva per dichiararsi, non continua ed estenuante come quella maschile. La femmina fa solo uno schiocco secco con le ali, ogni tanto, un suono difficile da cogliere per i non-cicali.

A vedere tutto il fenomeno nell'insieme, si possono intravedere dei risvolti buffi. Uno è che tutto il mondo dei viventi è paese. Così come capita ai poveri umani maschi, il corteggiamento si rivela una faccenda lunga, faticosa e che fa mettere in preventivo un dispiego di forze emotive e fisiche smisurato. Chissà quale pletora di promesse, millantamenti, trombonesche iperboli, intavolerà il povero cicalo in quelle ore e ore di infaticabili cantate. E tutto per uno schiocco d'ali della sua bella, che lo proietterà nell'estasi del compimento sensuale.

Ma c'è anche una sfumatura ironica che ci riguarda più da vicino. Nell'epoca in cui l'uomo sembra aver raggiunto ormai il controllo pressoché completo sul proprio ambiente; a questo punto della storia, segnato da un dominio della tecnologia sulle vite delle persone, mai visto e concepito prima; con tutto l'apparato programmatorio e progettuale di cui disponiamo per far andare gli eventi in una direzione o nell'altra, siamo ancora costretti, a ogni nuova estate, a sottostare ai capricci della fregola di migliaia di insettini rumorosi, che incuranti di tutto, continuano imperterriti a cantare sopra le nostre teste i propri "caciarosi" inni alla gioia amorosa. Mentre a noi poveri umani non rimane altro da fare che stare sotto questo gran tendone da circo corteggiante. Afa boia sotto una cappa di foia, si potrebbe sunteggiare.

E tutto ciò mi sembra molto bello.


sabato 9 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 104 - "Mappleanno"

"Un pensiero al giorno"

104 - "Mappleanno"

Le nutrie e io abbiamo compiuto gli anni, ieri. Grazie a tutti di cuore per gli auguri, amiche e amici. Le nutrie hanno costantemente l'età da scuola media, io invece son sempre lì, in bilico sul periodo di vacanze della quinta elementare, e forse un giorno verrò ammesso alle medie.

L'occasione e l'idea stessa di compleanno mi offrono lo spunto per una piccola riflessione. Volevo parlare dell'importanza delle "mappe". In tutte le circostanze, se si ha una mappa, è meglio. Il compleanno è un segnale importante nella mappa della vita. Prendendo a prestito un termine dalla topografia, possiamo definire il compleanno come un "punto fiduciale", un riferimento convenzionale da cui far derivare la misurazione di tutto ciò che c'è intorno (grosso modo come si fa col meridiano di Greenwich, tanto per prendere un'altra immagine).

Altro esempio di mappa fondamentale è una buona coscienza storica. Quando sento parlare di Barocco, o di Medioevo, di periodo greco classico, di Fascismo o di maccartismo, e così via, sono contento di non sentirmi smarrito, ma di avere discreti appigli culturali per sapere a che punto del cammino dell'umanità si situa il discorso. Detto ancor più in generale: l'ottimo fra le mappe è la padronanza di un buon panorama culturale.

Le mappe si possono intendere poi anche in senso molto più lato e figurato. Saper fare bene un mestiere è ampiamente questione di mappe. Inoltre, ogni relazione con un'altra persona non può fare a meno di una sua importante mappa. Un'amicizia, un affetto, una conoscenza, un amore, ogni tipo di rapporto con l'altro, è una mappa. Giova sapere in che punto del territorio ci si trova, conoscere le distanze, gli sforzi necessari per spostarsi da un punto all'altro, le cose che mi devo aspettare se visito un certo luogo, gli errori da non commettere a seconda delle tradizioni delle diverse zone, e via dicendo.

Avere una mappa, non solo reca beneficio, ma è anche sintomo di rispetto per il mondo e per i suoi abitanti e occupanti, in primis quelli animati, e senza trascurare nemmeno gli inanimati.

Si potrà obiettare che è altrettanto affascinante e foriero di inaudite scoperte, anche il gusto di smarrirsi ogni tanto, in qualsiasi territorio ci si trovi. Io ribatterei però che è capace di smarrirsi in misura proficua solo chi ha dimestichezza frequente con le mappe. In questo caso infatti, lo smarrimento diventa una scelta controllata e ponderata. Chi si perde invece solamente per mancanza assoluta di mappe, è solo uno che vaga a casaccio e subisce passivamente il proprio vagolare. Senza costrutto, senza trarre niente di buono dal suo "de-situarsi". Insomma, solo un povero diavolo che ha perso il cammino, inutilmente ignaro di tutto quanto lo circonda.


venerdì 8 luglio 2016

"Un pensiero al giorno" 103 - "Miele salato"

"Un pensiero al giorno"

103 - "Miele salato"

L'innamorato respinto non riusciva a darsi pace. Lei lo aveva lasciato dicendogli: "...Ti voglio sempre bene, ma sento che fra noi tutto è finito ormai...". Lui era rimasto innamorato, lei non l'era più.

Si era sforzato di accettare gli eventi di buon grado, ma quello stato gli bruciava dentro oltremodo. "...Se sono ancora innamorato..." meditava, "...la prima cosa che devo amare di lei sopra ogni altra è la sua libertà...".

Il problema più grande però stava nel sapere che lei gli volesse ancora bene. Lui domandò di essere ricevuto al palazzo dei mille profumi, dove lei dimorava. Chiese di poter conferire per pochi minuti, attraverso la grata dei respinti, nel gran chiostro odoroso delle mille penombre.

Non poteva scorgerla, quando lei si appressò oltre la cortina, ma riconobbe il profumo di nubi emanato dal suo corpo di gazzella muscosa, così familiare e denso di emozioni della memoria, che per un nonnulla lui non svenne, sopraffatto dallo sdilinquimento.

"...Quando ci scambiammo l'ultimo saluto, mi dicesti di volermi ancora bene...".
"...Certo..." rispose lei.
"...Ecco, son qui per chiederti un favore: per il mio bene, ti prego di volermi male...".
"...Se potrà esserti di aiuto, farò come chiedi...".

Ma nemmeno così funzionava. Un certo sollievo, dal pensiero di sapersi odiato da lei, all'innamorato ne era derivato. Però rimaneva un rovello di fondo. Lei lo stava odiando, ma per il suo bene. E nel labirinto mentale degli innamorati, questo è come un ferro rovente cacciato nell'acqua gelata, senza mai cederle una frazione di grado.

L'innamorato tornò a riservato colloquio:
"...Se mi vuoi male per il mio bene, sto ancora peggio. Stavolta, ti scongiuro, devi volermi male davvero, con odio genuino...".
"...Ti prometto di impegnarmi a odiarti con tutte le mie forze...".

Eppure nemmeno questo recava sollievo all'innamorato. Se lei lo odiava, anche se di odio puro, era pur sempre una forma di considerazione per lui.

Si rese necessario un terzo incontro:
"...Neanche così va bene. Perdonami, ma ti chiedo un ultimo favore: ignorami, fai come se non fossi mai esistito, cancellami proprio dai tuoi pensieri di sempre...".
"...Chi siete mai, signore? Io non vi conosco..." rispose subito lei, "...addio, congedatevi senza proferire altro motto e non importunatemi oltre...".

L'illusione del sollievo per l'innamorato durò solo pochi attimi. Attraversando il gran cortile del palazzo, si mischiò alla piccola folla di venditori accalcata lì per il solito mercato del sabato mattina.

Attorniato da un capannello di curiosi, scorse un vecchio che presentava uno spettacolino simpatico insieme a un suo orsetto lavatore ammaestrato. La scena folgorò l'innamorato fin nel più intimo delle sue fibre. Fu in quell'attimo che capì. Senza il dolore di aver perso la sua innamorata, non sarebbe mai stato felice. E da quel giorno si sentì sereno solamente tenendosi sommamente per caro quel dolore.